Ennio Caretto, Corriere della Sera 30/8/2007, 30 agosto 2007
dal nostro corrispondente ENNIO CARETTO WASHINGTON – All’America che da mesi si chiede con inquietudine crescente dove vada la Russia di Vladimir Putin, lo storico Paul Kennedy ha dato una risposta inattesa e ammonitrice
dal nostro corrispondente ENNIO CARETTO WASHINGTON – All’America che da mesi si chiede con inquietudine crescente dove vada la Russia di Vladimir Putin, lo storico Paul Kennedy ha dato una risposta inattesa e ammonitrice. In un articolo sull’International Herald Tribune che ha rilanciato il dibattito sul Cremlino, lo studioso della storia delle grandi potenze ha scritto che la Russia va nella direzione in cui è sempre andata. « daccapo una nazione orgogliosa e assertiva, facilmente riconoscibile per gli storici dello zarismo e del comunismo. Le sue azioni sono prevedibili, sono azioni di una élite di potere che, dopo la disfatta e l’umiliazione, recupera autorità e capacità d’intimidire. Nulla nella sua storia, da Ivan il Terribile in poi, indica che Putin faccia alcunché di nuovo in campo internazionale ». Poi il monito. A lungo termine, non è tanto la politica estera di rivendicazioni e sfide seguita da Mosca che deve preoccupare l’America, quanto la rivoluzione culturale interna – termine che Kennedy evita – cioè la «deliberata campagna di Putin per indottrinare la gioventù russa e riscrivere la storia del grande e tremendamente turbato Paese che essa erediterà, un fenomeno molto importante per il XXI secolo». Paul Kennedy ha discusso di questa lettura della Russia di Putin con il Corriere della Sera. E ha subito contestato che il mondo stia per ritornare alla guerra fredda, come teme Richard Pipes, un altro storico insigne. A suo giudizio, Putin persegue la rinascita del patriottismo, o meglio del nazionalismo russo, non di un’ideologia, segue il modello di Pietro il Grande, non di Stalin. «Ammira soprattutto Aleksandr Gorchakov, che venne nominato cancelliere dallo zar nel 1863, e che ricostruì la Russia dopo la guerra di Crimea. Gorchakov fu una spina nel fianco del cancelliere tedesco Otto von Bismarck, strenuo oppositore della crescita della sfera d’influenza russa, lo diffidò ripetutamente dall’attaccare la Francia». La condotta di Putin nei confronti di George Bush e negli affari internazionali in genere è analoga, può sconfinare nella provocazione, ma evita passi falsi: «Ora pratica sui vicini la pesante diplomazia del petrolio, ora riattiva i voli dei bombardieri. Ma quando un generale affermò che Mosca aveva bisogno di basi militari nel Mediterraneo, Putin lo sconfessò: non è la nostra strategia, disse». Senza chiamarla così, lo storico mette l’accento sulla rivoluzione culturale in Russia, peraltro assai diversa da quella in Cina quarant’anni fa, una strada anche questa già percorsa ripetutamente dal Cremlino. Secondo Paul Kennedy, è sulle iniziative interne di Putin che il mondo deve riflettere, «in particolare la creazione di un movimento patriottico giovanile, i nashi, "nostri", e sulla revisione dei testi di storia per le scuole». Nel mio articolo, rivela lo studioso, «avevo scritto che il movimento mi ricordava quello della gioventù nazista, la Hitler-Jugend, ma questo è stato tagliato per mancanza di spazio». Sull’Herald Tribune, Kennedy non ha fatto un impossibile paragone tra Putin e il Führer, ma ha osservato che oggi ai nashi s’insegnano, oltre ai valori tradizionali, anche la diffidenza per lo straniero «che minaccia lo stile di vita russo», la distinzione tra politiche giuste e politiche ingiuste, e via di seguito. «Mi allarma – spiega – il fatto che decine di migliaia di nashi controlleranno il voto e condurranno sondaggi alle elezioni dei prossimi dicembre e marzo». Egualmente allarmante per Kennedy è il revisionismo storico della istruzione russa. «Non penso che gli alunni debbano imparare solo la versione ufficiale del passato del Paese. Una cosa è raccontare le imprese di Robin Hood in Inghilterra o l’eroismo di Giovanna d’Arco in Francia, un’altra proclamare che entrare nel club delle nazioni democratiche significa cedere parte della sovranità all’America, come avverte un manuale scolastico». I nashi le ricordano anche i balilla, l’indottrinamento prelude al regime? Lo storico fa una pausa: «Non saprei, gli esperti in materia siete voi italiani, dopo la lezione di Mussolini. Per ora, mi limito a notare che Putin cerca di formare un forte consenso interno, un processo che richiederà parecchi anni. Vuole un rinascimento russo che scaturisca non soltanto dall’alto ma altresì dal basso. comprensibile: dopo il trauma del crollo degli imperi zarista e sovietico, Putin segue la linea della continuità». E l’Occidente non può intervenire: «Non ne avrebbe il titolo né i mezzi». L’autore del saggio Il parlamento dell’uomo (Garzanti) riferisce di aver ricevuto una e-mail da Mosca: «Sono lieto che la spaventiamo». Lui ha risposto che «non c’è ancora da spaventarsi perché Putin è troppo intelligente per alimentare i profondi sospetti di vicini quali la Polonia e l’Ucraina con pericolose avventure». La Russia non è una minaccia attuale né imminente, prosegue Kennedy, e se a volte appare aggressiva, «è anche per colpa dell’America, che le lascia spazio perché ossessionata dal terrorismo e dalla guerra in Iraq». Putin «non è il leader venezuelano Chávez né quello iraniano Ahmadinejad, che potrebbero causare crisi improvvise, ma si ispira, ripeto, ai leader storici russi: è normale e c’era da aspettarselo». E il Polo Nord, i bombardieri? «Sono gesti a consumo interno, ovvi tentativi di dimostrare che la Russia è di nuovo una grande potenza. Ma al momento Mosca non ha le tecnologie per sfruttare il petrolio artico, dubito che le abbiano anche i nostri colossi petroliferi. Non ha neppure le armi per tornare al bipolarismo, e infatti insiste sul multipolarismo per contenere l’America ». Che Putin voglia passare alla storia come un altro Pietro il Grande? Kennedy ride: «Da storico della politica, direi che il suo è un piano grandioso, scaturito dall’ansia di riscatto dagli ultimi quindici anni di debolezza della Russia e di semidipendenza dall’Occidente, un piano la cui attuazione dipende dalle riserve russe di petrolio e di gas. Se esse continueranno a dare frutti come adesso, il Paese riuscirà a ristrutturarsi, ammodernarsi e rinnovarsi». Come sotto i più formidabili zar, cambierà volto e assumerà daccapo una funzione cruciale in Europa e oltre. Lo storico conclude riprendendo il suo tema di fondo: «Vorrei ribadire che conviene distinguere bene tra il flettere i muscoli di Putin all’estero e il suo plasmare in casa le generazioni a venire, un esperimento che richiede a sua volta impegno e fondi. Il primo fenomeno è meno significativo del secondo, che va studiato con cura. Nonè ancora detto che produca una gioventù antidemocratica ». Un’altra pausa: «L’Economist ha messo in copertina un Putin vestito da gangster con la pompa della benzina in mano. Ma più che il petrolio e il gas potrebbero essere i giovani russi indottrinati a incidere sul nostro futuro».