Alberto Arbasino, la Repubblica 8/3/2007, 8 marzo 2007
ALBERTO ARBASINO
Al Quirinale, nella mostra sulla Turchia, un medaglione ottocentesco italiano d´oro e smalto coi nomi e le date e i capelli di Giuseppe e Gaetano Donizetti ci ricorda che il fratello maggiore del celebre operista passò quasi trent´anni a Istanbul come direttore della musica imperiale ottomana, diventando anche Donizetti Pascià.
Pare un´opera piuttosto di Rossini: «Pappataci Mustafà». E infatti i precedenti sono analoghi all´Italiana in Algeri. Verso la fine del Settecento, i corsari algerini hanno catturato una nave francese in rotta da Nantes alla Martinica e poi dirottata a Maiorca. A bordo, la giovane Aimée Dubucq de Rivery, appartenente all´aristocrazia dell´isola come la sua prediletta cugina Joséphine Tascher de la Pagerie, poi Beauharnais, e quindi moglie di Napoleone. (Fascino delle creole? Anche Madame de Maintenon, favorita e poi sposa di Luigi XIV, veniva da quelle Antille ricche di incanti e magìe).
Ma la bella Aimée non si ferma dal Bey di Algeri, giacché questo la invia come dono al Sultano, Abdül Hamid I; e qui lei, oltre a produrre il futuro Mahmud II, e oltre a riorganizzare l´harem come il Convento della Visitazione dove era stata educata all´igiene e al ricamo, incominciò a dare utili consigli di politica estera filofrancese, addirittura con scambi di ambasciatori. E un generale corso, Sebastiani, già aiuto di Napoleone, fu chiamato a sistemare le difese contro gli inglesi e a dar lezioni militari ai sultanini.
Ma non appena il Bonaparte pianta la Beauharnais, la Turchia rovescia le alleanze e diventa anti-napoleonica - ora i giardinieri vengono richiesti da Schönbrunn - benché Parigi continui a mandar libri e musiche e abiti, e perfino la troupe dei celebri mimi Debureau (poi rievocati in Les enfants du Paradis). Così, con Napoleone ormai messo a Sant´Elena, arriva anche il nostro Giuseppe Donizetti, già organista a Bergamo e bandista militare napoleonico e poi savoiardo. Tra rivolte di Giannizzeri, massacri efferati, piramidi di teste mozze, uccisioni di sultani regnanti, salvezze dalla Dobrugia (grazie al Pascià di Rustschuck, la stessa cittadina di Elias Canetti). E finalmente, ascesa al trono del figlio di Aimée, non più solo «la Bellezza» ma potente Sultana-Madre. Comunque, mobili e musiche francesi, servizi da tavola parigini, champagne. (Ma i successori fecero buttare tutte le bottiglie nel Bosforo).
Donizetti dava lezioni di contrappunto al giovane Sultano, e gli compose anche qualche marcia marcetta. Ma i Turchi preferivano la loro musica, Gérard de Nerval li approvava, e l´unica volta che fu dato un Ballo di Corte, si presentarono solo gli uomini.
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Alla Scala, di Gaetano Donizetti, La fille du régiment, "opéra-comique" che forse C. E. Gadda giudicherebbe «di tipo grottesco-grullo», dopo che il "tasto" militaresco era diventato delicatissimo. E la caratteristica «allegra vivandiera», dopo Madre Coraggio, anche peggio.
Fino alla Belle poque, e alla vigilia delle fangose trincee con milioni di fanti caduti, quanto trastullarsi operettistico europeo nello «stupido Ottocento» sui pantaloni sempre candidi delle truppe sempre canterine fra Austerlitz e Waterloo. Spesso tra mossette e attuzzi di vezzosi valligiani e alpigiani e bifolchi in caratteristiche bretelle con briose forosette villerecce e boscherecce dalle manine goldoniane sui fianchi X-large. «La pastorella sa - che un dì si sposerà! - E ciùm, trallallallarallà! - Sarà una festa per tutta la vallata - ridente e colorata - di biancospini in fior! - Sarà più bella in abito da sposa - un vestitino rosa - trapunto tutto d´or!». Nonché: «Discende dal Matese - la molisana!». E «C´è una chiesetta, amor - nascosta in mezzo ai fior!». E: «O boscaiolo - il sole sta per tramontar!».
Infine Visconti alla Scala adottò per La sonnambula le scatole-strenna dei cioccolatini svizzeri. Quando ancora si compiangeva il povero Orson Welles, che dopo aver pensosamente enunciato (nel Terzo uomo) delle stronzate sugli svizzeri capaci solo di orologi a cucù, non aveva capito che acquistando per poco manufatti svizzeri di Giacometti e Klee avrebbe potuto assicurarsi una vecchiaia meno squallida che le pizze in Via Bissolati accanto all´ex-re Faruk d´Egitto.
Ma «tutta un´epoca» fu veramente chiusa dalla somma Wanda Osiris, che s´affacciava in costume tirolese da una casina lignea «a cucù» indimenticabilmente intonando «La postina della Val Gardena - bacia solo con la luna piena». E civettando con l´immortale Macario in vesticciuole montanare per la gioia di innumerevoli piccoli fans poi sciamanti a San Babila: «E se porta qualche cartolina, - una a me, una a te, - e le altre le tien per sé!». (D´altronde già si diffondevano i 45 giri di Gianni Meccia:«Siam soldati delicati, - in divise di cretòn, - e tenendoci per mano - canticchiamo una canzòn. - Solo danze, tutti inchini, - se i nemici sono vicini - un saluto con le man!»). Ma certo, a quei tempi, sarebbe stato impensabile un "bis" della Wandissima: risalire tutte quelle scale, e poi ridiscendere fra due schiere di boys ricantando «Sentimentaaal»... Neanche Mistinguett, forse.
Con La fille di Donizetti si può far tutto, invece. I "numeri" sono "chiusi", "baggiani", convenzionali, spostabili e ripetibili, in un tripudio di «Salut à la France!» e «Vive la France!» e Marsigliesi in un contesto tirolese di aristocrazia austriaca o bavarese o svizzera. «Gloire à l´Empereur» evidentemente in tempi stretti e in territori poco tricolori, prima del ritorno dei Borboni e del Congresso di Vienna. Quando gli scolaretti venivano ancora puniti se dicevano che la bandiera è «bianca, rossa e blu», perché i colori si contano partendo dall´asta. Ma incombeva il ritorno dell´«aquila bicipite» e dei «gigli d´or».
Però fra questi «rataplan» manca un preferito di mio nonno, da qualche guerra di Successione. «Alto là, che mi guarda la gente - nel vedermi appoggiato a un bastone! - Alto là, sono un vecchio sergente, - e so dirvi qual voce ha il cannone. - Una volta s´andava a battaglia - come a un ballo cantando si va, - pare pioggia di fior la mitraglia, - rataplàn, rataplàn, rataplàn. - Una notte il cannone rimbomba, - io mi levo dal luogo ove giaccio, - Fate largo, già arriva una bomba! - Maledetta, mi porta via un braccio!».
Qui, accanto alla mirabile Anna Proclemer, che rifà le più formidabili Lady Bracknell d´Oscar Wilde, ai tempi illustri e magistrali di Edith Evans, trionfa saltellando e incespicando, trottolino e tombolotto, l´amatissimo Juan Diego Flórez, finto sempliciotto e tipico paraculetto, ninnolo, giuggiola, e biscuit. Su una cabaletta "valzerosa" come l´antica «Sulle, sulle labbra» da salotto, squilla note ficcanti e perentorie come quando Rockwell Blake (anche lui a Pesaro) forzava con sicurezza una preoccupante voce di testa; ma rigirandosi poi in un velluto alla Alfredo Kraus, e scatenando battimani e pestoni da Radetzky Marsch nei Capodanni viennesi.
Qui, fra i venerabili soldatini di Epinal e le Alpi uso Fujiyama di Zeffirelli o Utamaro o Hokusai, il geniale e astuto bergamasco fa serpeggiare anticipazioni e tentazioni: Offenbach naturalmente, ma anche un soffio di «Croce e delizia» prima del ritorno d´Alfredo; e magari uno smorfioso «Y a des femmes qui font la folie de s´appeler...Marie», dalla Ciboulette di Reynaldo Hahn; o un epico «Oh, when the ravishings begin» ispirato in un´operetta inglese da un canto nel Don Juan di Byron dove le donne brutte in una città saccheggiata rimangono malissimo perché gli annunciati stupri non cominciano mai.
L´adorato Juan Diego già trionfava alla Scala qualche anno fa nella Sonnambula, con un´interpretazione popolareccia analoga, accanto a Nathalie Dessay. E fra Pesaro e Parigi è sempre magnifico in Cenerentola e nel Barbiere. Parve malinteso il suo debutto all´Opera di Roma nell´Italiana in Algeri, giacché «bel nanìn» in ruolo tonto accanto alla Barcellona, autorevole e alta il doppio. Ma ora la Scala dovrebbe presentarlo insieme a Roberto Bolle. Con quella differenza di statura, che se ne potrebbe trarre?
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Balorde sembrano invece, piuttosto, le richieste di portare anche alla Scala il Candide di Parigi, perché ci sono i pupazzetti danzanti dei ministri - Bush e Blair e "el Berlusca" e Chirac, come nelle vignette di tutti i giornali. E come nel dopoguerra, nei Cantachiaro e Soffia so´ di Garinei e Giovannini, con Calindri e Besozzi e Collino e Turco che imitavano De Gasperi e Turati e Croce e Nitti; e poi vari Nenni e Togliatti «alla Noschese», nonché la Magnani e Rossellini imitati da Billi e Riva: «Sembra un ricordo di tempi lontani - la coppia di Rossellini e Magnani. - Siamo superati, siam vecchi bacucchi. - Or son di moda - Magnani e Cucchi». (Due comunisti dissidenti).
Il migliore di tutti i Candide possibili fu presentato dal grande Harold Prince sfruttando negli anni Settanta la moda ancora nascente dei graffiti metropolitani, in un teatraccio semisbaraccato a Broadway. Da noi, negli avanspettacoli per i turisti di un lontano Giubileo, sull´aria dei tangacci "assassini" da balera, certi sgallettati complessini cantavano: «San Paolo, San Giovanni, San Pietro, te gusta pijarlo in der dietro?». «E´ bbono o non bono?». «Me gusta cussì». Già con sponsor, anche. «E cammina cammina, - Fatebenefratelli! - Camminate Pirelli - da sera a mattina». E mo´? «A´ Candide, facce ride»? Ma se cambiano i governi, poi, «se ride, de che?».