Augusto Minzolini, La Stampa 7/3/2007, 7 marzo 2007
Nel transatlantico di Montecitorio Angelo Bonelli, capogruppo dei Verdi, sfoga la sua impotenza verso quella guerra sempre negata in Afghanistan e che oggi bussa prepotentemente alla porta del governo e della maggioranza con il rapimento dell’inviato di Repubblica, Daniele Mastrogiacomo
Nel transatlantico di Montecitorio Angelo Bonelli, capogruppo dei Verdi, sfoga la sua impotenza verso quella guerra sempre negata in Afghanistan e che oggi bussa prepotentemente alla porta del governo e della maggioranza con il rapimento dell’inviato di Repubblica, Daniele Mastrogiacomo. «Comincia lo stillicidio - si lamenta - e noi non resisteremo. Se arriveranno le prime bare nessuno riuscirà a controllare l’impatto sul Paese. Neppure Fini. La verità è che in Afghanistan c’è una guerra e i nostri soldati la stanno combattendo. Con una strategia militare per di più sbagliata. Il comando americano ha fatto solo errori. I bombardamenti hanno saldato i contadini con i talebani. I contadini sono diventati dei vietcong: lavorano i campi di giorno e usano il mitra di notte. In più sono tornati i reduci di Al Qaeda dall’Iraq. E come se non bastasse il governo afghano è corrotto: a Kabul le ville si sono moltiplicate. Il problema è che noi non possiamo appoggiare una guerra. Né in Parlamento né nel Paese». Di questo si parla fuori mentre nell’aula di Montecitorio si svolge un dibattito sul rifinanziamento della nostra missione militare che sembra lontano anni luce dallo scenario tragico di queste ore. Mentre è in corso l’offensiva più imponente lanciata dalla Nato verso il Sud del Paese, alla Camera si discute dell’oppio che si potrebbe comprare dai contadini afghani per dirottarlo nell’industria farmaceutica. Di drogato, però, c’è soprattutto il dibattito con cui una sinistra di governo va alla guerra facendo finta di niente, nascondendo la realtà sotto una spessa coltre di ipocrisia. Era tutto scritto ma nessuno ne ha tenuto conto e, quando il capogruppo dei Verdi al Senato, Manuela Palermi, sull’onda delle notizie da Kabul ieri ha chiesto il ritiro dei nostri soldati e della Nato, si è compreso in tutta la sua drammaticità quanto la soluzione data alla crisi non sia all’altezza della situazione. Ad uno scenario di guerra si è voluto rispondere con il bizantinismo delle «maggioranze variabili». E, adesso, per correre ai ripari, Romano Prodi sta tentando di dare una verniciata istituzionale al suo governo occupandosi in prima persona di legge elettorale. Operazione vana. Nell’opposizione Fini e Casini esigono dalla maggioranza l’ «autosufficienza» sull’Afghanistan mentre il leader dell’Udc ha parole di fuoco verso l’ex-compagno di strada Marco Follini, che ha puntellato un governo inadeguato: «Non possono prendermi in giro - sostiene l’ex presidente della Camera -. Io non sono Follini. C’è chi lo è e chi li ha». Appunto, la sinistra va alla guerra e ci va nel modo peggiore. E’ successo già in passato, in Kosovo dove un governo di centro-sinistra negò sempre una partecipazione alle operazioni militari, fino ad ammetterla in extremis. Qui si è tentata la stessa operazione in circostanze assai più pericolose. E, adesso, dopo aver ubriacato per settimane il Paese con una lunga serie di «no», il governo conferma, sia pure sottovoce, che ci siamo dentro fino al collo. Le notizie che filtrano non lasciano dubbi: abbiamo sul territorio servizi di intelligence affiancati da «incursori»; il grado di allerta è al massimo livello; i nostri soldati saranno impegnati in operazioni di pattugliamento a piedi e dati i rischi svolgono corsi di «training» psicologico; e si ricomincia con i rapimenti stile Iraq, magari seguiti dai video con i talebani che chiedono al nostro governo di ritirare i soldati. «Ormai la provincia di Herat dove si trova il nostro contingente - ammette il sottosegretario alla Difesa Marco Verzaschi - è zona pericolosa. I nostri si stanno attrezzando. Certo non si può pretendere che non sparino. Certe polemiche non hanno senso. In Afghanistan dobbiamo restare visto che non possiamo uscire dalla Nato, il mondo ci prenderebbe a pernacchie. E’ uno dei motivi per cui D’Alema non voleva più fare il ministro degli Esteri». Quest’evoluzione era nelle cose tant’è che i ministri più impegnati, D’Alema e Parisi, avevano tentato nelle scorse settimane di drammatizzare e di responsabilizzare governo, maggioranza e Paese. Con scarsi risultati visto che questa coalizione, per sua natura, può andare in guerra solo adottando la politica dello struzzo, cioè nascondendoselo. Altrimenti non regge, non tanto nel Palazzo quanto nel Paese: alle Europee del ”99, dopo aver fatto parte del governo D’Alema impegnato nella guerra in Kosovo, i Verdi toccarono il loro minimo storico. Ora il rischio è lo stesso. «Non possiamo - ammette Marco Rizzo del Pdci - gestire una fase del genere per molto tempo. Per ora è Rifondazione sotto schiaffo e ci copre tutti. Ma se in Afghanistan la situazione si complica, un devastante tsunami potrebbe investire tutto l’arcipelago della sinistra massimalista, arrivando a toccare anche la sinistra ds. Se poi c’è il combinato disposto con le questioni sociali, finisce male. Io mi chiedo come faceva il governo italiano a non sapere che era in preparazione un’offensiva Nato». «Finora teniamo - si rincuora il capogruppo di Rifondazione,Gennaro Migliore - ma se c’è un’escalation nasce un grosso problema per noi, per i ds e per il governo». Appunto, il centro-sinistra non è strutturato per la guerra. «Il ”no” alla guerra sempre e comunque - spiega Lanfranco Turci - è nel dna di una certa sinistra». «Sono le contraddizioni della politica estera di questa maggioranza - osserva il diessino Giuseppe Caldarola - e l’ipocrisia con cui vengono coperte è sinonimo di irresponsabilità». Sì, perché il nemico può inserirsi in queste contraddizioni. Come in Iraq. «Causa il dibattito politico - è l’analisi di Rocco Buttiglione - l’Italia è considerata l’anello debole della Nato e c’è il rischio che vengano colpiti preferenzialmente i nostri soldati per forzarci al ritiro». Solo che il dilemma «ritiro» o «non ritiro» è insito in questa maggioranza di governo. E’ un problema che per sua natura non si può risolvere. E allora bisogna affidarsi come Prodi a qualcosa che esula dall’azione politica: «Speriamo - è la frase con cui si è fatto forza ieri sera - che la fortuna ci aiuti».