Varie, 30 agosto 2007
AGUS Milena
AGUS Milena Genova 1959. Scrittrice. Genitori sardi, vive a Cagliari dove insegna italiano e storia in un istituto tecnico. Dopo essersi dedicata al racconto, pubblicando i suoi lavori presso alcuni editori isolani, ha esordito nel 2005 presso “nottetempo” con il suo primo romanzo, Mentre dorme il pescecane, la storia di una famiglia sarda “sin dal Paleolitico superiore”. Nel suo secondo romanzo, Mal di pietre, uscito l’anno scorso sempre da “nottetempo”, racconta la vicenda, ambientata negli anni della seconda guerra mondiale e dintorni, di una nonna (nonna della narratrice), della sua vita, del suo matrimonio e dei suoi amori. Il libro ha avuto una vicenda editoriale singolare, rilanciato in Italia in seguito al successo inatteso incontrato in Francia, dove ha avuto quattro ristampe in un mese, per cinquantamila copie vendute. Finalista outsider al premio Strega e al Campiello 2007 • «[...] vive a Cagliari insegnando italiano e storia in un istituto tecnico, non troppo diversamente da Salvatore Niffoi, che insegna in una scuola media del Nuorese. Assonanze lievi, che altre potrebbero richiamarne con altri scrittori, da Giulio Angioni a Marcello Fois per non dire della voce sempre rimpianta di Sergio Atzeni, capaci di inventarsi il loro italiano attingendo in modi diversi al sardo dell’origine. Ma la curiosità vera, che rischia di fare della Agus un caso letterario, è la sua fortuna francese. [...]» (Giovann Desio, “La Stampa” 2/6/2007) • «[...] offre storie sarde senza andare a scavare nelle leggende isolane più truci, senza indulgere al dialetto, senza crearsi un linguaggio letterario artificiale. Solo ogni tanto, e quando è necessario, il suo italiano si impenna in espressioni come “su mali de is perdas” [...]» (Giulia Borgese, “Corriere della Sera” 14/3/2007) • «Mi interrogano spesso sulla mia “esperienza di giovane scrittrice”. Devo subito chiarire l’equivoco: non sono giovane e penso anche di non essere una scrittrice. Però, ho bisogno di scrivere e non riesco a guardare il mondo se non allo stesso modo di quando giovane lo ero davvero. Secondo me ci sono gli scrittori veri e quelli che scrivono, e l’appellativo di scrittore bisogna meritarselo. Allo stesso modo in cui non diremmo mai che uno è un cuoco soltanto perché ci ha preparato due o tre buone cene, così, per essere scrittori, due o tre libri non bastano. Per questo mi sento “una che scrive” e il termine “scrittrice” mi fa paura e per adesso lo rifiuto. Ma l’idea di diventarlo era un sogno, sin da bambina. Sognavo di diventare addirittura una “grande scrittrice”. Ma era l’idea di stupire che mi piaceva. Mi sarebbe andato bene anche mettermi improvvisamente a cantare un’opera lirica da soprano, o parlare le lingue, o suonare con il violino le danze ungheresi di Brahms, o diventare un bravo capitano di barche a vela. E insomma, mi sarebbe bastato far capire che si sbagliavano sul mio conto, quando si intestardivano con gli elenchi delle cose che non sapevo fare, perché fin da bambina soffrivo di “impaccio motorio”. E anche adesso, qualunque cosa io faccia, mi sembra di non essere per niente adatta a quella cosa. Insegno Italiano e Storia in un Istituto superiore e spesso torno a casa triste, con la sensazione di non aver insegnato nel modo giusto, di non aver avuto risultati e di non essere stata utile agli alunni e per tutto questo mi disprezzo. Invece, se scrivo, problemi non me ne metto. Lo faccio per il gusto di farlo. Anzi, scrivo in segreto, con il rimorso di rubare tempo alla realtà. Se mi viene il formicolio al cervello e devo scrivere e qualcuno mi invita a uscire, mi guardo bene dal dire la verità, ma tiro fuori infinite scuse: pile di panni da stirare, compiti degli alunni da correggere e cose del genere. Inoltre ho scoperto che la scrittura, al contrario della musica e delle lingue e della scuola e della destrezza e delle altre cose, riscatta, e in un modo tutto particolare. Per esempio, una persona che nessuno ama nella realtà puoi farla amare tantissimo se la trasformi in un personaggio. Così ho scritto di gente non amata e sfortunata, e ho sperato che avesse fortuna e amore almeno presso i lettori. Nel meraviglioso mondo dell’immaginazione. Ma non si tratta soltanto di fantasia. Ciò che racconto è in parte vero e in parte inventato, e le due cose si mescolano talmente che neppure io mi ricordo quel che ho inventato e quel che è reale e spesso mi capita di attribuire caratteristiche inventate alle persone e inizio a guardarle come personaggi e viceversa. Sto su una sottile linea di confine, come un equilibrista, come quando si fanno quei giochi scaramantici tipo: “Se riesco a camminare esattamente lungo questa fila di mattonelle...”. Non solo per questo mi piace scrivere. Scrivere è la tana che mi porto sempre dietro. Quando mi immagino dentro una situazione o in un posto di disagio, o in preda a una crisi di panico, penso che però potrei sempre tirar fuori il mio quaderno di appunti e rintanarmi nell’altro mondo, e là starei bene. Ho sempre scritto. Sino a un certo punto cose d’amore, per lo più sdolcinate. Allora mi piacevano e ne traevo grande benessere e gioia. Adesso mi danno il voltastomaco, ma a quegli scritti voglio bene lo stesso, anche se ormai nauseanti, perché anche in quel tempo mi aiutavano a stare a mio agio nella tana. Adesso ugualmente scrivo d’amore. Ma senza miele e con ironia. Prima riuscivo a fare dell’ironia soltanto nella vita reale, la mia più grande soddisfazione a scuola non era prendere bei voti, ma far ridere i compagni. Invece nella scrittura le storie erano solo tristi e non mi riusciva di imitare la vita, miserevole e comica allo stesso tempo. Da qualche anno mi riesce. Ne sono orgogliosa. Se un lettore mi dice che ha pianto e riso leggendo una mia storia, sono felice. Perché è così che vedo la vita, misera e meravigliosa, e comunicare esattamente quello che si sente è una grande soddisfazione. Sino a poco tempo fa scrivevo per me. Per fuggire, ma anche per trattenere e salvare dalla morte e dalla dimenticanza le persone e le emozioni. E scrivevo per quelli a cui volevo bene. Non riuscendo mai a farmi capire davvero quando parlo, tramite i personaggi sentivo di potermi spiegare meglio. Regalavo delle storie a quelli che mi erano vicini e dicevo cose che mai sarei riuscita a dire a voce. Quando le storie sono cambiate, però, e sono diventate meno mielose, ma sempre più comiche e miserevoli, allora ho notato che chi mi vuole bene ha iniziato a preoccuparsi, a cercarvi i segni della mia vita reale. Così non ho più fatto leggere nulla a nessuno. Dalla scrittura alla pubblicazione passa tanto tempo e ormai il pericolo che voli dal balcone o dentro un pozzo, come fanno i miei personaggi, è passato. Prima scrivevo racconti, adesso romanzi. Sempre molto brevi, perché ho fretta di arrivare alla fine. Scrivo come mangio: mi abbuffo e poi mi pento che nel piatto non sia rimasto nulla. Anche per le provviste nel frigorifero è lo stesso. Ma non riesco a essere paziente. Una cosa che mi piacerebbe moltissimo sarebbe scrivere con pazienza un romanzo lungo» (dalla plaquette Perché scrivere).