Susanna Marzolla, La Stampa 7/3/2007, 7 marzo 2007
SUSANNA MARZOLLA
MILANO
Non è un’invasione; non è un fenomeno marginale: è una questione sociale complessa con cui si devono fare i conti adesso e, soprattutto, nel futuro. I numeri del «rapporto sulle migrazioni» redatto per il dodicesimo anno dall’Ismu (Iniziative e studi sulla multietnicità») dicono proprio questo: in Italia si contavano, all’inizio del 2006, quasi quattro milioni di immigrati, corrispondenti al 7 per cento della popolazione totale. Per la precisione tre milioni e settecentomila di cui 760 mila «irregolari» (il 19 per cento del totale). Quindi tre milioni di cittadini stranieri regolarmente vivono, lavorano, vanno a scuola, e nascono.
E’ proprio il dato riferito alle nascite che ci dà già fin d’ora un quadro del futuro: nel 2005 sono venuti alla luce 52 mila bambini figli di immigrati; cioè il 9,4 per cento di tutti i nuovi nati in Italia. Nel 2003 la nascite di bimbi con cittadinanza straniera erano 34 mila. Piccoli numeri, forse, in confronto alla popolazione adulta, ma l’aumento è in linea: oltre il cinquanta per cento, sia per i piccoli sia per gli adulti, aumentati di un milione e duecentomila unità nel giro di tre anni; oltre mille al giorno.
Questi bambini nati in Italia, tra qualche anno andranno a scuola. In Italia. Prima all’asilo (dove oggi sono il 5%); poi alle elementari (il 6%); poi alle medie, dove per la prima volta nell’anno scolastico 2005-2006 il loro numero è in media rispetto agli altri cicli di studio (4,8%). E poi, si suppone, incrementeranno assai più di oggi e in modo meno difficoltoso, la popolazione «straniera» delle scuole secondarie: un quarto vengono bocciati; l’anno scorso si sono diplomati solo in 6500.
E tra dieci anni quando - stima l’Ismu - gli immigrati in Italia oscilleranno «tra un minimo di 5,5 e un massimo di 7 milioni» i minori potrebbero arrivare a quota un milione e 700 mila, la stragrande maggioranza nata in Italia. Già adesso sono circa seicentomila, di cui il 60 per cento ha emesso qui il suo primo vagito. «E’ un fenomeno - sottolinea Giovanni Cesareo, segretario generale dell’Ismu - con cui l’Italia si trova a confrontarsi per la prima volta nella sua storia». La risposta che sembra prevalere è quella di dar vita a una pluri-appartenenza «in base alla quale gli individui, potendo ”scegliere” la propria identificazione etnica, possono anche ”partecipare” a più culture». E così «le nuove generazioni tendono a proiettarsi verso la ricerca di un’integrazione nella società italiana e, al contempo, trovare un equilibrio tra le due culture in cui si trovano a vivere». Un equilibrio tutt’altro che facile, che rischia di incrinarsi nel periodo dell’adolescenza.
Una tematica con cui molti Paesi europei stanno facendo i conti da anni e adesso toccherà anche all’Italia, che deve ancora trovare risposte più consone alla realtà. Secondo l’Ismu, infatti, «è inadeguata la disciplina dell’ingresso dei lavoratori stranieri» mentre «è opportuno ridefinire le norme sulla cittadinanza». I numeri ci dicono che, nel prossimo futuro, ci troveremo di fronte a questioni che non possono essere risolte «con il vecchio modello del lavoro poco qualificato, dove il datore di lavoro chiedeva genericamente ”cento uomini sani”». Gli immigrati in Italia non sono già più così: l’85 per cento dei dipendenti ha un lavoro a tempo indeterminato, l’11 per cento ha già acquistato una casa e il 18 per cento ha intenzione di farlo al più presto; in molti si mettono in proprio (gli imprenditori stranieri a fine 2006 sono 334 mila, il 4,2% del totale italiano).
Una popolazione stanziale, che si riproduce e che, anche, invecchia. Tra dieci anni sarà formata per un quarto da ultra-45enni; un dato che, assieme all’incremento dei bambini, trasformerà completamente il concetto di «immigrato=braccia da lavoro»: i 25-44enni considerati la «componente più produttiva» diminuuiranno del dieci per cento e, contemporaneamente, il rapporto uomo-donna (oggi di 112 maschi ogni cento femmine) si avvierà alla parità.