Vanity Fair 08/03/2007, Gabriele Romagnoli, 8 marzo 2007
Scenda dal mio taxi. Vanity Fair 8 marzo 2007. Il giorno in cui ho deciso di scrivere questo articolo era domenica, c’era il blocco della circolazione per le auto e su Roma cadeva una pioggia che sconsigliava di prendere lo scooter
Scenda dal mio taxi. Vanity Fair 8 marzo 2007. Il giorno in cui ho deciso di scrivere questo articolo era domenica, c’era il blocco della circolazione per le auto e su Roma cadeva una pioggia che sconsigliava di prendere lo scooter. Così ho chiamato un taxi, chiedendomi: «E stavolta che cosa accadrà?». È accaduto questo. Si è presentata una vettura guidata da una donna. Le ho dato il mio indirizzo. Ha chiesto: «In che zona è?». La via la conosce chiunque, tuttavia le ho risposto, spiegandole anche quale strada fare: «Tagli per Villa Borghese ». È partita. Ha superato la deviazione per Villa Borghese, è scesa verso il Lungotevere, al semaforo ha cominciato a consultare lo stradario, furtivamente. Ho detto: «Se vuole le do le indicazioni, ma poi le segua, non faccia come per Villa Borghese, dato che l’ha saltata ». Si è girata, inviperita: «Non l’ha visto il segnale? Non potevo girare!». «La svolta era prima del segnale». «Balle!». «Scommettiamo la corsa? Perché non torna indietro?». «Perché non scende e si prende un altro taxi?». Sono sceso, non ho neppure sbattuto la portiera. Lei è andata via sgommando. Non avevo ombrello né cappello. Al riparo di un distributore di benzina ho chiamato il radio taxi. «Lucca Qualchecosa in quindici minuti». Quindici minuti? «Se le va bene, riagganci». Ho riagganciato. Nel tempo dell’attesa ho aperto un file nell’archivio della memoria. Si chiama «Taxi de Roma». Sapete di che cosa sto parlando. Abitate qui o ci siete venuti qualche volta. Avete preso un taxi. Vi siete ascoltati le radio del tifo a tutto volume («Scusi, potrebbe abbassare?», «Ché? juventino? »), siete stati scaricati all’indirizzo sbagliato («Scusi ma questa è via degli Equi, io avevo detto Sanniti», «Vabbè, so’ tutti popoli estinti»), avete aspettato in strada una promessa che non si realizzava mai, richiamato il 3570 («Scusi, aveva detto quattro minuti», «Chi, io?», «No, la voce al computer», «Così impara a fidarsi di una macchina invece che de n’omo»). Poi ci fanno i film a episodi, uno va al cinema e ride. Ma nella realtà è altrettanto buffo? Forse, finché capita a qualcun altro. Scelgo tre aneddoti fra i tanti che ho collezionato. «Scenda, assassino!» La «donna della pioggia» non è neppure stata la prima a scaricarmi anzitempo. un pomeriggio della primavera 2002. Vivo a Roma e faccio lo sceneggiatore part-time. Story editor, secondo improbabili titoli di testa. Da due anni scrivo le grandi linee e poi correggo i copioni di puntata della serie Distretto di polizia. All’inizio è divertente, poi una noia. I casi polizieschi sono limitati, nel commissariato occorre che qualcuno s’innamori e, inevitabilmente, che qualcuno muoia. Per qualche motivo il pubblico si commuove come fosse toccato a un parente e lo share cresce. Ieri sera abbiamo ammazzato la psicologa, la moglie di Giorgio Tirabassi, impersonata da Carlotta Natoli. È volata dall’ultimo piano di un palazzo, spinta da una mano ignota, mentre cercava di convincere un pazzo a scendere dal cornicione. «All’improvviso, come in un film di Takeshi Kitano », avevo scritto nelle note di sceneggiatura, «è lì che parla e bam! Giù!». Non so se poi sia andata così veramente, ma la persona che mi chiama al cellulare mentre salgo in taxi è rimasta impressionata e prevedibilmente commossa. Perché proprio lei, mi chiede. Do l’indirizzo al tassista poi spiego che qualcuno doveva pur morire, che se muore una donna l’effetto è superiore, che l’attrice doveva fare altro, che l’abbiamo fatta morire felice, in fondo, nel giorno dell’anniversario di matrimonio, dopo aver ricevuto dal marito un regalo bellissimo (basso trucco di sceneggiatura: uccidili sul picco, così la tragedia colpisce di più). Non risulto convincente, ma pazienza. Noto gli occhi del tassista sullo specchietto retrovisore interno. Mi fissa. Cambia espressione. Riaggancio. Rallenta. Dice: «Niente niente lei è quello che ha ammazzato la psicologa?». Dico: «Nel senso che... per finta... ho scritto la storia, ma...». Dice: «L’ha ammazzata lei sì o no?». Dico: «In realtà, o meglio, in finzione, l’assassino è quello che la spinge giù dal nono piano...». Dice: «Ma il mandante è lei». Dico: «Da un punto di vista surreale, in un certo senso, sì...». Dice: «Allora scenda». Dico: «Non siamo arrivati». Dice: «Non importa, azzero il tassametro, non mi deve niente, ma scenda che io non lo trasporto un assassino!». Scendo. Non piove. C’è un bel tramonto sul Tevere. Vedo il Cupolone. Abito a tre chilometri da lì. «Did we say Pompei?» È l’inverno del 2001. Torno da un viaggio negli Stati Uniti. Atterro a Fiumicino. A causa di un disguido, il fidato Ncc (noleggio con conducente) che mi aspetta a ogni tappa non è potuto venire. Mi rassegno al taxi. Sono insieme con il compagno di viaggio, un italo-americano. Sale in auto prima lui e dà l’indirizzo, con pronuncia buona, ma che tradisce l’incerta origine. Partiamo. Durante il percorso chiacchieriamo in inglese. Il taxi imbocca il Grande Raccordo Anulare, il display segnala tariffa extraurbana. Squilla il cellulare del guidatore. Risponde. Parla con un amico, anzi un collega. A un certo punto dice: «No, ci metterò un po’ di più». Ci guarda nel retrovisore, prosegue: «No, è che ho caricato due americani a Fiumicino e mo’ je faccio fa’ er giro de Peppe». Per chi non lo sapesse, il «giro di Peppe» è quello che prevede di circumnavigare una città per fare un chilometro in linea retta. Infatti stiamo superando l’uscita della Magliana, che sarebbe quella giusta, e proseguendo verso casa di Peppe. Non obietto, perché il tassista sta ancora parlando al telefono. Dice: «Oh, sai che ha fatto l’altro giorno quel genio di Gigi? Ha caricato a Fiumicino ”sti giapponesi che volevano andare a Pompei. Bel colpo, sì. Gli ha detto: trecento euro. E sì che lo so che sarebbe onesto, ma aspetta. Gli ha fatto fare due volte il grande raccordo, poi li ha scaricati a Ostia Antica e gli ha detto: voilà, Pompei! Un genio! E quelli che ringraziavano con l’inchino, sai, da giapponesi! E gli hanno pure dato venti di mancia! Un genio!». Riaggancia, ancora sorridente. Ci siamo bevuti anche l’Aurelia e proseguiamo verso Peppetown. Mi sporgo verso il sedile di guida e domando: «Genio, did we say Pompei?». Delitto e castigo. È una mattina di gennaio, nella stagione del change over, il passaggio dalla lira all’euro. Sono a piazza Mazzini e vado al posteggio taxi. Formulo la fatidica domanda: «Chi è il primo?». Dall’adunata di auto in sosta si alza un braccio. Appartiene a un vecchietto appoggiato al cofano di una Uno bianca. Sarà il nonno dei fratelli Savi. Ora, se prendi un taxi al Cairo lo sai: ti tocca una vecchia 128 scassata con l’adesivo «la mia seconda auto è una Porsche», ma giri la città con l’equivalente di un euro. Qui ne paghi tre solo per sederti e le molle sono rotte, lo specchietto tenuto insieme con lo scotch. E nonno Savi ha due lenti dello spessore di una vetrina blindata, ma più impenetrabili. Guida malissimo. Frena all’improvviso, in presenza di ostacoli immaginari. Dal baule provengono suoni metallici, come se trasportasse tegami, e forse lo fa. Rischiamo un paio di incidenti, insulta gli altri guidatori, lasciandoli talmente allibiti che non replicano. Giunge a destinazione. Lo pago in euro. Mi dà il resto in lire, sbagliando a suo favore. Glielo faccio notare, protesta come se a cercare di derubarlo fossi io. Regoliamo il conto, mancia inclusa. Scendo, supero il taxi per attraversare la strada, ma non me lo consente: parte, passandomi su un piede. Durante il tragitto, in previsione di guai, mi ero annotato mentalmente nome e numero di licenza. A casa decido di scrivere alla commissione taxi perché affrontino il pericolo pubblico. Racconto l’accaduto, spedisco e dimentico. Torno al Cairo, dove vivo. Rientro dopo nove mesi e trovo una lettera della commissione. Mi informa di aver avviato un procedimento a carico di nonno Savi. Mi chiedono di «verbalizzare la mia esperienza». Rispondo con due righe: «La lettera che avete ricevuto, secondo voi, non verbalizza l’esperienza?». Mi trasferisco a Beirut, dove i taxi sono vecchie Mercedes e costano tre euro qualunque sia la destinazione. Passa un anno prima che torni a Roma. Tra la montagna della posta c’è una nuova comunicazione della commissione taxi. Mi informa che il procedimento a carico di nonno Savi si è concluso e, «verificata la verità dei fatti da lei esposti, il suddetto è stato condannato all’ammenda di settanta euro». Settanta euro? Io ho scritto perché gli facessero revisionare l’auto e gli occhiali, non perché lo mandassero in giro con lo stesso bidone, le stesse lenti inappropriate e la rabbia di chi pensa di aver pagato settanta euro ingiustamente. Ma tant’è, presto anche noi saremo «popoli estinti», ogni civiltà ha i suoi ultimi giorni di Pompei, magari sul litorale di Ostia. Chi pensa che queste che ho raccontato siano eccezioni, sperimenti la regola, prendendo un taxi de Roma al giorno, magari tramite il 3570. So per certo che nessun elettore dell’Unione è mai stato tanto convinto della propria scelta, e nessun elettore della Casa delle Libertà tanto dubbioso, come il giorno in cui il ministro Bersani ha annunciato di voler liberalizzare il mercato dei taxi. Poi è finita com’è finita: scioperi, blocchi, marce indietro. I conducenti inviperiti hanno anche menato un giornalista che, secondo loro, li diffamava. Mi dovrei preoccupare? E perché? Ho il nome in elenco, ma non trovano l’indirizzo neanche se glielo spiego. Gabriele Romagnoli