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 2007  marzo 08 Giovedì calendario

AUTOBIOGRAFIA DI MASSIMO RANIERI

Faticatore. Giovanni Calone, in arte Massimo Ranieri, nasce il 3 maggio 1951 a Napoli, in via del Pallonetto, 41, ultimo piano, in un monolocale dotato di bagno senza doccia (la cucina, sul pianerottolo, è condivisa coi condomini). Quinto di otto figli (metà maschi e metà femmine), il padre, Umberto, è operaio all’Italsider, la madre, Giuseppina, soprannominata ”la carabiniera”, fa la casalinga. Massimo, ancora Giovanni, lavora fin dall’età di sette anni ("A parte mio padre, l’unico maschio della famiglia che ha sempre faticato sono stato io. E la cosa mi faceva arrabbiare molto. Moltissimo"). Barista, vinaio, guardamacchine, fruttivendolo, e per un giorno anche spazzino (in occasione dello sciopero indetto dalla categoria, raccoglie quintali di sacchi di spazzatura nei palazzi signorili, per un totale di 1250 lire di mance, così tanti che per una volta trattiene per sé parte del guadagno per comprarsi il suo primo 45 giri, Il re dei pagliacci, di Neil Sedaka).

Umberto. "Dicono che spesso le persone peggiori sono vittime di un’infanzia disgraziata e senza amore. Se questa è la regola, allora mio padre è l’eccezione". Umberto Calone, rimasto orfano di padre (morto in guerra), vive con la madre finché questa non si mette con un poco di buono, un ubriacone che alza le mani su chiunque gli capiti a tiro. A dodici anni Umberto lo denuncia e così facendo viene abbandonato in orfanotrofio (noto come il ”serraglio”), dove però si appassiona di musica e impara a suonare la tromba. "Non è riuscito a diventare un musicista, non ha potuto. diventato un operaio: e questo, in una città con una fabbrica sola, era un grandissimo traguardo, tanto più per un ragazzo che usciva dal serraglio, un posto che ti condannava a vivere di espedienti tutta la vita. Mio padre, invece, aveva conquistato la dignità e il rispetto di un uomo con un lavoro vero: aveva la schiena dritta di un proletario che ogni mattina, quando si alza per andare a lavorare, sa chi è e che cosa fa".

Sognatore. "Se mia madre ha messo al mondo Giovanni Calone, mio padre ha fatto nascere Massimo Ranieri: mia madre mi ha fatto crescere, mio padre mi ha permesso di diventare l’uomo che sono. Perché lui non ha mai smesso di sognare accanto a me".

Risvegli. Il suo giaciglio è ai piedi del letto dei genitori, condiviso con un fratello. il primo ad alzarsi, svegliato dall’acqua gelida che la madre gli spruzza in faccia dopo averlo spinto verso il lavandino. Il tempo di un bicchiere di latte e Giovanni è già in strada, diretto a scuola d’inverno, al lavoro d’estate, salva la tappa alla casa a piano terra dell’amico Vincenzo, dove più e più volte accoglie l’invito per una zuppa di latte. "Ogni volta che uscivo di casa provavo due sensazioni semplici e tremende: avevo freddo e avevo fame".

Zuppa. "La zuppa di latte è la cosa più concreta e insieme spirituale che conosco: mi ha sfamato e mi ha insegnato che bisogna aspettare, saper cogliere il momento giusto. Perché è vero che contiene due soli ingredienti, ma se il latte è troppo caldo non puoi bere, se il pane è troppo secco non puoi mangiare. E se i tempi non coincidono, il latte diventa freddo oppure il pane si spappola".

Sicurezze. "La ciotola con latte e pane sta sempre là sul tavolo a darmi sicurezza… Quella scodella piena mi protegge, ma forse è anche un rito, una cosa un po’ religiosa: io il pane di tre, anche di quattro giorni lo mangio. Lo affogo nella zuppa di latte e lo mangio. Con grande soddisfazione".

Scuola. A sei anni, il primo giorno di scuola, va da solo ("crescevamo come cuccioli nella giungla: appena si era in grado di intendere e di volere, bisognava cavarsela da soli"). Prima di andare a dormire, mai il bacio della buona notte ("i figli si baciano quando dormono"). Frequenta la scuola solo fino alla quinta elementare.

Maria. Il suo primo pubblico, gli avventori notturni del Tourist Bar, nel quartiere Santa Lucia, dove, a undici anni, lavora come cameriere, diventando presto un’attrazione per le sue esibizioni canore. Tra i suoi fan Maria, prostituta di professione: "Era molto protettiva nei miei confronti e spesso capitava che mi facesse sedere accanto a lei: io appoggiavo la testa su quella grande gonna colorata e lei mi accarezzava i capelli".

Provino. Cameriere al Bar Gelo, tra le sue mansioni andare a portare il caffè nel negozio di parrucchiere di fronte, e non c’è una volta che non gli chiedano di cantare (nel suo repertorio soprattutto canzoni di Modugno e Celentano). Un giorno impressiona a tal punto una cliente, Mara Del Rio, cantante in voga, che questa gli dà una mancia di duecento lire, e gli chiede di tornare il giorno dopo, per esibirsi davanti al marito. Questi, dopo averlo ascoltato, senza dire nulla, chiama al telefono il maestro Gianni Aterrano, e gli organizza un provino presso la casa discografica Zeus, dove ottiene, tanto per incominciare, un anticipo di duecento mila lire ("Un patrimonio. Mio padre con gli straordinari guadagnava trentamila lire al mese"). Con i soldi la famiglia Calone compra l’intero arredamento per la figlia che stava per sposarsi e Massimo torna a lavorare al Bar Gelo.

Gianni Rock. Prima iniziativa del maestro Aterrano, trovare un nome d’arte, e la scelta di Giovanni, ”Gianni Rock”, è accolta con un certo entusiasmo. Con questo nome si esibisce per un paio d’anni nelle feste di piazza, debuttando con Preghiera (la storia di un bambino che chiede al Signore di far riapparire la mamma morta, cantata per tutto il tempo in ginocchio).

New York. Nel 1964, a tredici anni, su idea di Nunzio Gallo (che a Sanremo aveva cantato il successo Sedici anni), parte per una serie di serate a New York, al seguito del maestro di musica napoletana Sergio Bruni, guadagnando in quindici giorni millecinquecento dollari ("erano quasi tre anni di stipendio di mio padre").

M.R. Dopo due anni di lavoro nella Zeus, passa alla casa discografica Cgd, e il nuovo direttore artistico, con due libretti rossi alla mano, uno per i nomi, uno per i cognomi, sceglie per lui prima il nome ”Brunello” (faceva il verso a un cantante di nome Robertino), poi ”Massimo Ranieri”. "Io sentii subito che quello era il nome giusto. Era il mio. Una sensazione difficile da spiegare. un po’ come quando cerchi casa e ti capita di entrare in un appartamento che ti mette immediatamente a tuo agio e nel quale sai già che ti troverai bene". In famiglia continueranno tutti a chiamarlo ”Gianni”.

Tv. La prima apparizione televisiva di Massimo Ranieri, è nella trasmissione Rai ”Scala reale” ("da quel momento la mia carriera ha cominciato a correre come un fulmine"). La seconda nella trasmissione ”Settevoci”, un gioco musicale condotto da Pippo Baudo, dove il consenso del pubblico è misurato con l’applausometro. Passa il primo turno, ma al secondo è battuto da Al Bano,che canta l’inedito Nel Sole. "Al Bano era una vera forza della natura, per tutti noi cantanti la sua voce era assolutamente sconvolgente. Ricordo ancora il titolo, meritatissimo, di un giornale musicale che definì Al Bano ”il James Brown italiano”".

Premi. Massimo Ranieri canta la prima canzone sua nel 1967, Pietà per chi ti ama, autori Polito e Guardabassi, con cui partecipa al Cantagiro (festival-tour organizzato da Ezio Radaelli e presentato da Walter Chiari), vincendo. Prima della conclusione il tour manager gli ha anche promesso che in caso di vittoria, gli avrebbe fatto fare "una bella scopata". Promessa onorata alla cena dei festeggiamenti, quando il manager chiama Massimo Ranieri, e lo porta in un furgone nel parcheggio: "Dentro c’era una ragazza che mi aspettava. Entrai e lui chiuse immediatamente la porta. E io ho fatto l’amore per la prima volta, al buio, senza vedere mai quella ragazza finché non siamo usciti". Nello stesso anno Ranieri chiede al padre di smettere di lavorare, impegnandosi a mantenere la famiglia.

Fiaschi. Nel 1968 partecipa per la prima volta a Sanremo, arrivando sesto. Subito dopo gareggia nella nuova edizione del Cantagiro con Preghiera per lei ("andò molto male"), e poi a ”Canzonissima”, che quell’anno si chiamava Partitissima, ma è eliminato. "La tenaglia della competizione mi stava stritolando". Nel 1969, il terzo fiasco a Sanremo, con la canzone Quando l’amore diventa poesia, in coppia con Orietta Berti. Tra le ragioni del fiasco, secondo Ranieri, il look della Berti, che si presenta "vestita da strisce pedonali, con un abito a grosse righe trasversali che è rimasto negli annali del Festival".

Rivali. Il suo storico rivale degli anni Sessanta è Gianni Morandi, anche se i due non si sono incontrati faccia a faccia se non di recente, nel programma televisivo di Morandi sui Rai Uno Non facciamoci prendere dal panico, in cui Morandi confessa a Ranieri di averlo sempre odiato, al che questi risponde, invece, di averlo sempre amato ("Forse avrei dovuto aggiungere: ”Quando ti ascoltavo da ragazzino. Prima di diventare rivali!”").

Rose rosse. A diciotto anni canta la canzone che dà la svolta alla sua carriera, Rose Rosse, con cui vince il Cantagiro, vendendo in un’estate un milione e mezzo di dischi. Il successo seguente è Se bruciase la città, con cui arriva terzo a Canzonissima, dopo Morandi e Villa (per un milione di copie vendute). "Era iniziato un periodo della mia carriera che mi avrebbe travolto come un uragano: una serie di canzoni che diventarono successi esplosivi e che sono ancora oggi amatissime dal pubblico".

Vent’anni. Nel 1971, all’età di vent’anni, vince Canzonissima, con la canzone Vent’anni, appunto. "Vincere Canzonissima forse era ancora più importante che vincere a Sanremo: la trasmissione durava quattro mesi, entravi ogni settimana nelle case di ventimilioni di italiani e ci restavi".

Collezioni. Automobili, la sua passione. "Poiché da piccolo non ho mai avuto giocattoli, da grande, lo confesso, non ho resistito alla tentazione di concedermi il mio gioco preferito. Le automobili. Anzi, l’automobile: la Porsche. Ne ho avute un bel po’, ne ho collezionate di tutte le annate, come gli amanti del vino buono. C’è stato un momento in cui avevo il garage pieno". Adesso si accontenta di una Carrera.

Napoletanità. Nel 1972 porta in scena uno spettacolo di canzoni napoletane sotto la regia di Vittorio De Sica ("Lavorare con lui fu un’esperienza preziosa, anche se il maestro dava rare indicazioni e ogni tanto, in platea, si appisolava. Ma la sua presenza illuminò me e tutto lo spettacolo"). A cantare in napoletano ha imparato da Anna Magnani, conosciuta lo stesso anno, sul set di La sciantosa, uno degli episodi di Tre donne, sceneggiato diretto da Alfredo Giannetti. "Fu con lei che cantai in napoletano per la prima volta. Lo confesso: ”O surdato ”nnammurato non la conoscevo. Finché una volta la Magnani mi chiamò nella sua roulotte, aveva una chitarra: ”A ragazzi’, la conosci ”sta canzone?”. E cominciò a cantare Reginella, accompagnandosi da sola. Io non avevo mai sentito neppure quella: ”No, signora, non la conosco”, risposi con la timidezza che non mi abbandonava mai quando ero di fronte a lei. ”E che cazzo di napoletano sei!”, mi folgorò".

Leva. Dopo lo spettacolo al Sistina parte per il servizio militare, ma rompendosi lo scafoide durante una partita di pallone, è congedato con otto mesi di anticipo. Partecipa a Canzonissima tra le polemiche (i giornali malignano sul congedo anticipato), ma vince con Erba di casa (900 mila dischi).

Demotivato. Nel 1974 la crisi. Massimo Ranieri non si sente più motivato a cantare e sempre più spesso finisce per ubriacarsi ("Vedevo lo spettro di un cantante che passa tutta la vita davanti al microfono. Non ero più così sicuro che fosse quel che volevo. E soprattutto non volevo più essere sottoposto alla legge spietata di quel mestiere: il mio destino era legato ogni volta a una canzone in competizione; e una canzone avrebbe deciso della mia felicità, del mio benessere"). Forte del fatto di avere sistemato tutta la sua famiglia (tranne la sorella Annamaria, detta la ”ribelle”, che voleva fare da sé), si presenta al suo produttore, Polito, e gli comunica di voler smettere di cantare.

Metello. Nel 1969 interpreta la parte del protagonista in Metello di Mauro Bolognini, preferito a Alain Delon ("era troppo bello"), a Pierre Clementi ("era troppo dannato)", a Jean-Paul Belmondo ("aveva una faccia troppo particolare, un sorriso troppo da seduttore"). Cachet: tre milioni e mezzo (contro i venti milioni, rifiutati, per interpretare un musicarello sulla scia della canzone Rose rosse).

Ridarella. Quando interrompe la carriera musicale Massimo Ranieri si rivolge a Giuseppe Patroni Griffi, che l’aveva scritturato, dopo il servizio di leva, per una commedia, Napoli, che resta e chi parte, di Raffaele Viviani. Causa abbassamento di voce, allora aveva lasciato la troupe, e adesso ci ripensa. La tournée dura due anni, durante la quale guadagna appena 150 mila lire a serata. il più giovane della compagnia, anche se il più famoso, e gli altri lo mettono in difficoltà cercando sempre di farlo scoppiare a ridere ("Mi era venuta una crisi di ridarella: che vergogna. In camerino passai dalle risate alle lacrime"). Questa esperienza gli cambia la vita: "Altrimenti avrei dovuto raccontare soltanto centinaia di concerti di piazza".

Pregiudizi. L’interruzione della carriera musicale dura tredici anni, durante i quali Ranieri si dedica a cinema e teatro. "Incontrando in tournée, anno dopo anno, un pubblico diverso da quello che mi acclamava nelle piazze. Era un pubblico severo, cinico, a volte persino ostile. Che per moltissimo tempo mi ha fatto resistenza… qualunque fosse il personaggio che dovevo interpretare, un accattone, un principe, un assassino; qualunque fosse il testo, Viviani, Shakespeare, Brecht: mi guardavano e vedevano il ragazzo che cantava Rose rosse".

Strehler. Nell’81 lo scrittura Strehler per L’anima buona di Sezuan, di Brecht. Il regista, rispondendo a Ranieri: "Ho chiamato te perché io so che tu sei come noi: dietro la faccia da bravo ragazzo che canta Rose rosse, anche tu sei un figlio di puttana, come tutti noi che facciamo teatro. Io lo so .E voglio farlo sapere anche al pubblico".

Perfezionismo. "Quella di Strehler è stata una specie di missione: far uscire fuori il mio talento. Contro tutto e contro tutti. Giorgio ci insegnava ad andare oltre i limiti. Perché anche se la perfezione non esiste, bisogna andarci il più vicino possibile".

Arlecchino. Con Strehler interpreta la parte di Arlecchino, ne L’isola degli schiavi, di Marivaux, nel 1994. "Fu un successo straordinario… Lo spettacolo era basato sulla mia fisicità, ma io ormai avevo più di quarant’anni. Cominciavo a sentire sul serio la fatica". Finché a Torino, tra un salto e una capriola, non cade sulla sabbia che ricopre il palcoscenico, e si rompe tutte e due le gambe (quaranta giorni di prognosi). Ma Strehler lo fa recitare lo stesso, con i tutori, finché Ranieri non cade in depressione e si ritira: "Strehler mi accolse mostrando – in un primo momento – solidarietà e comprensione: mi disse che lui conosceva bene la depressione, che ci era passato. Ma poi sentenziò che il nostro mestiere non ammetteva tregua e ci imponeva di andare avanti". Da Ranieri non ha più osato contattarlo, e di questo ancora si pente: "Perché Giorgio, nella sua ostinata severità, nella sua ossessiva richiesta di eccellenza, è stato un padre tenero e dolcissimo, il primo a soffrire e a gioire con me".

Assente. Durante gli spettacoli Strehler non è mai presente: "Non poteva: sarebbe intervenuto, sarebbe entrato in platea o in scena. Non avrebbe resistito, avrebbe fermato la rappresentazione. Allora lo portavano in un albergo vicino e poco prima della fine, lo riaccompagnavano in teatro".

Limiti. "Io a casa non sto mai in pantofole. più forte di me. Non ci riesco: io a casa sto con le scarpe. Non posso accettare l’idea che ci sia un tempo della giornata in cui non c’è niente da fare. Non riesco neanche a fare una sola cosa alla volta. Diciamo la verità, non riesco a pensare una sola cosa alla volta; però credo che questo sia un mio limite, non certo una virtù".

Nureyev. La sera che, alla fine di una replica di L’anima buona di Sezuan, si presentò nel camerino di Ranieri Rudolf Nureyev, per congratularsi, in particolare perché aveva apprezzato vedere un ballerino che sapeva anche recitare bene.

Barnum. Finita la tournée di Sezuan, accetta la proposta del produttore Luigi Rotunno di mettere in scena, come direttore artistico, la versione italiana di Barnum, musical basato sulla vita e le imprese di P. T. Barnum, mitico circense. Tanto per incominciare Ranieri va a scuola dagli Orfei, che gli insegnano a fare il funambolo. L’esperienza dura due anni, per un totale di 280 repliche.

Varietà. Dopo Barnum Ranieri è impegnato per altri due anni in Varietà, sotto la direzione artistica di Maurizio Scaparro, al Teatro Argentina, a Roma. "In Varietà cantavo di tutto, dalla Serenata di Pulcinella di Cimarosa a Chattanoogie Shoe Shine Boy di Bing Crosby (Shoe Shine sono le parole che dopo lo sbarco degli americani divennero sciuscià)".

Dopo il successo di Varietà Scaparro ingaggia Ranieri per Pulcinella, adattamento di Manlio Santanelli di un copione postumo di Roberto Rossellini. "Doveva durare una sola stagione, e invece è rimasto in scena vent’anni, siamo stati in tutto il mondo. Il copione, come tutto il repertorio della commedia dell’arte, si prestava a piccoli cambiamento ogni sera".

Rinaldo. Chiamato da Pietro Garinei per interpretare Rinaldo in campo, Ranieri abbandona Pulcinella. La sera della prima nel pubblico c’è Domenico Modugno (che aveva interpretato la stessa parte nel 1961). Quando si accendono le luci e Ranieri lo vede, si lancia in platea per abbracciarlo. Scoppia un applauso così lungo che alla fine, provato dalla commozione, Modugno se ne va.

Perdere l’amore. Durante le repliche di Rinaldo in campo, Ranieri è contattato da un ballerino, Marcello Di Matteo, che vuole convincerlo a cantare di nuovo, e gli presenta un suo amico, Giampiero Artegiani, l’autore di Perdere l’amore. Con questa canzone Ranieri vince il Festival di Sanremo del 1988 ("Secondo un sondaggio, è la canzone più popolare di Sanremo dopo Nel blu dipinto di blu").

Liolà. Dopo Perdere l’amore Ranieri, invece di buttarsi in un tour per sfruttare il successo di Sanremo, recita Liolà, di Pirandello, con Scaparro. Ma per Ranieri il teatro non è la negazione della carriera musicale: "Io ormai cantavo solo a teatro. Avevo sempre continuato a cantare, in fondo: con Patroni Griffi, con Strehler, con Scaparro, con Barnum, con Rinaldo in campo. La canzone, in realtà non l’avevo mai lasciata. Avevo lasciato solo l’asta con il microfono".

Melodia. Quattro anni dopo Perdere l’amore torna a Sanremo con Ti penso, di Fabrizio Berlincioni e Silvio Amato, ma con scarso successo: "Se l’avessi cantata vent’anni prima (o vent’anni dopo) sarebbe stata un grande successo; era un brano con una bellissima melodia classica, di quelle che oggi hanno ritrovato il successo del grande pubblico, ma che allora, all’inizio degli anni Novanta, scontavano ancora l’emarginazione che le canzoni melodiche avevano subito negli anni precedenti".

Musical. Dal 1995 al 1997 va in scena col musical Hollywood, (regia di Gianni Togni), la storia di John Gilbert, l’uomo di Greta Garbo. Dopo è la volta di un altro musical, Il grande campione (regia di Patroni Griffi), la storia di Marcel Cerdan, pugile francese di origine argentina, detto ”il bombardiere di Casablanca”. Si sottopone con massimo rigore ad allenamenti di boxe,con l’obiettivo di perdere 11 chili ("come se davvero dovessi salire sul ring dei pesi medi").

Boxe. Sul palcoscenico de Il grande campione, anche durante le prove volano cazzotti veri: "Istintivamente, si pensa che il pugilato sia uno sport violento e invece è vero esattamente il contrario: la boxe serve a scaricare la rabbia, a impedire che si trasformi in violenza. La rabbia è dentro di noi, in ciascuno di noi, nessuno ne è esente: bisogna conoscerla, anzi, saperla conoscere e liberarsene".

Seduzione. A vent’anni Ranieri era tutt’altro che un dongiovanni: "Ero famosissimo, ma erano altri i cantanti preda delle ammiratrici: erano i sex symbol come Little Tony, Bobby Solo, Mal. Non quelli come me, come Morandi o Al Bano: noi eravamo come principi azzurri, suscitavamo dolci sentimenti, non voglia di fare sesso… I maggiori successi di seduttore io li ho sempre avuti con le comparse, con le sarte di scena, con le costumiste. Forse perché tra di noi ci riconoscevamo: eravamo ragazzi proletari, operai dello spettacolo, anche se io ero già un personaggio famoso. Ho avuto sempre più intesa con le ragazze che venivano da un mondo simile al mio, piuttosto che con quelle attrici che avevano l’aria di essere nate sul palcoscenico". Sul set una volta, però, si è innamorato. Girando Metello, di Lucia Bosè, che nel film interpreta la parte della sua amante ("Ma tra noi non è mai successo niente").

Tenerezza. "Io ero un ragazzino, molto carino, destinato a fare tenerezza. Ma questa è stata forse la mia fortuna: oggi, ai miei concerti, in platea siedono le nonne, le mamme e le figlie? Il sesso passa, la tenerezza dura per sempre".

Trucco. Il primo bacio dato per lavoro, a Ottavia Piccolo, in Metello. Ranieri arrossisce così tanto che devono raddoppiargli il trucco.

Nudo. La prima scena che gira nudo, con Florinda Bolkan, nel film L’incontro,nel 1970. Preoccupatissimo che sua madre e le sue sorelle possano vedere il film, mobilita i fratelli, che con qualche espediente, riescono a tenerle lontane dai cinematografi.

Modelli. "Benché molto bella Florinda Bolkan era un tipo di donna che non mi faceva impazzire. A me, ragazzo del Sud, piacevano le figure morbide, dolci, accoglienti".

Edwige. Con Edwige Fenech Ranieri gira La patata bollente, interpretando la parte di un gay. Nella scena di nudo girata dall’attrice (in cui si cala in una vasca da bagno), Ranieri e compagnia, allontanati dal set, invece si nascondono per poter assistere allo spettacolo: "Oggi le cose sono cambiate molto, si vedono molte più donne nude in giro, ma allora poter ammirare Edwige, stupenda, bianca, perfetta come una scultura di Canova, era una tentazione a cui nessuno poteva resistere".

Rimpianti. Con Laura Antonelli gira Casta e pura, di Salvatore Samperi. "Era di una bellezza che ti impediva di recitare. Era aperta, leggera, era sinceramente nuda anche quando era vestita". Il suo rimpianto non averla accompagnata a casa una sera in cui lei glielo chiese: "Probabilmente, tra Laura e me quella notte non sarebbe successo niente, ma io conservo l’illusione di aver sfiorato una notte d’amore"

Kim. "Al mondo ci sono le donne, che sono tutte meravigliose. E poi ci sono alcune divinità. Come Kim Novak". Per realizzare il sogno di tenerla tra le braccia propone alla Fininvest di ingaggiarla per il Ricatto, miniserie per la tv del 1990. Va perfino in California a proporle il copione (lei accetta). Ma al rientro in Italia la Fininvest non accetta perché si tratta di un nome troppo altisonante per la tv. Lui propone perfino di cedere parte del suo cachet in favore della Novak, ma il verdetto finale è: "La Novak non è popolare".

Fantastico 10. Lo conduce insieme a Anna Oxa e Alessandra Martinez, sull’onda del successo di Perdere l’amore. "Quei quattro mesi furono infernali: incontrammo l’ostilità di tutti; dicevano che facevamo uno show troppo elegante. ”cerca di essere meno bravo, lasciati andare”, mi consigliò Gianpaolo Cresci, che all’epoca era uno dei dirigenti più popolari della Rai". E poi i litigi con la Oxa, che si sentiva una star, tanto che smettono di rivolgersi la parola. "La Martinez invece mi piaceva moltissimo: così elegante, con la sua classe così seducente. Confesso che la corteggiai". Sotto la direzione di suo marito, Claude Lelouch, gira Il coraggio di amare. La regola, sotto la sua regia, recitare senza copione. "Je te souffle!" (’ti suggerisco io!), il suo metodo.

Donne. "Le mie donne le ho tradite tutte. Nessuna esclusa. Le ho tradite con voi: il mio pubblico. Quel maledetto binario, l’amore da una parte e il lavoro dall’altra, a un certo punto si è sempre divaricato e la mia vita sentimentale, fino a oggi, è puntualmente deragliata".

Cugine. "Io il primo amore non l’ho vissuto. Sono passato direttamente al secondo, forse addirittura al terzo". La prima ragazza ad attirare la sua attenzione amorosa è la cugina Angela, un amore mai confessato.

Sostitute. Ranieri ha convissuto con una sola donna, Barbara, madre di due figlie ("Molto spesso noi uomini non cerchiamo altro che questa seconda figura materna: chi ha avuto ”tanta” mamma nella sua infanzia, da adulto non ne può fare a meno; chi ne ha avuta ”poca”, ne ha un bisogno pazzesco"). Ma ad un certo punto lei gli ha chiesto di sposarla, e lui a quel punto l’ha lasciata.

Leyla. Attualmente la sua donna si chiama Leyla, di anni ventitré. "Leyla è bella. bella come il futuro. Ed è un meraviglioso presente".

Cristiana. La figlia che Ranieri ha generato all’età di diciannove anni. "In questo caso Giovanni Calone e Massimo Ranieri sono diventati come il dottor Jekyll e il signor Hyde: piano piano le ossessioni del secondo hanno preso il sopravvento sui sentimenti e i valori del primo. Quando si diffuse la notizia, quando la madre di Cristiana annunciò la cosa, ci fu un summit di tutto il mio staff: il produttore, l’impresario, l’ufficio stampa. E io li lasciai decidere per me: stabilirono che dovevo prendere le distanze, che dovevo fare in modo che questa vicenda non mi condizionasse. Un errore clamoroso, non soltanto sul piano umano. Fu una rovina anche dal punto di vista artistico, anche per la mia immagine, volendo usare una parola che detesto ma che va tanto di moda".

Abbracci. Ogni volta che Cristiana è andata a trovarlo, sul set o a teatro, Ranieri è stato molto freddo con lei, perché aveva sempre paura che con lei ci fosse un fotografo pronto a immortalare il primo abbraccio. Finché non l’ha invitata in una puntata del suo programma in prima serata su Rai Uno, Tutte donne… tranne me, per abbracciarla in diretta. "Adesso, dopo il nostro incontro in ”piazza”, per Cristiana e per me è iniziata una nuova vita, finalmente vicini e definitivamente lontani da paparazzi e telecamere".

Rivisitazioni. Con il musicista Mauro Pagani incide tre dischi (il quarto è in corso di pubblicazione) di canzoni napoletane: Oggi o dimane, Nun è acqua, Accussì grande. "Sapori di tutto il mondo, energia contemporanea, emozioni attuali nella musica più antica: è stato un viaggio straordinario".

Poesia. "Le canzoni napoletane sono diverse dalle altre. Ma perché? difficile rispondere. Secondo me, il segreto sta nel fatto che dentro le canzoni napoletane del passato non c’è mai filosofia, mai roba intellettuale. No, è poesia con la freschezza della cronaca, della realtà quotidiana"

’ O sole mio. Autore con Gualtiero Peirce, del programma Citofonare Calone, va in onda due settimane dopo l’11 settembre 2001. Per l’occasione artisti di tutto il mondo, mobilitati all’ultimo momento, cantano – O sole mio, ognuno nella propria lingua.

Regia lirica. Esordisce in questo ruolo con L’elisir d’amore. "Dirigere l’opera è fantastico, sono spettacoli perfetti e, contrariamente a quel che si pensa di solito, molto semplici: io penso che l’opera lirica vada proposta al pubblico con la leggerezza e le festosità di un musical".