M.Antonietta Calabrò. Corriere della Sera 8/3/2007 Erika Dellacasa, ibidem Luigi Accattoli, ibidem L.Acc., ibidem Jacopo Jacoboni, La Stampa 8/3/2007, 8 marzo 2007
SUL NUOVO PRESIDENTE DELLA CEI, ANGELO BAGNASCO
ROMA – «Quando il Papa chiama, si risponde». «Prontamente». Sono le prime parole dell’arcivescovo di Genova, monsignor Angelo Bagnasco, dopo l’ufficializzazione della sua nomina a presidente della Conferenza episcopale italiana. Insieme alla gratitudine per il Papa per la fiducia accordatagli e per la chiamata cui «ho prontamente aderito, rassicurato dalle sue autorevoli indicazioni, confidando nella grazia del Signore e certo della benevola collaborazione di tutti».
«CESARE NON E’ TUTTO» – L’annuncio è stato diffuso alle 12, in contemporanea, in Vaticano, con un comunicato della sala stampa, e a Genova con una lettera letta dallo stesso Bagnasco, visibilmente commosso, nella Sala della Curia del palazzo vescovile. Alla stessa ora, l’addio, nella sede della Cei, del cardinale Camillo Ruini. Intanto in Vaticano, Benedetto XVI ha ancora una volta indicato in modo pacato e fermo le linee del rapporto Chiesa- politica e della sua concezione della laicità dello Stato, che tanto hanno impegnato la Cei durante gli ultimi mesi, nel dibattito su pacs e dico.
Durante l’udienza generale Papa Ratzinger citando una lettera del terzo successore di Pietro, San Clemente, (che scrisse ai Corinti che «Cesare non è tutto») ha detto che «la Chiesa riconosce la legittimità delle istituzioni politiche, ma le autorità devono essere docili a Dio». Insomma, la Chiesa riconosce l’autorità dello Stato ma chiede ascolto.
significativo che «la Nota» sui Dico «impegnativa» per i politici cattolici, che dovrà essere pubblicata tra poco, lasciatagli in eredità dal cardinale Camillo Ruini, sarà il primo importante compito «politico» del neopresidente dei vescovi italiani.
COLLEGIALIT – Nel suo messaggio di Genova, Bagnasco si è rivolto a tutti i vescovi italiani sottolineando le parole «collaborazione», «collegialità» e la necessità di «una sempre più profonda comunione con il Papa». «Sono certo – ha affermato – della preghiera vicendevole e della stima reciproca che già ci lega. A loro chiedo comprensione e collaborazione per camminare insieme guardando a Cristo, pastore grande delle anime, al Santo Padre, alla Chiesa che è in Italia e alla storia».
Poco dopo, davanti ai giornalisti, rispondendo a una domanda sulla continuità con l’era Ruini, ha ricordato che il cardinale resta «una risorsa» importante all’interno della Cei come vicario del Papa per la Capitale (è una novità, dopo 22 anni, la divisione delle due cariche). Quindi ha posto l’accento sul fatto che la Cei «è organismo di collegialità e fraternità per i vescovi, che opera in stretta comunione con il Papa, Vescovo di Roma e Primate d’Italia la cui parola è illuminante e chiaro riferimento per tutti».
Quanto alla nazione italiana Bagnasco ha affermato, citando il Concilio, che «nessuna situazione difficile vede la Chiesa lontana o indifferente: essa è alleata dell’uomo». La giornata di Bagnasco è proseguita con una messa celebrata fuori Genova, alle 18, con i francescani. Al Tg1 delle 20, infine ha dichiarato: «Saremo in prima fila a difesa della dignità umana» e ha citato il «rispetto per la vita e per la famiglia».
AUGURI BIPARTISAN – Una pioggia di felicitazioni per Bagnasco. A partire dalle più altre cariche istituzionali: il presidente della Repubblica e quelli di Camera e Senato. Romano Prodi gli ha inviato gli auguri suoi «personali e quelli del governo», ma nel suo messaggio non c’è nessuna citazione o riferimento a Ruini. Quelli che manda il vicepremier Rutelli sono «cordialissimi e deferenti», poi è la volta dei ministri della Giustizia e della Difesa Mastella e Parisi. Rosi Bindi si dice certa della possibilità di «collaborare insieme per il bene delle famiglie». Il segretario dei Ds Piero Fassino sottolinea che «con il dialogo» si potranno cercare «soluzioni condivise». Il sindaco di Roma, Walter Veltroni è anche lieto di continuare a lavorare con Ruini come Vicario. Ma Roberto Villetti (Sdi) mette in guardia: rispetto a Ruini forse cambierà la forma ma non la sostanza. Fuori dal coro, anche Franco Grillini (ds) leader di Arcigay («va in pensione il nemico dei diritti civili») e Alessandro Cecchi Paone che propone di fare del prossimo 10 marzo (giorno della manifestazione dei gay) il giorno della liberazione da Ruini.
Nel centrodestra Silvio Berlusconi accoglie la nomina di Bagnasco con «particolare soddisfazione». E così pure Casini, Cesa e Buttiglione dell’Udc, Ronchi di An. Il laico Pera e il cattolico Formigoni.
A NASSIRIYA
Mons. Angelo Bagnasco cresima i militari italiani a Nassiriya nel 2004
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Corriere della Sera, 8 marzo. GENOVA – «Sarà un presidente con una grande attenzione alla vita spirituale. Monsignor Bagnasco è un tradizionalista, con un tratto di intransigenza nel carattere». Così don Gianni Baget Bozzo saluta la nomina dell’arcivescovo di Genova, insediatosi da appena sei mesi, a presidente della Cei.
«Il vantaggio di una figura meno autoritaria di monsignor Ruini – dice don Baget – è che potrebbe lasciare più spazio ai vescovi». E questo non porterà a una nuova conflittualità? «Non credo, perché questa nomina viene dal segretario di Stato Tarcisio Bertone e dal Papa, saranno loro, soprattutto in questa fase, a guidare la Cei. La presenza di monsignor Bagnasco eviterà i conflitti diretti». Tutti si interrogano sul ruolo, la personalità, il peso che saprà esercitare questo religioso di 64 anni, genovese, legato al mondo degli scout, cappellano militare dal 2003 al 2006 e oggi successore di Ruini. Da Genova. Come il cardinale Giuseppe Siri suo mentore (che negli anni Settanta gli ordinò di frequentare l’Università di Filosofia di Genova nel pieno della contestazione), Bagnasco infatti presiederà la Cei senza lasciare l’arcivescovado. Riservato, misurato nelle parole, nelle uscite pubbliche, è uomo che, fino ad ora, si è concesso poco alla comunicazione mediatica, fino ad apparire un po’ scostante, perfino freddo. Assicura monsignor Domenico Calcagno, vescovo di Savona, che con Bagnasco ha condiviso gli studi al seminario genovese e se lo ricorda «sempre magrissimo, quando anche lui tirava qualche calcio al pallone». «Anzi – continua Calcagno – se devo indicare un suo carattere distintivo è proprio la bontà d’animo, l’attenzione umana. Proprio poco tempo fa abbiamo organizzato una cena al santuario della Misericordia di Savona con gli ex compagni di scuola. Ha sempre tenuto i contatti con tutti noi. un uomo riflessivo, è una cosa diversa dalla freddezza. In realtà è portato al dialogo». Anche Calcagno prevede un’azione di Bagnasco «nel solco della continuità con monsignor Ruini. C’è sempre stato feeling fra loro». Ancora una volta un po’ fuori dal coro è il commento di don Andrea Gallo. «Prete da marciapiede» come ama definirsi, fondatore della comunità di San Benedetto, che non vede così scontata la continuità con Ruini. Per lui «don Angelo», come ha sempre chiamato Bagnasco, in fondo un ragazzo dei caruggi (la famiglia viene dal quartiere del Molo) rappresenta «sicuramente una buona scelta». Questo perché «non ha legami con nessuno, altri candidati erano vicini all’Opus Dei, ai focolarini, a Cl o ai poteri forti e parlamentari. Don Angelo no, e sono sicuro che ripartirà dai problemi degli umili e non astrattamente da quei valori non negoziabili che poi ogni giorno ci troviamo a dover negoziare. Penso che darà voce ai vescovi e ricorderà loro che non devono andare a Roma a dire sempre sì come delle pecorelle, ma devono rappresentare i problemi delle loro diocesi». (Erika Dellacasa)
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ROMA – La presidenza Bagnasco seguirà la rotta tracciata dal cardinale Ruini, ma la strumentazione sarà diversa e in parte nuova suonerà la musica che ascolteremo. La somma dei poteri decisionali, di gestione e di indirizzo conseguiti dal predecessore verrà probabilmente ripartita – di fatto – su più soggetti e avremo un presidente meno autonomo, che agirà in diretto collegamento con la Segreteria di Stato vaticana, una conduzione più collegiale delle attività della Cei, un maggiore protagonismo del «segretario generale» e dei vicepresidenti.
Non c’era mai stato un presidente Cei che fosse restato in carica per 16 anni, come il cardinale Ruini, ma soprattutto mai si era avuta una conduzione di vertice dell’episcopato italiano così accentrata e così autonoma rispetto a ogni altra istanza.
Accentramento e autonomia realizzate senza riforma di struttura ma per una serie rara di combinazioni favorevoli: la forza del personaggio, la straordinaria autorità morale conseguita negli anni e già alta all’esordio (al momento della nomina Ruini aveva già retto per un quinquennio la «segreteria generale» della Cei), la somma delle qualifiche di vicario di Roma e presidente della Conferenza episcopale, la piena fiducia e delega papale sulle questioni italiane.
Mai nessun presidente Cei aveva avuto l’influenza del cardinale Ruini sulla nomina dei vescovi e nessuno – se si esclude Poletti, anche lui vicario di Roma – aveva avuto lo stesso accesso al Papa.
Ancora e soprattutto: i presidenti che l’avevano preceduto governavano una struttura agile e minima, rispetto all’attuale. Sotto Ruini e grazie ai fondi dell’«8 per mille» la macchina è cresciuta enormemente: da uno a quattro, a tener conto semplicemente delle persone che ricevono uno stipendio direttamente dalla Cei.
Con l’accesso al Papa che si diceva, con il governo efficace e duraturo della grande macchina da lui stesso costruita e con la possibilità di influire sulle nomine episcopali, il cardinale venuto da Sassuolo a Roma nel 1986 in 21 anni si è affermato come un plenipotenziario dell’intero episcopato italiano.
Nessuno forse avrebbe potuto imitarlo in tale ruolo e comunque la scelta del Papa tedesco è stata di non tentare la via dell’imitazione, che avrebbe prodotto – poniamo – una presidenza affidata al patriarca di Venezia Angelo Scola.
La scelta di Bagnasco implica una ridistribuzione del ruolo e dei poteri che Ruini aveva accentrato. Ma come l’accentramento non era venuto per riforma, così anche il decentramento sarà affidato alla prassi.
Bagnasco resterà a Genova («Andrò a Roma una volta alla settimana», ha detto ieri) e dunque sarà meno presente – rispetto a Ruini – nelle attività della Cei nelle celebrazioni vaticane, ma anche sulla scena pubblica nazionale e nelle dirette televisive. Ne verrà un abbassamento di immagine che riporterà la figura del presidente dei vescovi al modello già impersonato dai presidenti «periferici» Urbani, Poma e Ballestrero.
Lo spazio lasciato disponibile sarà occupato dal «segretario generale», il vescovo Giuseppe Betori, che risiede a Roma ed è a tempo pieno. Sarà lui a rappresentare la Cei in tutte le occasioni che sfuggiranno – per ragioni geografiche – al presidente genovese.
Avremo dunque un segretario più «presente» e più autonomo sia ad intra sia ad extra: forse il secondo quinquennio della segreteria Betori darà alla sua figura il ruolo che in altri tempi fu di un segretario forte come Bartoletti.
Ma anche l’accesso al Papa di cui godrà l’arcivescovo Bagnasco sarà certamente minore rispetto a quello di Ruini, non tanto in dipendenza della lontananza geografica quanto perché Bagnasco non è vicario di Roma e dunque gli mancheranno tutti quei contatti – più di uno a settimana – che il «vicario» Ruini aveva con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Non avendo un contatto diretto e continuato con il Papa, il nuovo presidente dovrà fare riferimento alla Segreteria di Stato vaticana e anche qui è possibile indicare il ritorno a un modello già sperimentato nel decennio 1967-1977 con i presidenti Urbani e Poma che trattavano con il Papa per il tramite del sostituto alla Segreteria di Stato Giovanni Benelli. Questo ruolo oggi sarà svolto dal cardinale Bertone.
Infine la collegialità della conduzione: la presidenza della Cei è un organo collegiale di cui fanno parte il presidente e il segretario nominati dal Papa e tre vicepresidenti eletti dall’assemblea, che oggi sono Luciano Monari, Piacenza, per il Nord; Giuseppe Chiaretti, Perugia, per il centro; Benigno Papa, Taranto, per il Sud. Con Ruini i vicepresidenti avevano una funzione più liturgica e notarile che di governo. presumibile che con Bagnasco tornino a svolgere un ruolo rilevante.
Luigi Accattoli
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ROMA – Il linguaggio dell’arcivescovo Bagnasco è meno netto e vibrato di quello del cardinale Ruini, ma inteso a veicolari gli stessi «criteri non negoziabili». Spesso fa proprie espressioni e idee care al presidente uscente. Attenzione tuttavia alle inflessioni, perché il linguaggio dice l’uomo e il parlare colloquiale di Bagnasco segnala un uomo portato quasi naturalmente a cogliere la prossimità con l’interlocutore, prima che la lontananza. Un’attitudine probabilmente rafforzata dall’esperienza giovanile di animatore degli scout e della Fuci. Nell’intervista di domenica al «Corriere della Sera» abbiamo riascoltato il cardinale Ruini che invitava a non aver paura della contestazione, quanto piuttosto dell’«irrilevanza» ed ecco Bagnasco che nell’omelia di Santo Stefano, il 26 dicembre scorso, toccava così il tasto della «sistematica contestazione» della fede cristiana: «Chiediamo l’umile coraggio dell’amore che, senza mai imporsi, si propone a tutti con rispetto e convinzione, senza complessi». Più volte il cardinale Ruini ha richiamato alla «verità» cristiana sull’uomo, che non può essere ridotto a «parte della natura circostante». Lo stesso richiamo in bocca all’arcivescovo Bagnasco suonava così, nel discorso per il «Te Deum» del 31 dicembre scorso: «Mentre annuncia il vero volto di Dio, la Chiesa deve annunciare anche l’uomo, il volto del quale oggi è talmente sfumato da distinguerlo con fatica dal resto della natura, quasi ne fosse una particella appena più evoluta». Benedetto XVI ha parlato ultimamente di «unicità irripetibile» della famiglia – espressione subito ripresa dal cardinale Ruini con riferimento alle coppie di fatto – ed ecco come, qualche settimana prima, Bagnasco aveva espresso un concetto analogo, l’ultimo dell’anno, rivolgendosi agli sposi: «Come Comunità cristiana continueremo a sostenere senza ambiguità e sofismi la vostra identità ineguagliabile». Il cardinale Ruini e papa Ratzinger segnalano un primato in Europa della comunità cattolica italiana, che potrebbe svolgere un ruolo guida nell’opera di contrasto alla secolarizzazione: è uno spunto che torna più volte nelle omelie di Bagnasco. Il giorno dell’ultimo Natale descrivendo l’«umanesimo integrale» che ci viene dalla «grotta di Betlemme» affermava che esso «ancora oggi – specialmente in Italia – costituisce il nostro ethos sostanziale». Il 31 dicembre ha detto che su vita e famiglia «il mondo guarda all’Italia, se ha ancora qualcosa di proprio da dire all’umanità, oppure se vorrà unirsi al coro». Ma anche il mite Bagnasco ha qualche impennata di tono e almeno in una delle omelie genovesi si ritrova il tono vibrato del cardinale Ruini al funerale per le vittime di Nassiriya, quando affermò «non fuggiremo davanti ai terroristi». E’ quella del 24 settembre scorso, durante la celebrazione di ingresso a Genova, quando egli, genovese di famiglia e di formazione, fece appello con foga alla sua città: «Ripeti a te stessa l’antico detto: "Genova, la superba"! Superba non perché paga delle tue conquiste, isolata fra le tue torri e i tuoi forti, ma perché vuoi essere la prima, la migliore nella civiltà giusta e solidale».
L. Acc.
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La Stampa, 8/3/2007. JACOPO IACOBONI
INVIATO A GENOVA
Chi sale queste scale, prima o poi diventa qualcuno nella Chiesa. In una stanza ovattata dell’arcivescovado di Genova raccontano un episodio per capire chi sia, nel profondo, il nuovo presidente della Cei. « in primis un genovese vero, riservato, di origini semplici; e poi non dimenticatelo, è il religioso che fu ordinato sacerdote da Giuseppe Siri in persona». Era il 20 giugno del ”66, lo storico arcivescovo di Genova aveva 60 anni, Bagnasco 23. Siri l’aveva conosciuto sei anni prima, in una delle frequenti visite al Seminario in via Porta d’Archi, dove il giovane seminarista frequentava il liceo, già appassionandosi al ”De anima”; e aveva imparato a volergli un bene particolare, ne apprezzava la misura, l’inclinazione allo studio, persino certa evidente timidezza; che vince però, ancora oggi, quando si ritrova coi suoi antichi amici scout.
Da allora molte cose sono cambiate, a Genova, tranne la timidezza di Bagnasco. La si vede anche adesso, alle sette e mezzo di sera, alla fine della messa celebrata in cattedrale con un po’ di raffreddore e naso chiuso, Pater noster in latino, nella quale ha ammonito i fedeli sui rischi di un «cristianesimo senza Cristo e di una religione senza Dio». Ora, assieme ai francescani che in questi giorni sono riuniti ad Arenzano, Bagnasco - che in giornata ha riletto i passi su Sorella Morte del Cantico delle Creature - si trattiene un po’. Affettuoso con tutti, ma con una ritrosia che per alcuni è anche autocontrollo; tutt’altro spirito rispetto all’inclinazione estroversa del suo predecessore, Tarcisio Bertone, che ha giocato un ruolo nella sua nomina alla Cei, ma anche rispetto al tratto talora veemente di Dionigi Tettamanzi, chiamato a succedere a Milano al cardinal Martini. Nessuno come Bagnasco, tuttavia, aveva di Siri quasi l’impronta fisica addosso; e come Siri resta «genovese», cioè continuerà a vivere nelle stanze al terzo piano della curia di piazza Matteotti. «Mi recherò a Roma una volta alla settimana, solo che qualche volta il segretario generale potrà venire a Genova», spiega il successore di Camillo Ruini, finita l’epoca dei viaggi in Iraq e Afghanistan in veste di ordinario militare delle truppe italiane. Si emoziona visibilmente alla domanda sull’Afghanistan e il giornalista italiano rapito. Ringrazia ovviamente chi l’ha preceduto: «Ruini resta fondamentale per la Chiesa». Salvo poi fissare tre cardini: «La parola del Papa, importante e illuminante, quando lui chiama gli si dice sì; la comunione fraterna con tutti i vescovi e i parroci sul territorio; e la consapevolezza della nostra storia».
Già, la storia. Di certo Bagnasco si muoverà nel solco di una Tradizione genovese che ha visto, tra i suoi maestri da ragazzo, uomini come don Guano, don Costa, don Lercaro, oltre ovviamente a Siri, per affievolirsi con la parabola del suo successore, Giovanni Canestri, e ora rilanciarsi. Tradizione che però non significa solo conservatorismo: i primi a chiamarlo sono stati Arturo Parisi, col quale il rapporto s’è rinsaldato nelle missioni all’estero; Enrico Letta; monsignor Crescenzio Sepe; non proprio dei reazionari. Giorgio Napolitano gli ha scritto caloroso. Don Gianni Baget Bozzo, che di Siri fu allievo al liceo Doria, e conosce bene Bagnasco, analizza: « ancora presto per capire quale significato avrà la sua nomina; in Tettamanzi a Milano tutti si aspettavano il progressista prosecutore della linea di Martini, invece lui si è mosso in autonomia. Però Tettamanzi è imprevedibile, Bagnasco lo è meno. Direi che dal punto di vista dottrinario sarà un ortodosso, della più pura linea-Siri, ispirata a una visione tradizionale del compito e del ruolo della Chiesa; dall’altra le sue posizioni politiche sono sempre state più defilate, perciò bisognerà aspettare. Bertone lo gradiva in quell’incarico, ciò può significare che con Bagnasco la Cei conserverà un filo diretto col Vaticano».
Con Tettamanzi, al di là delle differenze, c’è naturalmente qualcosa in comune, ricordano in Curia: per dire, fu lui a ordinare vescovo il sacerdote di Albaro; e lui, esattamente come Bagnasco, non fa mistero di un’esperienza che li accomuna: «Essere stato vescovo a Genova ha un significato che non dimentichi, perché in pochi altri posti come Genova l’episcopato può avere un impatto sociale così forte». Con Bertone il legame è saldo. Tifo per la Juventus a parte: di Bagnasco non si conoscono propensioni calcistiche.
Insomma, tra la Tradizione genovese (Siri) e l’impronta sociale genovese (evocata da Tettamanzi), Bagnasco eredita i due puntelli simmetrici di questa autentica fabbrica di vescovi di prestigio che è la curia genovese. «Sono felice anche perché la città conferma di essere una fucina di leadership, nella politica come nella religione», sorride Marta Vincenzi, la candidata sindaco dell’Ulivo; che elogia l’«equilibrio» di Bagnasco, anche se si augura «che la laicità possa essere tenuta in gran conto da questo presidente della Cei». Di certo già l’intransigente Siri - Papa mancato per tre volte, dal ”58 al ”78 - sapeva come parlare col mondo dei non credenti. C’è un episodio che anche Stefano Zara, ex presidente degli industriali, ulivista cattolico, ottimo amico di Prodi, narra: «Bagnasco è un vero erede di Siri anche perché, come lui, è un uomo che sta dentro la vita genovese. Genova con Siri fu la prima città a creare la figura del cappellano del lavoro, il sacerdote di fabbrica che discuteva coi delegati della Fiom, che cercava un equilibrio tra i mondi. Siri era la dottrina, ma anche l’uomo del confronto coi camalli».
Accadde, è un ricordo di Giulio Andreotti, nel marzo dell’87, quando Siri andò a mediare nella crisi dell’industria genovese e, alla fine, disse: «L’Italsider doveva essere rasa al suolo. Il cantiere di Sestri doveva sparire. E ora tutto è salvo. Mi sono battuto per questo. So che Romano Prodi rimase colpito. Gli dissi che aveva ragione nelle sue scelte, ma a me importava che quelle fabbriche non fossero chiuse». Tradizionalismo e appunto capacità di dialogo e ascolto: anche stavolta - sui Dico, e non solo - c’è di nuovo Genova sulla strada del Professore. (Jacopo Jacoboni)