Beniamino Placido, la Repubblica 30/8/2007, 30 agosto 2007
Fa caldo. Si suda. un´estate torrida. Insopportabile. Ma prevedibile. Si tratta del famoso "effetto Serra"
Fa caldo. Si suda. un´estate torrida. Insopportabile. Ma prevedibile. Si tratta del famoso "effetto Serra". No, non del serissimo e temibilissimo effetto serra o "global warming" che tanto ci preoccupa (e a ragione, per carità). Ma del fenomeno - brillantemente descritto da Michele Serra ("effetto Serra", appunto) già nell´Unità del 15 agosto 1988 - per cui continuiamo testardamente a stupirci, anno dopo anno, estate dopo estate (dal 1948 almeno, diceva Serra; dal 1988 ad oggi, possiamo aggiungere noi) del fatto che in questa stagione fa caldo, che le città si svuotano e i negozi chiudono. Un fenomeno e una testardaggine sui quali - visto che quando fa caldo la cosa migliore è starsene fermi da qualche parte a pensare - vale la pena riflettere, per fare qualche considerazione sul tempo: meteorologico e non. Abbiamo tutti sentito parlare del conflitto tra "tempo circolare" e "tempo lineare". Presso gli antichi il tempo era circolare. C´erano sempre le stesse stagioni, o le stesse "età" (età dell´oro, dell´argento, del bronzo) che giravano in circolo e - prima o poi - tornavano. Nel mondo moderno invece, il tempo ha una dimensione lineare, rettilinea. Va avanti indefinitamente, senza necessariamente ripiegarsi e ritornare su se stesso. Quello che è stato ieri (non importa se d´oro, d´argento o di bronzo) non è detto che debba ritornare domani. A questo mutamento di prospettiva dal circolare al lineare, ha dato un suo robusto contributo l´avvento del cristianesimo. Perché Cristo dice: non aspettatevi che ritorni nessuna Età dell´oro. Andremo avanti (andrete avanti) dritti, finché ci sarà il mio ritorno. La fine del mondo, la redenzione di tutti, la prospettiva "escatologica", delle "cose ultime". Tutto questo è vero. Ma è altrettanto vero che abbiamo rinunciato dentro di noi ad un ritmo circolare del tempo? A ben vedere, non aspettiamo ogni anno il ritorno delle stesse stagioni, della stessa estate torrida? Non ci organizziamo - mentalmente e fisicamente - per onorare questo ritorno? Insisto. Come mai questa concezione circolare del tempo non è scomparsa con l´avvento del cristianesimo, e soprattutto con l´avvento dell´industrializzazione? Eh già, perché se la produzione agricola è intimamente collegata al circolo delle stagioni (guai se non arrivasse l´autunno per seminare, guai se non arrivasse l´estate per mietere!), certo non è così per l´industria. E oggi è dall´industria che dipendiamo in massimo grado. Oggi i beni essenziali non si producono più all´aperto, esposti a sempre variabili (e sempre minacciose) condizioni meteorologiche; si producono in atmosfera protetta, al chiuso. L´operaio non ha più bisogno di prestare attenzione ai segni del cielo (domani pioverà? Nevicherà? Gelerà?), perché la produzione in cui è impegnato è indipendente dalle condizioni atmosferiche: si tratti di scarpe, bulloni o pomodori in scatola. Certo i pomodori bisogna raccoglierli, ma quanto a conservarli, questo è un problema-processo industriale. E non v´è dubbio che tale rassicurante indipendenza dalla meteorologia (dalla Natura) sia uno dei motivi che rendono più "appetibile" l´industria rispetto all´agricoltura, come dimostra il continuo flusso migratorio di forza-lavoro dalla seconda alla prima. Si potrebbe anche dire: mentre l´agricoltura è faticosa e incerta, l´industria è altrettanto faticosa, ma meno incerta. In fin dei conti il salario dell´operaio (bene o male) arriva comunque alla fine di ogni mese. Perché «sicura» è la produzione: se quest´anno progettiamo cinquemila padelle, o cinquemila bulloni, tante (tanti) ne faremo. Non altrettanto accade al contadino: basta l´arrivo di un nuovo insetto o di un´alluvione a distruggere tutto il suo raccolto. Inoltre, terzo e ultimo vantaggio dell´industria nei confronti dell´agricoltura - dopo la protezione dalle intemperie e la sicurezza della produzione - ecco la (relativa) sicurezza dello sbocco sul mercato. In che senso? Nel senso che l´industria - con il suo apparato pubblicitario, che non a caso è nato proprio con lei - può forzare il compratore a compare l´ennesima padella, l´ennesimo rasoio, l´ennesimo apparecchio televisivo, l´ennesima automobile. Anche se non ne ha urgente bisogno, visto che potrebbe benissimo adoperare il rasoio, l´apparecchio televisivo e l´automobile dell´anno passato. Può l´agricoltura usare lo stesso procedimento? No, perché mentre l´industria, oltre ad alcuni bisogni, soddisfa soprattutto desideri che con l´aiuto della pubblicità si possono far crescere quanto si vuole, al contrario l´agricoltura soddisfa bisogni "non espandibili": e difatti non si può convincere nessuno a mangiare tre chili di pane al giorno. Una ragione in più, dunque, per stare dalla parte dell´industria e del tempo lineare. Forse proprio per questo ci piace accogliere ogni estate come se fosse diversa da tutte precedenti: la più calda, la più afosa, la più insopportabile.