Massimo Gramellini, La Stampa 7/3/2007, 7 marzo 2007
L’eccellentissimo governatore delle Due Sicilie, Totò e Cuffaro, ha girato degli spot per una tv locale in cui, indossando la coppola del perfetto picciotto e masticando un dialetto serrato, dichiara guerra a Bush nella certezza di perderla e di staccare la Sicilia da Prodi per farla diventare finalmente una colonia degli Stati Uniti
L’eccellentissimo governatore delle Due Sicilie, Totò e Cuffaro, ha girato degli spot per una tv locale in cui, indossando la coppola del perfetto picciotto e masticando un dialetto serrato, dichiara guerra a Bush nella certezza di perderla e di staccare la Sicilia da Prodi per farla diventare finalmente una colonia degli Stati Uniti. La strategia cuffaresca si colloca nel solco della tradizione di un popolo che ha sempre saputo scegliersi con cura i propri invasori, ogni volta facendo vincere quello che prometteva di cambiare il meno possibile. La Sicilia della Liberazione non amava affatto i liberatori, ma dopo 60 anni li preferisce comunque al governo di Roma, nel frattempo caduto nelle mani di pericolosi bolscevichi come la Binetti. Più della politica estera siciliana, mi sembrano interessanti le forme che il governatore ha scelto per esprimerla. Il travestimento potrà ancora indignare alcuni catecumeni della sinistra e certi vecchi arnesi del liberalismo risorgimentale come il sottoscritto. Essendo rimasti gli unici, catecumeni e vecchi arnesi, ad avere una concezione dell’autorità pubblica ispirata a un minimo di rispetto e di decoro almeno esteriore. Ma si tratta di preoccupazioni che attengono al senso dello Stato, ben poco condivise dagli elettori di Cuffaro, ai quali è lo Stato a fare senso. Mentre un presidente di Regione che atteggiandosi a picciotto mette alla berlina l’istituzione che rappresenta, anziché disgusto ispira loro simpatia.