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 2007  agosto 30 Giovedì calendario

S’è

conclusa in Turchia, fra tensioni e turbolenze che hanno coinvolto numerose folle di Ankara, Istanbul, Smirne, la prolungata contesa per la presidenza della Repubblica. Il candidato del partito islamico moderato, Abdullah Gül, è stato eletto alla fine dall’ Assemblea nazionale per succedere al severo laicista Sezer, giunto alla scadenza del mandato. Gül, malgrado il successo del suo partito e del governo Erdogan che lo sosteneva nelle elezioni politiche anticipate al 22 luglio, nei primi scrutini parlamentari non aveva raccolto la richiesta maggioranza qualificata. Ora, nell’ultima istanza della votazione a maggioranza semplice, ha prevalso. Ma rimane inviso ai laicisti, anzitutto ai militari, che lo sospettano incline all’integralismo islamico. Il partito di Recep Erdogan, al governo dal 2003, ha promesso tolleranza e moderazione in materia confessionale anche dopo la conquista della presidenza. Ma non è chiaro se davvero, e fino a quando, saranno salvi ancora i principi tramandati dalle riforme di Kemal Ataturk, 1923, in materia di laicità dello Stato. Dall’Anatolia profonda e dal pervasivo islamismo circostante – Siria, Iraq, Iran – risultano pressanti le rivendicazioni della rigida legge coranica o sharia.
Sarà da vedere in quale misura potrà procedere l’evoluzione della Turchia secondo i parametri giuridici europei, codice penale, diritti umani, condizioni carcerarie, tolleranza del dissenso. A Bruxelles, nei negoziati formali per l’adesione all’ Ue, se ne discute dal 2005. Lo stesso Erdogan, in qualche occasione, appare più sprezzante che tollerante verso il dissenso. Un editorialista del giornale turco
Hurryet, per esempio, aveva espresso un’opinione legittima benché certo molesta: «Gül non è il mio presidente». Risposta di Erdogan: «Se a qualcuno Gül non piace se ne può andare dalla Turchia». Fra i governanti europei, non è usuale invitare gli oppositori all’espatrio. Con maggiore senso dell’opportunità, proprio in quei giorni, Erdogan avrebbe potuto rispondere con qualche buon argomento al troppo semplice giudizio dì Nicolas Sarkozy sulla Turchia: «Quella è Asia Minore, non Europa».
La complessa questione dei rapporti tra Bruxelles e Ankara, nei prossimi tempi, potrà forse risultare di portata storica. Sia pure dopo un processo graduale, se fossero associati all’Ue i 75 milioni di cittadini turchi, europeizzati per notevole parte almeno fra i ceti urbani, sarebbero forse un tramite favorevole a mediare fra occidentalismo e orientalismo islamico. Al contrario, nel caso d’una drastica ripulsa europea, la Turchia potrebbe rivolgersi all’ area geopolitica mediorientale che va dalla Siria fino all’Iran. Già il ministro turco Hilmi Guler, accolto con ogni onore a Teheran, ha concordato una joint company energetica per una serie di scambi tra investimenti, gas, petrolio.
L’economia turca è in espansione, dal 2005 accresce ogni anno il suo prodotto lordo del 6,8-7 per cento. La sua manodopera è dinamica e strenuamente laboriosa, come ha dimostrato l’emigrazione in Germania. L’analfabetismo è al minimo, 2,3 per cento della popolazione. Si tratta, malgrado i difficili equilibri tra poteri civili e militari dinanzi alle influenze confessionali, d’una forte nazione con una forte struttura dell’amministrazione pubblica e una forte tradizione unitaria. Non è da dimenticare poi che il suo esercito ha costituito dal 1952, con l’adesione alla Nato, un solido baluardo a presidio della sicurezza europea nel Mediterraneo.