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 2007  marzo 07 Mercoledì calendario

GUIDO TIBERGA

Una cena di redazione a Bruxelles, qualche bicchiere di troppo, una parola inesistente buttata lì tanto per chiudere una frase: «schtroumpf». Tra i commensali, quella sera del ”58, c’erano anche Pierre Culliford e Yvan Delporte. Il primo disegnava da tempo un fumetto per bambini ambientato nell’Europa del Medioevo, il secondo era ufficialmente il caporedattore del settimanale Spirou, ma in realtà era una macchina da idee: personaggi, sceneggiature, invenzioni narrative. Non c’era autore, a Spirou, che non gli dovesse qualcosa.
Delporte, morto ieri a 78 anni, continuò quella cena infilando la parola inesistente in ogni frase. Culliford, che gli appassionati di fumetti conoscono come Peyo, si divertì al punto da trasportare il gioco nel suo lavoro: così, in una puntata di «Johan e Pirlouit», saltò fuori un popolo di strani ometti blu che parlavano come lui e Delporte in quella cena surreale. Sono gli «Schtroumpfs», i Puffi, come vennero chiamati quasi subito in Italia, sul Corriere dei Piccoli dei primi anni Sessanta. Era l’inizio di un successo capace di varcare i confini degli Stati e quelli del tempo. E se Peyo si prese quasi tutta la gloria, a Delporte resta il merito di aver trasformato un’idea in un fenomeno di costume che ha attraversato almeno tre generazioni di bambini. Fu lui a insistere perché i Puffi si guadagnassero il ruolo di protagonisti di una serie tutta per loro, lui a collaborare con gli americani quando venne il momento di trasformare il fumetto in cartone animato, è stato lui a scrivere gran parte delle storie da quando, nel ”92, Peyo morì all’improvviso la vigilia di Natale.
Quasi mezzo secolo di vita, tra editoria e tv, sono un periodo straordinariamente lungo per una serie destinata ai bambini. Quando debuttarono, a parte il loro strano modo di parlare, i Puffi non erano troppo diversi dal resto del mondo fantastico infantile, costruito sul minimalismo degli animali parlanti e delle loro piccole storie edificanti. Oggi che i canali satellitari sono popolati di supereroi e cartoni «maleducati» i Puffi tengono duro, con la loro vita impregnata di bontà e le loro casette scavate nei funghi. «Rassicuranti, positivi, immersi nel verde e nella natura», come ha scritto un gruppo di psicologi, sono diventati l’icona del programma infantile ideale. Eppure, non troppi anni fa, dei novantanove ometti blu si era detto e scritto di tutto. Che sono «sessisti», con quel villaggio fatto di maschi operosi e di una sola puffetta, oca e bionda; che sono una metafora della massoneria gnostica; che sono tutti sfacciatamente comunisti, con quell’egualitarismo esasperato dove tutti lavorano per la comunità e quel chiamarsi l’un l’altro con l’appellativo di «puffo». Ci fu persino, e non era uno scherzo, chi azzardò paralleli tra il Grande Puffo e Stalin, tra il puffo Quattrocchi e il compagno Trotsky. I Puffi, probabilmente, sono soltanto una di quelle rare idee fortunate che conquistano il mercato senza sapere bene perché. Peyo, grazie a loro, ha costruito un impero milionario. Delporte ha continuato a fare il caporedattore lontano dalla ribalta, con molte idee e pochi rimpianti.
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