Il Sole 24 Ore 07/03/2007, pag.12 Alberto Negri, 7 marzo 2007
A caccia di storia nel Paese proibito agli stranieri. Il Sole 24 Ore 7 marzo 2007. Una delle ultime volte che tornammo insieme da Baghdad le nostre compagne vennero a prenderci all’aeroporto di Fiumicino per strappare la promessa che non saremmo mai più andati in Iraq
A caccia di storia nel Paese proibito agli stranieri. Il Sole 24 Ore 7 marzo 2007. Una delle ultime volte che tornammo insieme da Baghdad le nostre compagne vennero a prenderci all’aeroporto di Fiumicino per strappare la promessa che non saremmo mai più andati in Iraq. Ma le promesse dei giornalisti sono come quelle dei marinai. E così con Daniele Mastrogiacomo siamo ritornati in posti come l’Iraq, l’Afghanistan, il Libano, là dove porta il mestiere di inviato, dove esplodono i conflitti e le tensioni, dove si accende l’immaginazione per raccontare una storia. Da inviati conosciamo il rischio ma non sempre il limite. Perché il confine è sottile, perché nonostante le precauzioni nessuno può prevedere davvero quello che accadrà lungo la strada oppure in una vallata remota, chiusa tra le montagne. L’inviato si deve fidare per forza della gente che conosce, con cui entra in contatto: in molti casi si tratta di incontri straordinari, in altri si sfiorano il dramma e la tragedia. Ma proprio perché l’inviato conosce il rischio, conosce anche la tenacia e la speranza, l’unico bagaglio al seguito che nessuno può rubarci. Perché insistere con un mestiere che fa viaggiare accanto alla morte? Per la maggior parte di noi non riserva né soldi né fama. E a una certa età neppure l’adrenalina che sale in corpo con l’avventura narcotizza le delusioni. Ognuno di noi credo che abbia la sua risposta. Daniele forse in questo momento, in qualche luogo oscuro, si sta interrogando e dialoga a distanza con la sua compagna, con le sue angosce, ripetendo a mente frasi e frammenti di discorsi, chiusi in silenzio o con nervosa insofferenza. Ognuno torna in un posto per qualche motivo: l’Afghanistan, per me, è un pellegrinaggio, alla memoria di Maria Grazia e di Julio, assassinati nel 2001 sulla strada Jalalabad- Kabul. La morte arrivò nella gola di Sarubi dove ero passato indenne soltanto tre giorni prima. Ma soprattutto si torna in Afghanistan perché da lì passa la storia. più di un secolo che intorno a queste vallate scoscese, senza una goccia di petrolio, apparentemente prive di valore strategico, si giocano i destini delle grandi potenze. Alla fine dell’Ottocento, quando Russia e Gran Bretagna si contendevano le rotte asiatiche verso i mari caldi e l’India, l’Afghanistan fu il muro su cui si infransero le ambizioni di Londra e di Mosca, descritte allora da Winston Churchill, corrispondente, a cinque sterline a colonna, per il Daily Telegraph. Negli anni 70, al termine del Novecento, toccò all’Unione Sovietica e agli Usa scatenare qui uno dei capitoli più sanguinosi e determinanti della guerra fredda. Gli Stati Uniti sostennero i mujaheddin islamici contro i sovietici e i loro alleati comunisti di Kabul, poi, finita la guerra fredda, voltarono le spalle all’Afghanistan, lasciando che se ne occupassero i pakistani. Islamabad, in mano un regime militare islamizzato, favorì la vittoria dei talebani e l’insediamento di Osama bin Laden. Tra conflitti di potenze e 25 anni di massacri, vennero l’11 settembre, la caduta dei talebani, l’invasione americana e poi la forza della Nato: ma l’Afghanistan stava per essere ancora una volta dimenticato, oscurato dal disastro dell’Iraq e dalle tensioni con l’Iran. L’offensiva di primavera, gli attentati con autobombe e kamikaze, il nuovo scenario che rischia di coinvolgere sempre di più le popolazioni civili, appaiono non soltanto il tentativo di rivincita dei talebani ma l’inizio di un altro capitolo della questione afghana. L’Afghanistan appare sempre di più come il nuovo fronte del conflitto tra l’Occidente atlantico e il mondo musulmano, o almeno una parte di esso. Una storia che si ripete: già nell’800 il filosofo Jamal al Din al Afghani, stella dell’Università al Azhar, indicava negli afghani il baluardo contro l’imperialismo. E nel tempo gli afghani, pagando un prezzo altissimo, sono diventati i più tenaci oppositori della modernizzazione, si sono confrontati con tutte le ideologie novecentesche, dal comunismo all’anticomunismo, finendo per abbracciare l’Islam radicale. "Forbiddden to the foreigners", proibito agli stranieri, era scritto su un cartello piantato ai confini con cui gli afghani nell’800 ammonivano i britannici. Avrei dovuto ricordarmene, mi disse il capo dei Deobandi, una delle tribù più integraliste che incontrai un paio d’anni fa quando i talebani già tornavano a fare sentire la loro influenza nel Sud. Per impartirmi la lezione mi tenne in piedi più di quattro ore, immobile, a 500 metri dall’entrata del suo villaggio. in un posto come questo, nella bocca del leone, che si sono smarrite le tracce di Daniele. Alberto Negri