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 2007  marzo 08 Giovedì calendario

Viaggio al centro di Beckett. L’Espresso 8 marzo 2007. Parigi. Alla riscoperta di Beckett. Un altro Beckett

Viaggio al centro di Beckett. L’Espresso 8 marzo 2007. Parigi. Alla riscoperta di Beckett. Un altro Beckett. Non quello, conosciutissimo, dell’interminabile attesa di Vladimir ed Estragon, i due vagabondi protagonisti di ’Aspettando Godot’. Non solo l’autore ormai classico del teatro dell’assurdo, ma anche lo scrittore radicale dei romanzi ridotti a monologhi e delle prose sconvolte dal delirio verbale. Un Beckett più ricco, capace delle spericolate sperimentazioni linguistiche e degli scarti imprevisti di un riso beffardo. Un uomo a cavallo tra due lingue, l’inglese e il francese, che ha saputo confrontarsi con la novità dei linguaggi audiovisivi e che oggi è considerato un punto di riferimento per artisti contemporanei. Insomma, un Beckett vivo e poliedrico, sottratto ai luoghi comuni e al processo di museificazione, cui è stato sottoposto dopo la morte a Parigi nel 1989. Sarà questo lo scrittore al centro della grande mostra (una delle più importanti dell’anno) che s’inaugura il 14 marzo al Centre Pompidou di Parigi in collaborazione con l’Institut Mémoires de l’édition contemporaine. "Beckett è considerato da tutti un grandissimo artista, eppure spesso, di tutta la sua opera, il pubblico conosce solo ’Aspettando Godot’, dice Nathalie Léger, autrice di un bel saggio, ’Le vies silencieuses de Samuel Beckett’, nonché curatrice, insieme a Marianne Alphant, della mostra parigina: "Tutta la ricchezza della sua produzione, che si estende per più di mezzo secolo e conta una cinquantina di opere, viene troppo spesso ricondotta allo stereotipo del teatro dell’assurdo. Naturalmente, non vogliamo minimizzare la forza del teatro beckettiano, le cui intuizioni sono di grandissima attualità, ma solo ricordare che i lettori guadagnerebbero molto se ascoltassero la forza affascinante di una voce capace di esprimersi magnificamente anche al di fuori del teatro". Grazie a una documentazione eccezionale fatta di testimonianze, lettere, manoscritti, registrazioni audio e video, quadri, foto, la mostra mette in luce la complessità di un artista che ha saputo spaziare dal romanzo alla poesia, dal teatro al cinema, dalla tv alla critica. Dice Marianna Alphant: "Quella di Beckett è stata una lezione di libertà. Libertà rispetto a se stesso, al testo, alle attese del pubblico". una lezione benefica, affiancata a un’amara riflessione sulla condizione umana. Una riflessione, come ha ricordato il filosofo Alain Badiou, non semplicemente riconducibile alla resa di fronte alla disperazione e all’assurdo dell’esistenza, ma tesa a svelare la complessità dell’essere umano, i suoi limiti e le sue fratture interne. La mostra del Centre Pompidou avrebbe dovuto svolgersi l’anno scorso, in occasione del centenario della nascita dello scrittore, poi però, problemi organizzativi l’hanno fatta slittare al 2007. Il ritardo non toglie nulla al fascino di un percorso in cui il visitatore può scoprire la voce dell’autore di ’Finale di partita’, le opere televisive e la passione per i giochi logici, l’ars combinatoria. Non solo. L’appuntamento parigino intende sottolineare anche l’importanza del lavoro di Beckett (che adorava Bram van Velde) per molti artisti contemporanei, ai quali non a caso sono state commissionate opere apposta per l’occasione. Da Mona Hatoum a Jasper Johns, da Bruce Nauman a Sol LeWitt, da Richard Serra a Stan Douglas, da Giuseppe Penone ad Alain Fleisher, sono molti gli artisti esposti che dialogano con l’opera dello scrittore. "Beckett è una figura tutelare per molti artisti contemporanei. Molti di loro fanno riferimento esplicito, specie nelle installazioni video, alle sue opere per la televisione", spiega Marianne Alphant: "In ambito letterario la situazione è diversa. Qui probabilmente l’aura di Beckett finisce per intimidire gli scrittori, i quali non osano rivendicare una discendenza diretta. Lo hanno letto, lo ammirano, ma nessuno osa collocarlo tra i propri riferimenti ideali". Alcuni autori, tra cui Paul Auster, Enrique Vila Matas e Jean Philippe Toussaint, hanno però accettato di partecipare al bel catalogo della mostra intitolato ’Objet Beckett’. Naturalmente la mostra prevede anche una sezione biografica che ricostruisce le grandi tappe della vita di Beckett, dalla nascita a Dublino nel 1906 al suo arrivo a Parigi, dall’amicizia con Joyce alla partecipazione alla resistenza antinazista, dalla collaborazioni con l’editore Minuit fino alla consacrazione del Nobel per la letteratura nel 1969. In privato, raccontano le curatrici, l’autore di ’Giorni felici’ era diverso dalla immagine stereotipata dello scrittore ascetico, e anzi, sapeva ridere e divertirsi. C’è chi si ricorda un Beckett scatenato tifoso di rugby e amante del buon vino. Per Nathalie Léger, "la melanconia, il carattere spigoloso erano certamente elementi che caratterizzavano la sua personalità, ma non l’esaurivano. Beckett non difettava d’ironia, che usava proprio per smussare gli aspetti più rudi e plumbei delle sue opere. Alcuni suoi testi sono totalmente dominati dal riso e spesso non si sa se ci si trovi immersi nella tragedia o nella farsa". A conferma dello humour beckettiano, questa frase riprodotta in grande su uno dei muri della mostra: ’Provare ancora. Sbagliare ancora. Sbagliare meglio’. Un altro aspetto della mostra sottolinea come lo scrittore, che ha fatto del clochard un eroe letterario, aveva una cultura straordinaria, recitava Dante a memoria e conosceva benissimo la cultura francese, come dimostrano tra l’altro le lezioni impartite all’inizio degli anni Trenta al Trinity College di Dublino. Proprio i testi di quelle lezioni ritrovati di recente saranno pubblicate da Brigitte Le Juez in un volume intitolato ’Beckett avant la lettre’. La mostra del Centre Pompidou, che resterà aperta fino al 25 giugno, si ripromette dunque di riportare al centro del dibattito culturale l’esperienza artistica di Beckett, un autore immenso che ha saputo sondare gli abissi della coscienza, ribadendo l’impossibilità della scrittura dopo Auschwitz e Hiroshima. Dove però, concludono le curatrici, anche il silenzio è sempre ottenuto attraverso la parola: "Parlare per smettere di dire. Dire per organizzare il silenzio. questa la strategia costantemente presente in tutte le sue opere". Fabio Gambaro