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 2007  marzo 07 Mercoledì calendario

TRE ARTICOLI SUL PROBLEMA DELLA COLTIVAZIONE DELL’OPPIO IN AFGHANISTAN (90% DELLA PRODUZIONE MONDIALE)


Cecilia Zecchinelli, Corriere della Sera 7/3/2007. Milano. «Un bellissimo fiore di morte, una maledizione per il mondo», dice Antonio Maria Costa, direttore dell’Ufficio droga e crimini dell’Onu (Unodc), che della lotta a oppio ed eroina ha fatto una priorità della sua missione. «Ma cercare di sradicarne la cultura è un’impresa durissima anche se non impossibile: ci sono riusciti Paesi come l’Iran e la Thailandia, per l’Afghanistan sarà invece molto difficile», aggiunge Roberto Arbitrio, responsabile della stessa Unodc a Teheran, che conosce benissimo tutta la regione, compreso l’Afghanistan pre e post-Talebani. L’ordine del giorno presentato lunedì in Italia da una parte del centrosinistra per trasformare legalmente l’oppio afghano in morfina a fini terapeutici è già diventato un caso politico, da noi. Come politico è il peso che la coltivazione e il traffico del papavero hanno assunto in Afghanistan, con i signori della droga seduti in parlamento, metà del prodotto interno lordo del Paese derivata da questa «industria», l’intera sollevazione «talebana» o comunque anti-Nato e anti-Usa sovvenzionata da quei campi di fiori bellissimi, che si trasformano ormai nel 92% dell’eroina usata nel mondo. E nello stesso Afghanistan: i tossicodipendenti locali hanno ormai superato il milione, quasi il 4% della popolazione.
«Sappiamo benissimo che la situazione è complessa e una vera soluzione è lontana, ma la nostra è una proposta umanitaria che vuole dare un segnale di speranza», spiega Sergio D’Elia, deputato della Rosa nel pugno, firmatario dell’ordine del giorno che sta sollevando reazioni durissime nella destra. E che oggi verrà accolto dal governo o, in alternativa, andrà al voto. «Partiamo dalla constatazione che nella terapia del dolore l’80% della morfina è usata da soli 10 Paesi, che in Africa la gente muore senza anestesia – dice D’Elia ”. Almeno nelle province afghane controllate da Karzai e dalla Nato si può tentare questo esperimento, anche se per qualcuno in Italia l’oppio è come lo zolfo: ha connotazioni diaboliche».
Diabolica o meno che sia, l’idea non è nuova. Da anni, proprio in Afghanistan, il think tank internazionale Senlis Council insiste per legalizzare e vendere parte dell’oppio a un «Fondo globale contro il dolore» che produca morfina e codeina, ritenendola una soluzione più rapida e meno dannosa per i contadini rispetto alle colture alternative. Il presidente pachistano Pervez Musharraf ha recentemente dichiarato che si «potrebbe comprare l’intero raccolto di oppio afghano per distruggerlo o usarlo legalmente. Certo avremmo bisogno di denaro da parte dell’Onu o degli Usa, ma si può fare». E anche la Gran Bretagna, che negli ultimi quattro anni ha speso 270 milioni nella lotta all’oppio in Afghanistan, già prima della caduta dei Talebani aveva considerato seriamente (e discretamente) l’ipotesi di produrvi droghe legali. L’idea, secondo i media britannici, starebbe circolando nuovamente a Londra, preoccupata per l’offensiva talebana in Afghanistan e per il fiume d’eroina che invade il Regno Unito.
Tutte proposte respinte dal governo Karzai e dagli americani, che vogliono prima sradicare ogni coltivazione e poi magari riparlarne, nonostante il 2006 sia stato un anno record per la produzione locale d’oppio (+59%) e il 2007 sia destinato, secondo l’Unodc, a raggiungere livelli ancora più alti. E infatti il Senlis Council ha rischiato di essere espulso dall’Afghanistan, Musharraf non è stato ovviamente tenuto in nessun conto (le relazioni Kabul-Islamabad sono sempre più burrascose), l’idea analizzata a Londra (e ora a Roma) non ha suscitato reazioni ufficiali.
«Il vero problema però è tecnico», spiega Roberto Arbitrio, che da oltre dieci anni vive «lontano dalla politica italiana». E sintetizza il suo «no» alla proposta in pochi punti: «Non c’è controllo del territorio e allora: chi compra da chi? Non s’incentiva la riduzione della coltivazione. Non funzionerebbe perché i signori della guerra e della droga non hanno interesse a un business legale». E allora? «Allora si vada avanti premiando le province che si liberano dall’oppio, si proceda con lo sviluppo, la pacificazione, la cooperazione regionale. Pakistan, Iran, Thailandia ci hanno messo 15 anni a uscirne. Ci vuole tempo».
Tempo che in Afghanistan manca. Come manca l’appoggio dei quasi tre milioni di afghani che vivono di queste coltivazioni: è proprio tra i piccoli produttori vittime delle campagne di sradicamento forzato che i Talebani raccolgono proseliti. E anche per questo Karzai ha respinto l’idea degli americani di fumigare i campi con glifosato, come sta avvenendo in Colombia. «Perché la lotta all’oppio è strettamente legata alla sicurezza, a uno Stato che funzioni», insiste Arbitrio. Com’era nonostante tutto il regime dei Talebani, che ridusse drasticamente la coltivazione del papavero? «Nel 2000, è vero, la produzione crollò dell’80%. Ma visto che l’anno dopo il regime cadde, nessuno ha capito davvero se quello fosse l’inizio di un trend o una mossa per ingraziarsi la comunità internazionale, che aveva già condannato le iniziative di Pino Arlacchi, allora capo dell’Unodc, per sovvenzionare i tagli alla produzione – risponde Arbitrio ”. E comunque sia il flusso di vendita all’estero continuò inalterato anche nel 2000, grazie ai magazzini che erano pieni». Da allora, quel flusso ha continuato ad aumentare.

Bill Emmott, Corriere della Sera 7/3/2007. L’idea di acquistare il raccolto di oppio dell’Afghanistan e di utilizzarlo per incrementare la produzione di morfina, secondo la proposta avanzata da Rifondazione (e altri) e da un ex ambasciatore canadese alla Nato, Gordon Smith, non è così fantasiosa come può sembrare.
Si direbbe un’idea pazza solo se si è convinti che l’oppio sia l’essenza del male e che pertanto acquistare i raccolti non farà che incoraggiare i contadini afghani a coltivare un prodotto riprovevole. In realtà, se l’operazione fosse gestita nel migliore dei modi, un simile progetto potrebbe riscattare gli agricoltori, sottraendoli alle grinfie di criminali, signori della guerra e talebani. Il vero problema non ha nulla a che vedere con l’oppio o l’eroina, quanto piuttosto con i costi di realizzazione. Quest’idea può funzionare solo se i Paesi occidentali, tra cui l’Italia, si impegnano a finanziare il progetto, e generosamente, di anno in anno.
Certo, la politica attuale in Afghanistan non sta funzionando. La Nato combatte i talebani, anche se con truppe e materiali insufficienti. I talebani, invece, possono contare su riserve di denaro più che adeguate, grazie allo sfruttamento del narcotraffico, e inoltre raccolgono consensi tra la gente comune, che non vede alcun miglioramento nella propria esistenza sotto il governo di Karzai e dei suoi alleati americani e Nato.
La vita dei normali cittadini non migliora in parte a causa della guerriglia dei talebani, ma anche perché finora sono state costruite poche strade, scuole e ospedali. I contadini cercano di sopravvivere coltivando i prodotti che si vendono in un Paese che è povero e carente delle infrastrutture di base. E tra questi prodotti, il migliore in assoluto è il papavero da oppio. L’eroina rende bene e si può trasportare facilmente malgrado le pessime condizioni delle strade. Con questa realtà si scontra l’azione di contrasto del governo Karzai e della Nato per sradicare le coltivazioni di oppio, con il fuoco e i diserbanti. Non c’è da meravigliarsi se stanno perdendo la scommessa di conquistarsi «la mente e il cuore» dei contadini afgani, visto che si adoperano per distruggere, giorno dopo giorno, le loro uniche fonti di sussistenza.
L’eliminazione delle colture rappresenta una politica pessima, nella realtà odierna dell’Afghanistan, e si presta alla perfezione al gioco dei talebani. In ultima analisi, tutti si augurano che la richiesta di eroina nei Paesi ricchi finirà col diminuire, facendo abbassare i prezzi e rendendo questo tipo di coltivazione meno appetibile per gli agricoltori. Ma questo non accadrà. Oggi l’Afghanistan sforna oltre il 90% dell’oppio mondiale e la produzione è in aumento. Il narcotraffico attraversa i Paesi confinanti, l’Iran, il Pakistan, l’Uzbekistan e altri ancora, in un reticolo di tracciati facili da individuare ma impossibili da controllare.
Pertanto non restano che due scelte: o la Nato e il governo afghano lasciano in pace i coltivatori di oppio; oppure il resto del mondo propone di acquistare l’intero raccolto, ogni anno, sottraendolo alle mani della criminalità. Questo sarebbe difficile, sotto il profilo tecnico, perché occorrerebbe fissare un prezzo per il raccolto che non incoraggi i contadini a contrabbandarlo ai narcotrafficanti che sono disposti a pagare un prezzo ancora più elevato per un prodotto ormai scarseggiante.
Il problema di gran lunga più spinoso però riguarda i costi dell’operazione. Nessuno lo sa con certezza, ma si stima che i contadini afghani guadagnino circa 700 milioni di dollari ogni anno dal commercio dell’oppio. Il reddito complessivo per tutti gli afghani, compresi i talebani, i contrabbandieri, i funzionari corrotti e altri, si aggira su un terzo del Pil del Paese, e cioè 2,8 miliardi di dollari all’incirca. Se vogliamo che funzioni il progetto di acquistare l’oppio da convertire in morfina, quel reddito complessivo dovrà essere rimpiazzato, a beneficio di tutti, talebani esclusi. Per i contadini, si tratterà di acquistare semplicemente il loro raccolto, ma sarà più difficile supplire agli introiti per il resto della popolazione. E questa operazione dovrà essere ripetuta ogni anno, e con la prospettiva di fornire prima o poi agli afghani un modo alternativo di guadagnarsi da vivere.
I costi non sono impossibili: immaginiamo che si tratti di spendere qualcosa come 4 miliardi di dollari o più l’anno. Questo rappresenta grosso modo un ventesimo di quanto la sola America spende per la guerra in Iraq ogni anno. Il lato più arduo sarà convincere tutti a contribuire una quota. E poi ci sarebbe da affrontare un’altra questione: che fare se gli agricoltori di altri Paesi si mettono a coltivare il papavero da oppio per offrirlo in vendita al fondo occidentale per la morfina?
© Bill Emmott, 2007 ( Traduzione di Rita Baldassarre)

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Corriere della Sera 7/3/2007. MILANO – Gianni Vernetti ha molti dubbi sulla proposta avanzata da parte del centrosinistra per iniziare a trasformare legalmente l’oppio dell’Afghanistan, primo produttore del mondo, in morfina destinata a usi terapeutici. «Naturalmente se il Parlamento approverà quell’ordine del giorno, il governo sarà tenuto a verificarne la concreta possibilità di realizzazione», dice il sottosegretario agli Esteri, con delega all’Asia. «Ma a oggi esprimo grandi dubbi, che coincidono con quelli del governo afghano, dell’Onu e dei principali alleati europei». I motivi di scetticismo sono vari, dice Vernetti, impegnato ad organizzare una conferenza internazionale sull’Afghanistan (data probabile: metà maggio) di cui la lotta al narcotraffico sarà un punto chiave. «Karzai come noi sa bene che droga e terrorismo sono strettamente legati. Ma ancora per 10 o 15 anni né Kabul né gli organismi internazionali potranno mettere in piedi un sistema di controllo affidabile per risolvere, ad esempio, il fatto che l’oppio illegale renda 130-140 dollari al chilo contro i 25-30 di quello coltivato legalmente». Le vie da percorrere, per ora, restano il costruire un sistema giudiziario efficiente, la sperimentazione di colture alternative, la creazione di forze dell’ordine locali. Un processo lungo.