Gian Guido Vecchi, Corriere della Sera 7/3/2007, 7 marzo 2007
MILANO – «C’è
una cosa che disse una volta Cossiga... Io però la ritengo troppo feroce, sul serio...»
E che diceva, professore?
«Che come presidente della Cei Ruini è stato un grande, ma come segretario regionale della Dc sarebbe stato il massimo». Alberto Melloni, storico della Chiesa, trattiene un sorriso ironico, «è davvero troppo, però mostra come un grande politico possa leggere la dinamica del cardinale».
E quale sarebbe?
«La lunga presidenza di Ruini rappresenta un caso unico. Eppure penso che sia stata la grande occasione perduta della Cei: ha avuto la possibilità di dare alla Chiesa italiana una sua fisionomia e invece ha preferito fare ciò che gli risulta più facile, il dribbling stretto con i partiti».
Il dribbling? In che senso?
«Mi spiego: credo si possano distinguere tre stagioni nel rapporto tra Chiesa e politica in Italia, e quella di Ruini è la terza. Nella prima, impersonata dalla figura del cardinale Siri, la Chiesa tenta d’essere un dominus, è la lunga fase del primo dopoguerra, c’è tensione, non si fida della Dc. Papa Montini invece si fida, alcuni dei dc migliori come Fanfani, La Pira, Dossetti o Moro sono suoi "figli". Inizia la seconda fase, dopo il Concilio emerge la ricchezza del cattolicesimo. Ed è proprio Montini a tentare di far nascere la Cei».
Tentare?
«Non era facile. E solo da noi, con il Papa Primate d’Italia, non esisteva. Poteva sembrare una mancanza di rispetto. Montini, come ha detto Andrea Riccardi, è un principe riformatore. Ma questo sforzo di dare una fisionomia alla Chiesa italiana s’interrompe con il rapimento di Moro. Proprio il suo disegno lo costringe a quell’atroce discorso agli «uomini delle Br»: Paolo VI muore allora, lui che ha tenuto a battesimo la Dc e Chiesa italiana non riesce ad avere una posizione "terza", a mediare».
E Ruini?
«Wojtyla non conosceva i dc da quand’erano piccoli. Dopo la presidenza "normale" di Ballestrero, nell’85 sceglie di commissariare la Cei: e nomina presidente il suo Vicario per Roma, Poletti. Poi gli succede Ruini che diventa Vicario. Il commissariamento è durato 22 anni».
E perché Giovanni Paolo II l’avrebbe fatto?
«Voleva una Chiesa più compatta e Ruini era in grado di spiegargli l’Italia meglio degli altri. Sapeva più di tutti negoziare con la politica. E questo al Papa andava benissimo, tanto al di là c’era sempre lui».
E non è un merito, specie dopo il crollo della Dc?
«Se c’è un aspetto amaro, del ruinismo, è che la politica italiana è andata a destra perché c’era Berlusconi ed è tornata a sinistra per Prodi, non per Ruini. Lui ha continuato a dribblare dove c’era il gioco, come se il sensore di rilevanza fossero i partiti. Sì, la Chiesa è molto e forse troppo temuta nel Transatlantico, ha guadagnato una certa capacità di intimidazione, ma non è questo che la fa essere bella e attraente. un modo di fare che ha annaffiato la pianticella dell’anticlericalismo, una brutta bestia».
Però la Chiesa è più presente che mai, no?
«L’ultima crisi è stata un canto del cigno un po’ triste, Ruini aveva bisogno della caduta di Prodi e non l’ha avuta. Una Chiesa che ha una capacità di diffusione molto più ampia, si trova ad essere rappresentata da una voce monocorde. Ci sarà bisogno di pazienza per riabilitare il dialogo e fare una Chiesa in cui le differenze di opinione sulle cose disputabili non siano trattate come crimini».