Roberto Rizzo, Corriere della Sera 30/8/2007, 30 agosto 2007
MILANO
Sono le 2.30 di ieri mattina quando Fabrizio Corona sale sul palco di piazza Umberto I a Venosa, provincia di Potenza. Camicia e pantaloni bianchi in onore della «notte bianca», scortato da due bodyguard vestiti di nero, come una rockstar che deve scaldare la folla, urla nel microfono: «Dove sono i 4.000 che non mi vogliono?».
Non l’avesse mai detto.
Dal pubblico, settemila persone, parte un primo coro: «Buffone!». Poi un secondo: «Pezzo di m...», e fischi, urla, lancio di pomodori, altri insulti che qualche applauso cerca di coprire.
Il ritorno in Basilicata dell’agente di paparazzi più famoso d’Italia, dopo i giorni trascorsi in carcere a Potenza per l’inchiesta condotta dal pm John Woodcock sul caso Vallettopoli, era programmato da tempo ed è finito con una contestazione preannunciata. Prima una raccolta di firme (circa 3.500) che ha coinvolto parte della cittadinanza per cercare di impedire lo show, poi il braccio di ferro tra giunta comunale, contraria, e pro loco, organizzatrice dello show «per soli 6.000 euro, un vero affare » (il cachet di Corona, per una normale comparsata in discoteca è il doppio).
Tra fischi e insulti, ma anche foto ricordo e richieste di autografi, il talk show all’aria aperta è continuato. Seduto su di una poltrona al centro del palco, Corona è andato a ruota libera toccando gli argomenti a lui più cari. L’inchiesta del pm Woodcock («Leggendo gli atti è evidente che non capisce un c.... di legge. Sono capitato nelle mani di un pm che cercava popolarità per spianarsi la strada in politica. Ero diventato troppo importante e pericoloso»), il lavoro («Dal niente ho creato un’azienda con 30 dipendenti e 12 milioni di fatturato annuo»), fino alla provocazione nei confronti dei contestatori. Che fino a quel momento erano rimasti in silenzio, esponendo solo uno striscione polemico, prima dell’esplosione di rabbia, che ha visto anche con uno scontro a muso duro tra Fabrizio Corona e uno dei ragazzi che contestavano sotto il palco. «Lo abbiamo fatto perché non accettiamo la spettacolarizzazione delle vicende giudiziarie, soprattutto non ci piace che si usi una piazza per infangare la magistratura », dice Piervito Bonifaci, 16 anni, uno degli organizzatori della protesta anti Corona. Sono in quaranta, tra i 15 e i 35 anni, studenti e lavoratori, e hanno creato un’associazione ad hoc, «Il tarlo», per impedire l’arrivo del re dei paparazzi a Venosa. Non ci sono riusciti, ma sono soddisfatti di come è finita la serata. «E’ inaccettabile che Corona sia tornato da trionfatore in Basilicata, per giunta pagato». Se fosse venuto gratis? «Lo avremmo contestato lo stesso».
Non solo fischi per Corona che ha guadagnato anche degli applausi, dimostrando una buona preparazione sulla storia recente del luogo, quando domanda: «Dov’erano i ragazzi che oggi contestano quando è stato chiuso l’ospedale di Venosa?».
Alla fine, complice anche l’orario (in tutto, la performance è durata 45 minuti), il clima si è addolcito. E l’agente fotografico, sempre scortato dai suoi gorilla, ha lasciato il palco fer mandosi a fare diverse foto ricordo con i fan, soprattutto ragazze, che per tutta la serata hanno cercato di tenere testa alla contestazione.
Il giorno dopo, a Venosa, le polemiche non sono comunque finite. E la giunta comunale, causa l’invito a Fabrizio Corona, ha annunciato di aver tagliato i fondi alla pro loco.
Roberto Rizzo