Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Sdegno e polemiche per la pretesa dell’Unione Europea di sapere in che modo, e perché, lo Stato italiano faccia pagare meno tasse alla Chiesa.
• Ha diritto di chiederlo?
Sì, naturalmente. L’Unione europea è contraria agli aiuti di Stato per chiunque, a parte casi eccezionali. Per esempio permise allo Stato italiano di dar soldi all’Alitalia, ma per una sola volta e avvertendo che non ci sarebbero state altre deroghe. Infatti, adesso che è entrata in crisi nuovamente, il Tesoro non può metterci neanche un euro. un principio che vuole soprattutto tutelare la concorrenza e che è evidentemente valido anche per le proprietà ecclesiastiche. Perché lo Stato italiano riserva a queste realtà un trattamento privilegiato? Questo – si chiede l’Unione europea – non altera, appunto, la concorrenza?
• A chi fa concorrenza il Vaticano?
Ma intanto direi che non si deve parlare di Vaticano, ma di beni che appartengono a istituzioni ecclesiastiche residenti in Italia. In ogni paese c’è una questione che riguarda questo tipo di patrimoni: bisogna tassare, e come, una chiesa, un convento, un’attività scolastica confessionale? In Germania – dove le diocesi sono ricchissime, e non da oggi – si lascia che il regime fiscale sia stabilito dai comuni. In Francia, dove lo Stato ha confiscato più o meno tutto nel 1905, si applicano le stesse facilitazioni fiscali delle società senza fini di lucro. La Spagna è sotto inchiesta della Ue perché non fa pagare agli enti ecclesiastici la tassa sugli immobili e l’europarlamentare Maurizio Turco, lo stesso che adesso ha denunciato l’Italia alla Ue, l’ha costretta anche a cancellare l’esenzione dell’Iva, che il governo Aznar aveva concesso alle attività ecclesiastiche. In Gran Bretagna le attività della Chiesa cattolica sono considerate alla stregua di tutte le altre iniziative benefiche, laiche o religiose che siano. Questo quadretto dovrebbe anche farle capire che il caso italiano è diverso.
• Perché?
Perché la Chiesa ha in Italia un patrimonio immenso, che, per dirne una, attrae ogni anno decine di milioni di turisti e realizza con questo un fatturato di parecchi miliardi di euro. Vuol sapere a chi fa concorrenza la Chiesa? Ma, per esempio, agli alberghi. La Chiesa, infatti, mentre persegue la sua missione, fa affari. E che affari: gli immobili posseduti dalla mano cattolica sono almeno centomila, gli ospedali e le strutture assistenziali in genere 4.712, le scuole o le istituzioni culturali 8.779. Questo mondo ricchissimo non paga l’Ici, versa solo il 50% di Ires e ha un mucchio di agevolazioni anche relativamente al trattamento dei dipendenti, non so, si possono levare gli stipendi dei sacerdoti dal calcolo dell’Irap, sono anche ammesse deduzioni sull’Irpef, ecc.
• Non è materia da Concordato?
Andreotti ha detto qualche giorno fa alla Stampa che è materia da Concordato e che il Concordato stesso prevede la possibilità che le parti si mettano intorno a un tavolo e discutano. Ha fatto capire che, da parte della Santa Sede, non ci sarebbero problemi. Andreotti parlava dopo gli attacchi di Cento, il sottosegretario all’Economia che ha rispolverato la questione dei privilegi ecclesiastici. Lunedì però monsignor Betori ha spiegato su Avvenire che la materia non è affato concordataria: è roba che decide e può decidere lo Stato italiano in perfetta autonomia. Una posizione cristallina. Betori in pratica ha dett che cercate da noi? Se volete farci pagare le tasse, ditecelo.
• E noi perché non glielo diciamo?
Perché abbiamo una coda di paglia lunga così e quando dico abbiamo mi riferisco sia a Berlusconi che a Prodi, tutti e due preoccupati solo di perder consensi cattolici. Dunque, siccome nel 2004 la Cassazione aveva sentenziato che le proprietà religiose devono pagare l’Ici come tutti gli altri e voleva pure gli arretrati, la Cei – vale a dire i vescovi – chiesero a Berlusconi di far qualcosa, e Berlusconi mise in finanziaria che le attività commerciali svolte da confessioni religiose o da onlus sono esenti da quella tassa. Arrivano però Prodi e Bersani e, naturalmente, la cosa pare loro impossibile. Scrivono quindi un comma dell’articolo 39 del decreto Bersani sulle liberalizzazioni in cui si prevede il ripristino del pagamento dell’Ici da parte degli enti ecclesiastici e delle onlus «che svolgano nei loro immobili attività esclusivamente commerciale». Ed ecco il trucc grazie a quellì esclusivamente basterà che una scuola di preti abbia al suo interno una cappellina dove dir messa e l’Ici sull’immobile si potrà saltare. Badi che tutta la materia vale un paio di miliardi di euro l’anno almeno. Capito perché l’Unione europea vuole vederci chiaro? [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 29/8/2007]
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