Franco Venturini, Corriere della Sera 7/3/2007 Francesco Battistini, Corriere della Sera 7/3/2007 Francesco Verderami, Corriere della Sera 7/3/2007, 7 marzo 2007
SCHEDA CHE RACCOGLIE GLI ARTICOLI SULLA GUERRA IN AFGHANISTAN USCITI IL 7/3/2007
Franco Venturini, Corriere della Sera - Sarà il riscaldamento globale, sarà la fretta di sparare per primi, sta di fatto che in Afghanistan la primavera è già cominciata. E mentre la Nato parte all’offensiva battendo sul tempo i talebani, un cambio di stagione si verifica anche nella politica italiana: in vista del voto a Palazzo Madama sul rifinanziamento della nostra missione a Kabul, il governo è pronto a considerare normale un eventuale apporto decisivo dell’opposizione.
La sorte del collega di Repubblica Daniele Mastrogiacomomonopolizza in queste ore le nostre inquietudini e soprattutto le nostre speranze. Ma non ci impedisce di vedere che dietro il singolo sequestro ad opera dei talebani, esattamente come dietro il singolo tormento politico italiano, la vicenda afghana si è ormai trasformata in una duplice bomba a orologeria assai difficile da disinnescare: dalle parti di Kabul perché il tentativo di vittoria militare è all’ultima spiaggia e la conquista del consenso popolare appare lontana; a Roma perché l’alchimia delle maggioranze variabili non reggerà per molto alle alternative radicali che l’Afghanistan promette di porre all’Italia.
L’Operazione Achille
lanciata dalla Nato ha obiettivi ambiziosi. Si tratta di prevenire le annunciate mosse dei talebani e di colpire in anticipo i loro raggruppamenti di forze, di spezzare i collegamenti tra guerriglia, narcotraffico e coltivazioni di oppio, di consentire la riparazione della diga di Kajaki per ripristinare le forniture di elettricità in una vasta regione. Ma gli uomini impiegati sono soltanto 5.500 (di cui mille afghani), e il ruolo essenziale affidato alla poco attenta aviazione statunitense moltiplica i rischi di nuove stragi di civili come quelle dei giorni scorsi.
Accanto alla scontata reazione dei talebani, è proprio questo della crescente ostilità popolare il punto debole dell’offensiva Nato. Nessuna guerra è mai stata vinta «contro» gli afghani. E per conquistarne il consenso servono tutti quei complementi civili (negoziati politici, aiuti economici effettivamente distribuiti, infrastrutture, sostituzione del reddito da oppio) che la comunità internazionale non è stata finora in grado di produrre.
L’Italia, eccoci a noi, litiga ma potrà fare poco se il barometro afghano volgerà al peggio. Perché le ambiguità di impostazione nella maggioranza di governo restano forti. Perché una conferenza di pace come quella che il governo insegue crea problemi con i Paesi vicini (il cruciale e fragile Pakistan, l’Iran che forse dialogherà con gli Usa ma soltanto in Iraq) e, come se non bastasse, insospettisce lo stesso presidente Hamid Karzai. Perché, non partecipando ai combattimenti più duri, noi come la Germania, la Spagna e la Francia abbiamo meno voce in capitolo. Perché, infine, se la patata bollente passasse all’attuale opposizione le scelte strategiche non potrebbero mutare di molto.
Se l’Alleanza atlantica non otterrà una vittoria definitiva (e questa sarebbe una sorpresa) si troverà essa stessa in crisi di identità. E l’Italia, con o senza il governo di Romano Prodi, si scoprirà stretta tra un ritiro impossibile e una missione di pace inattuabile.
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Francesco Battistini, Corriere della Sera - DAL NOSTRO INVIATO
KABUL – C’erano una volta gli aquiloni e i loro cacciatori: nel cielo di Kabul, quando ancora non è l’alba, tornano a rombare i C-130 e i caccia. Parte la Grande Offensiva di Bush. Attacco ai talebani del sud.
Operazione «Achille», è il nome: 4.500 americani, britannici, canadesi e olandesi, un migliaio di afgani. Meno uomini e più mezzi, stavolta: una Piccola Armada, al confronto degli 11 mila schierati in maggio per l’operazione «Assalto alla montagna» (800 morti) e anche per l’operazione «Furia della montagna» (settembre) e pure nell’operazione «Tempesta nella montagna» (marzo 2004) e tutte le altre volte in cui la montagna non è riuscita a partorire, per quanto ci si provasse, il topolino della sconfitta talebana. Achille ha il pie’ veloce. L’operazione scatta prima del previsto. Anche le stagioni militari non sono più puntuali: mancano 16 giorni alla primavera, mancano i 4 mila soldati inglesi promessi da Blair, manca il consenso di buona parte della Coalizione, eppure c’era fretta di cominciare. Un contrattacco talebano a Maiwand, pare respinto, nessuna cifra di morti e feriti. Il comandante del blitz, Ton Van Loon, dice che lo scopo dell’offensiva è d’impedire «che gli estremisti, i criminali e i talebani decidano quel che accade in questo Paese» e mette fra i target «rendere possibile la riparazione della diga di Kajaki, il bacino idroelettrico che serve 2 milioni di afgani». L’obiettivo vero è militare: lavare l’onta di Musa Qala, la cittadina che da un mese è in mano agli insorti, e ripulire la provincia di Helmand, rimettere in sicurezza Kandahar. Un piano ambizioso. Quel pezzo di Afghanistan ha il record (dice l’intelligence) della maggiore densità di jihadisti e di un export dell’oppio (il 60% del Paese) che dà lavoro a otto contadini su dieci: chi controlla Helmand controlla mezzo Paese. Per ora lì controllano i talebani. «Sono arrivati in queste settimane centinaia di jihadisti stranieri – spiega Tom Collins, tenente portavoce della Nato ”. Vengono dal Nord Africa, dall’Asia Centrale, dal Medio Oriente». Molti attendono in Pakistan: lunedì c’è stata nel Waziristan una furibonda battaglia, 16 morti, fra tribù leali al governo centrale di Islamabad e qaedisti uzbeki, perché gli stranieri avevano tentato di uccidere l’anziano capotribù.
Contro l’Achille angloamericano, l’Ettore talebano sa che è meglio aspettare. Ci sono movimenti verso la valle di Tagab, controllata dal signore della guerra Hekmatyar, vicino a Kapisa e a quella casa di civili distrutta l’altra notte dalle bombe americane: è probabile che gli insorti vogliano sfruttare la rabbia e l’appoggio popolare, dopo quella strage. «Al Qaeda potrebbe preparare azioni spettacolari» per far deragliare la strategia Usa in Iraq, dice George Bush in un discorso ai veterani dell’American Legion, ma è chiaro che il timore riguarda anche l’Afghanistan: «Quest’operazione Achille non cambierà nulla» minaccia truce Qari Mohammad Yusuf, un portavoce talebano
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Francesco Verderami, Corriere della Sera ...I problemi per l’esecutivo non vengono dalla Camera, dove Prodi ha i numeri per far passare il provvedimento, giungono piuttosto dall’Afghanistan, dalle informative riservate all’attenzione di Parisi e che raccontano uno spostamento di talebani verso la zona di Herat, quella sotto il comando italiano, dove ci sono meno uomini, peraltro meno attrezzati sotto il profilo dell’armamento. Perciò è stato alzato il livello di guardia nell’area, perché è aumentato il rischio di attentati. Ma c’è di più. Anche dal Libano arrivano pessimi segnali, dovuti al pesante riarmo di Hezbollah che sta provocando le comprensibili reazioni – al momento solo diplomatiche – di Israele. Se oltre Kabul si dovesse anche incendiare Beirut, il centro-sinistra avrebbe difficoltà a gestire le due crisi senza ripercussioni su palazzo Chigi... bastata ieri la vignetta di Vauro sul Manifesto, quella che mostra un omino con le mani insanguinate dopo le stragi in Afghanistan, per mandare su tutte le furie il rifondarolo Mantovani: «Quella roba lì è una mascalzonata»...
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IL Foglio - I talebani hanno ottenuto una piccola ma significativa riconquista territoriale nel sud dell’Afghanistan, e sulla loro scia al Qaida, motore del terrorismo internazionale e della sua rete europea apparentemente in sonno dagli attentati londinesi del luglio 2005, si garantisce nuove protezioni. Il Pakistan nucleare, conteso tra occidentalisti e islamisti, particolarmente forti negli apparati dei servizi segreti che custodiscono Osama bin Laden, è al centro del grande gioco strategico, come sempre in coppia con il rivale indiano, nucleare anch’esso. A cerchi concentrici, il fuoco della crisi raggiunge il mondo iraniano-sciita e si estende a tutto il medio oriente, compresi l’Arabia Saudita, l’Iraq, la Siria, l’Egitto, il Libano e la Palestina, e un aspetto decisivo della crisi è il suo carattere prenucleare particolarmente visibile a Teheran. Si può esorcizzare lo scontro di civiltà finché si voglia, ma quello scontro è in corso, ha il carattere della guerra di lunga durata, ha lo sfondo religioso noto come islamismo politico, l’occidente e l’Europa ne sono investiti in pieno.
Che fare? E’ ovvio: combattere. Investire di più nella difesa, mettere risorse e tecnologia a disposizione delle truppe al fronte, unire le forze intorno alle istituzioni militari internazionali, come la Nato che in Afghanistan è benedetta e incoraggiata a combattere dall’Onu. Le conferenze di pace ci sono già state, come a Bonn dove fu tracciato il percorso, rispettato, che ha portato alla formazione di un’autorità centrale a Kabul, e tra un’elezione e l’altra a un dato straordinario e, per il nemico, formidabile, temibile: gli studenti, comprese le donne, in Afghanistan sono passati in cinque anni da uno a cinque milioni. Infatti si moltiplicano gli attacchi alle scuole secolari, visto che l’islamismo politico prevede solo quelle coraniche, le madrasse dove si insegnano odio antioccidentale e terrorismo. Ieri in questo contesto è partita l’offensiva per impedire l’assedio talebano di Kandahar, con truppe e forze aeree britanniche, canadesi e americane. L’Italia di D’Alema e Parisi dove sta? Altrove, spesso isolata anche in Europa, a predicare alle farfalle e a censurare con il ditino alzato gli occidentali che combattono.