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 2007  marzo 07 Mercoledì calendario

MILANO

Il provvedimento del giurì è entrato in vigore lunedì: vietata in tutti i giornali, riviste e cartelloni la pubblicità di Dolce&Gabbana «lesiva della dignità delle donne». Per la cronaca: la foto (a firma di Steven Klein) ritrae una donna vestita e distesa, un uomo sopra di lei che la tiene per i polsi e altri quattro che guardano la scena.
La censura accoglie di fatto tutte le denunce di questi giorni, di politici, associazioni e sindacati che ne chiedevano la sospensione immediata. Ma in realtà il comitato di controllo di autodisciplina pubblicitaria si era mosso prima. Il giorno dopo la notizia che dalla Spagna i politici avevano chiesto e ottenuto (dagli stessi stilisti) il ritiro della foto considerata un’istigazione alla violenza sessuale. datata 21 febbraio «l’ingiunzione di desistenza» della pubblicazione con tempo sino al 5 marzo per opporsi. Nessuna opposizione è stata fatta («Ci eravamo presi tempo per riflettere, poi venerdì, dopo le denunce italiane, l’abbiamo ritirata») e lunedì è scattato comunque il ritiro ufficiale.

«Il comitato di controllo ha reso noto di aver ritirato la nostra pubblicità? Ma veramente noi lo avevamo già fatto venerdì quando in Italia è scoppiato tutto questo "can-can"!» .
Tipi strani i Dolce e Gabbana, non poteva dirlo subito (venerdì 2 marzo), anziché affidarsi a un «no comment» quando Amnesty, ministro, senatori, partiti li hanno tacciati di «istigazione alla violenza sessuale» con la loro pubblicità? «Eravamo entrambi fuori Italia e sinceramente non ci siamo resi conti di quel che stava succedendo. Abbiamo scelto di parlare solo dopo aver letto bene tutto. Venerdì non avevamo da aggiungere nulla a quello detto e fatto (ritirato la foto) dopo le polemiche in Spagna! E poi non ci potevamo credere».
A cosa «non potevate credere»?
«Che potesse nascere un dibattito politico su una pubblicità e che sinistra e destra, per una volta, si fossero trovati d’accordo. Sarebbe stato meglio se si fossero trovati d’accordo su questioni più importanti!»
Però se ne siete stupiti ancora adesso, perché il ritiro, ancor prima dell’obbligo?
«Perché noi amiamo le donne, per noi sono madri, amiche, sorelle, le abbiamo sempre rispettate mettendole al centro del nostro mondo. E se le abbiamo offese ce ne scusiamo, e facciamo retromarcia. Non per questo continuiamo a pensarla allo stesso modo: a noi quella foto non ci ha mai fatto venire in mente la violenza. Chi ci conosce sa che quei messaggi non ci appartengono, piuttosto noi alle donne diamo un frustino, come nella nostra ultima sfilata».
Una donna distesa, un uomo che le tiene i polsi, altri cinque attorno che guardano... Possibile che non vi abbia sfiorato il pensiero?
« tutta una finzione, una realtà plastica. Un futuro plastico. Non ci sono emozioni in quegli sguardi: né positivi, né negativi. Guardate la faccia di quella donna, non è certo quella di una vittima, è finta, irreale. Poi indossa un abito, le scarpe.... No, mai sfiorati dal dubbio. La nostra intenzione era solo quella di creare una scena in cui al centro c’era una donna, protagonista di una pubblicità di jeans per l’uomo. E che la fotografia sia oggi anche un’espressione d’arte non è una novità. Detto questo, con il senno di poi, ci scusiamo, questo sì».
L’allarme «violenza» sulle donne è alto. Anche fra gli omosessuali gli abusi sono in aumento.
« vero, quindi se ne occupino con più serietà e non dopo una foto di moda. Forse che volessero tutti farsi pubblicità con una pubblicità? Sappiamo benissimo, per quanto non abbiamo mai toccato con mano il problema, né fra amiche né fra amici, che esiste. Ma la violenza è ovunque. Perché non sono violenti i video game dove vinci solo se uccidi o i giocattoli che sputano sangue?».
Forse la vostra era troppo esplicita?
«Ora o noi siamo matti, e con noi tutti quelli che hanno visto e approvato quella foto, oppure è un problema di chi guarda, sempre con occhi distorti, la realtà, penso anche al ministro... Se ci conoscesse, almeno. Perché quella foto è stata affissa enorme all’aeroporto di Malpensa già qualche tempo fa e nessuno ha mai detto nulla. Non abbiamo ricevuto neppure una protesta, eppure quando succede che facciamo qualcosa di sbagliato, può anche essere una vetrina, la gente chiama, ci scrive, si lamenta!».
Pubblicità violenta e volgare: è l’accusa completa.
«Eh no. La volgarità sono i reality dove alle 20.30 ti mostrano due che fanno l’amore e neppure si conoscono o i programmi dove le ragazze hanno il sedere di fuori... A questo dovrebbero ribellarsi le donne. E poi la storia dello sciopero dell’8 marzo. Siamo seri: quel giorno non è una ricorrenza commerciale qualunque, è l’anniversario di un giorno in cui morirono bruciate 129 donne, operaie rinchiuse dal padrone in una fabbrica. Ricordino a tutti quell’episodio piuttosto che scioperare per una pubblicità di moda».
Hanno chiesto una «campagna riparatrice» contro la violenza sulle donne.
«Ma noi facciamo le nostre campagne per vendere dei vestiti! La tentazione è quella di uscire con un quadro "al contrario" un uomo disteso, una donna sopra di lui e altre cinque che guardano. Reagirebbe qualcuno?».
Il «no comment» di venerdì, il discorso sulla foto d’arte, la storia della recensione della cotoletta, alcuni giornalisti fuori dalle sfilate, le foto di voi nudi per «W»: c’è chi vi trova, per tutto questo, arroganti.
«Come dice mia madre (parla Stefano
ndr) quando sali in alto i venti sono sempre più forti. L’invidia è una brutta bestia. E comunque che modo abbiamo noi per difenderci da chi ci offende se non smettere di invitarli a casa nostra, interrompere i rapporti commerciali o esagerare mettendoci a nudo?».
In uno spot tv Stefano bacia appassionatamente una donna con le ali: un uccello?
«O mio Dio. un angelo con le ali nere, null’altro. Leggiamolo come un gesto d’amore alle donne, almeno quello».