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 2007  marzo 08 Giovedì calendario

MILANO

Mullah Omar, il capo dei talebani, è abituato a lapidare gli adulteri in piazza e a impiccare i presunti traditori dopo mezz’ora di processo. Non è facile impressionarlo, riuscire a farsi considerare troppo brutale. Ma l’uomo che sembra tenere prigioniero Daniele Mastrogiacomo e i due stringer afghani, c’è riuscito due volte. E’ il mullah Dadullah Kakar, un pashtun purosangue di neppure 40 anni, naso e barba di ordinanza, fisico imponente e tanto forte da continuare a combattere anche dopo aver perso una gamba su una mina.
Il più «iracheno» dei talebani disgustò per la prima volta l’emiro Omar nel 2000. Massacrò centinaia di civili hazara, «razza inferiore» per il suo fanatismo pashtun. La notizia arrivò a Kabul e qualcuno accusò il mullah senza gamba di aver scuoiato di persona alcune vittime. Omar gli toglie i gradi. Una decisione difficile dato che Dadullah gli era accanto sin dalla fondazione del movimento talebano nel 1994.
L’esilio però durò poco: l’attacco americano del 2001 impone di serrare le fila. Dadullah combatte vicino a Mazar-I-Sharif e riesce a sfuggire per un soffio (o, dicono alcuni, per una grossa somma pagata a un ufficiale del generale Dostum). In ogni caso Dadullah si rifugia in Pakistan, nel Balucistan, tra la gente della sua tribù, i Kakar.
Sono momenti bui per gli «studenti del Corano». Il movimento è allo sbando. Il lato pachistano della tribù Kakar decide di autotassarsi e regala al «coraggioso fratello» una Land Cruiser. Con la jeep nuova il mullah prende a girare le scuole coraniche della frontiera per motivare i giovani pashtun alla rivolta contro la presenza occidentale in Afghanistan.
Omar e Dadullah si riavvicinano e dal 2003, il comandante senza gamba diventa sia il volto sia la mente militare della riscossa talebana. Dadullah concede interviste a raffica, combatte e trova anche il tempo di guardare fuori dall’Afghanistan. Da elementi deviati dell’intelligence pachistana riceverebbe armi, dollari e addestramento. Plausibile, ma difficile da provare. Più evidente il fascino che esercita su Dadullah la guerra in Iraq. L’afghano loda a più riprese il tagliatore di teste di Al Qaeda in Iraq, Abu Musab Zarqawi. E’ da lui che prende la passione per le video-apparizioni su Internet: uno stile di comunicazione nuovo per i talebani abituati a considerare strumenti demoniaci non solo i computer, ma anche televisori e antenne. Dalla guerriglia irachena Dadullah importa pure autobombe, trappole esplosive e soprattutto kamikaze.
All’inizio del 2006 però il mullah Omar lo allontana dal vertice del comando militare talebano per la seconda volta. I kamikaze di Dadullah fanno cattiva propaganda al movimento militar-religioso. Esplodono vicino ai soldati infedeli, è vero, ma troppo spesso coinvolgono anche civili innocenti. Omar è categorico: non sono ammissibili vittime casuali. Dadullah viene retrocesso, da capo di Stato maggiore a comandante del fronte meridionale. Ma è proprio da Sud, da Kandahar e Helmand, che vengono i maggiori successi e Dadullah riguadagna posizioni. Nel 2007 è ancora lui a seminare terrore. E’ Dadullah a sfoggiare la frequentazione più ambita annunciando che «Osama Bin Laden è vivo», lui a promettere la nuova offensiva di primavera, lui ad annunciare «l’arresto» di Daniele Mastrogiacomo. Primo occidentale nelle sue mani.