Note: [1] Pierluigi Franz, La Stampa 9/1; [2] La Stampa 7/3/2007; [3] Paola Sacchi, Panorama 17/1; [4] Giovanna Casadio, la Repubblica 11/1; [5] Corriere della Sera 12/1; [6] Gustavo Zagrebelsky, la Repubblica 24/12; [7] Angelo Panebianco, Corriere della , 7 marzo 2007
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 14 GENNAIO 2008
Mercoledì i 14 giudici della Corte Costituzionale si riuniranno in un’udienza a porte chiuse per pronunciarsi sui tre referendum elettorali riguardanti l’abrogazione delle coalizioni elettorali per Camera e Senato (in modo da assegnare il premio di maggioranza alla singola lista con più voti e non più all’intera coalizione) e il divieto di candidature multiple. Pierluigi Franz: «La Consulta sarebbe ancora divisa al suo interno, ma alla fine pur se di stretta misura - si parla di un paio di voti - dovrebbe dare via libera». [1]
Per le prime libere elezioni della Repubblica, tenutesi il 18 aprile 1948, fu utilizzato un sistema elettorale proporzionale. La prima legge fu modificata nel marzo 1953 dal governo De Gasperi con l’istituzione di un premio di maggioranza: definita ”legge truffa” dalla sinistra, il premio non scattò e nel 1954 fu abrogata. Dopo Tangentopoli e due referendum, il Parlamento varò nell’agosto 1993 il sistema maggioritario misto per le due Camere noto come ”Mattarellum” (l’on. Sergio Mattarella, allora Ppi, ne era il primo firmataruo). Nel dicembre 2005 la Cdl varò un nuovo sistema elettorale, proporzionale con premio di maggioranza, definito dal suo stesso autore, il leghista Calderoli, «una porcata» (per questo si parla di ”porcellum”). [2]
In caso di sì ai primi due referendum, lo sbarramento salirebbe al 4% alla Camera, all’8% al Senato. Il premio di maggioranza alla lista invece che alla coalizione produrrebbe un sistema bipartitico, in cui, si dice, i piccoli partiti non sarebbero più indispensabili per vincere. [3] Fausto Bertinotti, presidente della Camera e ”lider maximo” del Prc: «L’esito del referendum sarebbe nocivo per il paese quanto l’attuale legge». [4] Per Fabio Mussi e Cesare Salvi, leader di Sd, «se passa una legge in base al referendum, sarà peggiore della legge Acerbo, che fissava un limite del 25% per far scattare il premio» (allusione alla legge voluta da Mussolini nel ”23). [5] Secondo Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale (2004), il sì al referendum attribuirebbe «un mai visto ”premio di maggioranza” alla lista che ottiene un numero di voti qualunque, anche molto basso, purché superiore a quello di ognuna delle altre liste». [6]
Non c’è alcuna differenza di principio fra premio di maggioranza a una coalizione di liste e premio di maggioranza a una sola lista. Angelo Panebianco: «Nulla vieta infatti, in linea di principio, che le coalizioni che si formano in una campagna elettorale siano tante e che una coalizione prevalga (aggiudicandosi il premio) ”con un numero di voti qualunque, anche molto basso”. Tra l’altro, è quello che, in linea di principio, può benissimo accadere anche nei sistemi maggioritari con collegi uninominali». [7]
Quelli come Panebianco sperano di poter presto «incrociare i fioretti: da un lato, i fautori del principio ”maggioritario” (come me e come altri), dall’altro i ”proporzionalisti”, come Zagrebelsky e altri». [7] Paola Sacchi: «Nella sfida all’O.K. Corral tra proporzionalisti e maggioritari c’è anche un terzo giocatore che per qualcuno è pure incomodo. il premier Romano Prodi, il cui obiettivo principale è la durata del governo. L’opinione che si sta facendo strada a Palazzo Chigi è che alla fine il referendum sarebbe per il governo il male minore. Perché con i ”nanetti”, le forze politiche minori, una soluzione si troverebbe». [3] Roberto Maroni dice che, richiesto di un giudizio, il premier «ci ha risposto in modo chiaro che se la legge attuale è una brutta legge, quella che uscirebbe dal referendum sarebbe ancora peggiore». [8]
Grosso è il peso che grava sulle spalle dei 14 giudici, chiamati di fatto a dare un parere decisivo per l’avvento della cosiddetta Terza repubblica. E grossa è la preoccupazione del comitato referendario. Il presidente Giovanni Guzzetta ha fatto recapitare al Quirinale una lettera-appello in cui si chiedeva a Napolitano di «non far mancare un monito» affinché «rimanga assicurato il pieno rispetto delle prerogative di autonomia della Corte». [9] Mario Segni: «Ho fiducia nella Corte, ma quanti spintoni». Il costituzionalista Augusto Barbera, vicino al Pd: «Trovo del tutto anomalo che, per la prima volta nella storia del referendum, partiti rappresentati in Parlamento, come Sinistra democratica, Udeur, Partito socialista, intervengano con la presentazione di memorie oppositive davanti alla Corte. Finora lo avevano fatto solo associazioni della società civile. Non mi pare il massimo del rispetto nei confronti della Consulta perché i partiti rappresentati in Parlamento contribuiscono a eleggere un terzo dei giudici che la compongono». [3]
I giudici della Corte Costituzionale dovrebbero essere 15. Da maggio sono solo 14 perché Romano Vaccarella, eletto nel 2002 su designazione del centrodestra e dimessosi per protestare contro alcuni articoli che riportavano affermazioni attribuite a esponenti di governo circa presunte pressioni sulla Consulta per bloccare i referendum, non è ancora stato sostituito da deputati e senatori in seduta comune. Dei 14 membri (in carica nove anni), quattro sono stati eletti dalle Camere in seduta comune (De Siervo, Mazzella, Silvestri, Napolitano), cinque dall’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi (Flick, Gallo, Cassese, Saulle, Tesauro), tre dalla Cassazione (Bile, Amirante, Finocchiaro), uno ciascuno dal Consiglio di Stato (Quaranta) e dalla Corte dei Conti (Maddalena). Nel caso la votazione finisse sette pari, deciderà il voto del presidente Franco Bile (che in questo caso vale doppio). [1]
Le Corti costituzionali supreme vivono nel mondo e ci sono sempre stati, in tutte le democrazie che ne dispongono, tentativi di influenzarne le decisioni. Angelo Panebianco: «Non vale la pena di scandalizzarsene. Come nel caso di altre Corti, anche la nostra Corte costituzionale dispone di difese, di anticorpi, il più importante dei quali sta nelle garanzie di indipendenza che le assicura la Carta». [7] Tra i giudici di nomina politica ben tre sono ex ministri di governi di centrosinistra (Flick, Gallo, Cassese). Altri sono ritenuti vicini all’attuale maggioranza o personalmente a Prodi (Silvestri, Saulle, De Siervo, Tesauro). Paolo Forcellini: «La loro indipendenza di giudizio è fuori discussione, ma è noto che se passassero i quesiti la legge elettorale ne uscirebbe mutata e la ”legittimazione” degli attuali parlamentari e della maggioranza sarebbe in discussione». [10]
Per come si sono messe le cose può succedere di tutto. Casini: «Potrebbero uscire fuori o le elezioni, o il referendum, oppure l’accordo sulla legge elettorale». [11] Oggi c’è il vertice dell’Unione, domani sarà presentata la bozza Bianco, una proposta di riforma proporzionale stile Germania però corretta in senso maggioritario. [12] L’azzurro Andrea Pastore: « come il pongo: può prendere la forma che uno desidera, con due o tre emendamenti può diventare il modello tedesco, quello spagnolo o uno a metà tra questi due». [13] Il tentativo è quello di cementare in Parlamento una maggioranza antireferendaria; e farle approvare una riforma elettorale di tipo proporzionale, sbarrando la strada ai partiti sotto il 5 per cento dei voti. [14] Salvatore Vassallo: «Un sistema elettorale cioè, che mentre riduce a sei o sette il numero delle liste che conseguono seggi, annulla ogni incentivo a costruire grandi partiti a vocazione maggioritaria». [15]
La novità è che stavolta non ci si limita ad un asse tra Pd e Forza Italia. L’ipotesi è di raggiungere un accordo allargato a Rifondazione comunista e all’Udc; di siglare un patto a quattro che scongiurerebbe insieme il referendum e l’accusa di confezionare una legge tagliata su misura solo per i grandi partiti. Massimo Franco: «Prodi ha sempre temuto il referendum per i contraccolpi che può avere sul governo. In passato gli alleati minori hanno minacciato di aprire la crisi pur di non far celebrare il referendum. Lo considerano infatti una condanna al maggioritario, e dunque una minaccia mortale alla propria sopravvivenza. Ma un’intesa fra Pd, Prc, Silvio Berlusconi e Casini sul proporzionale non può non essere considerata ugualmente insidiosa, a palazzo Chigi. Darebbe corpo ad una specie di ”unità nazionale”, seppure dimezzata, che aprirebbe scenari nuovi in Parlamento». [14]
Se la Corte Costituzionale dichiarasse ammissibili uno o più quesiti referendari, toccherebbe poi al governo fissare la data della consultazione popolare (tra il 20 aprile e il 15 giugno). [1] Edmondo Berselli: «Si possono immaginare due fasi: un primo tempo in cui si cercherà di trovare la quadratura del cerchio sulla legge elettorale; un secondo tempo per vedere se ci sono le condizioni per impostare e approvare alcune modifiche costituzionali congruenti con la necessità di modellare un sistema politico-istituzionale in grado di esprimere la governabilità. Su questo terreno, gran parte dello sforzo ricade sulle spalle di Walter Veltroni. Spalle già un po’ provate, per la verità». [16]
Dopo un primo giro negoziale di notevole successo mediatico, il sindaco di Roma e leader del Pd ha cominciato a pedalicchiare a vuoto. Berselli: «Gli si è sbriciolato fra le mani il ”Vassallum”, cioè il sistema elettorale meticcio, ispano-tedesco, pensato per cercare di fondare la politica italiana sui due pilastri del Pd e del nuovo partito di Berlusconi». [16] Giovanni Sartori: «Cosa è che Veltroni davvero vuole? Far naufragare il negoziato e così andare al referendum? Oppure riesumare in extremis (piacerebbe a Prodi) il Mattarellum, e così produrre ulteriori nanetti?». [17] Veltroni: «Se mi si chiede qual è il sistema che preferisco, io rispondo il sistema francese: doppio turno e sistema presidenziale. Ma dobbiamo distinguere due fasi diverse. Una prima fase riguarda l’oggi: nelle condizioni attuali, ciò che dobbiamo ottenere è un sistema proporzionale ma bipolare, per evitare il rischio dell’ingovernabilità. Poi c’è una seconda fase, che riguarda il futuro: e dico fin da ora che quando si andrà al voto, mi auguro nel 2011, il Pd si presenterà proponendo agli italiani il maggioritario a doppio turno, con l’elezione diretta del Capo dello Stato». [18]