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 2007  agosto 30 Giovedì calendario

Ma quanti sono? E quanto guadagnano? Chi li sfrutta? Sono davvero pedine di un racket che macina milioni di euro spremuti centesimo dopo centesimo dai portafogli degli automobilisti fermi davanti a un semaforo? Strane entità, i lavavetri: li vedi e ci parli in attesa del verde all’incrocio, ti raccontano le loro storie mentre insaponano il parabrezza; ma quando tenti di capire chi c’è dietro di loro, ecco che si trasformano in fantasmi pronti a scomparire nel buio di un mondo che nessuno conosce davvero

Ma quanti sono? E quanto guadagnano? Chi li sfrutta? Sono davvero pedine di un racket che macina milioni di euro spremuti centesimo dopo centesimo dai portafogli degli automobilisti fermi davanti a un semaforo? Strane entità, i lavavetri: li vedi e ci parli in attesa del verde all’incrocio, ti raccontano le loro storie mentre insaponano il parabrezza; ma quando tenti di capire chi c’è dietro di loro, ecco che si trasformano in fantasmi pronti a scomparire nel buio di un mondo che nessuno conosce davvero. Commettono un reato da poco: di loro si occupano per lo più i vigili urbani, e questo probabilmente è il motivo per cui il fenomeno non assume un peso tale da trovare spazio nelle banche dati del Viminale. Sfuggono anche alle statistiche delle associazioni del volontariato, che davanti ad una piaga biblica come quella dell’immigrazione clandestina devono concentrare l’attenzione sui grandi numeri. Manca, insomma, il quadro d’insieme di un fenomeno ancora sconosciuto, quindi ingovernabile. Qualche squarcio di luce sul mondo in cui si nascondono questi fantasmi è aperto di tanto in tanto dalle inchieste giudiziarie e dal lavoro dei vigili urbani. Che in alcune città, come Roma, si sono dati da fare. In base alla loro esperienza sono in grado di dire che, oggi, i lavavetri «in servizio attivo» sarebbero 800 o poco più: se consideriamo che ognuno di loro guadagna in media 40 euro in 10 o anche 12 ore di lavoro pressoché ininterrotto, fanno 32 mila euro al giorno. Un bell’affare, non c’è che dire, che a livello nazionale Maria Burani Procaccini, responsabile nazionale per le famiglie e i minori di Forza Italia, fa lievitare a 500 milioni l’anno, accomunando però agli introiti dei lavavetri quelli dei venditori di fazzolettini e dei mendicanti: un esercito che, sempre secondo la Procaccini, è formato soprattutto dai minori, non meno di centomila, spesso vittime di un altro racket, quello familiare, con il padre-padrone che li mette a lavorare. Un fatto è certo: a Roma negli ultimi tre anni, i vigili urbani hanno accompagnato nei centri di accoglienza 1859 ragazzi sottratti all’accattonaggio, e altrettanti sono stati riconsegnati ai genitori. Messa così, è difficile pensare che questa storia abbia per protagonisti solo dei poveracci che, scappati dalla miseria del loro Paese, decidono autonomamente di armarsi di spugna e detersivo e di presidiare i semafori italiani. In realtà, più di un’inchiesta giudiziaria dimostra il contrario. Le indagini lasciano intuire una realtà molto più complessa, e intravedere la presenza di mille piccole organizzazioni che al livello locale sfruttano i fantasmi con la spugna e il detersivo. A Roma, ad esempio, gli inquirenti sono convinti che l’80 per cento dell’accattonaggio ai semafori sia controllato da tre famiglie romene. Il resto se lo dividono i serbo-bosniaci. Ci sono stati anche degli arresti, una ventina. Dalle intercettazioni rese difficili dal fatto che gli indagati parlavano quasi sempre in dialetto Sinti o Kaldaresh, si è capito che l’organizzazione controlla l’intera filiera di questo mercato illegale. «Importa» i poveri diavoli dalla Romania e li mette in topaie pretendendo fitti altissimi, tanto che gli immigrati finiscono per spendere tutto il guadagno realizzato ai semafori per pagarsi un letto. Recentemente la manodopera alle dipendenze dei gruppi romeni si è allargata ai bengalesi e ai nordafricani. Che, se in questo caso sono vittime del racket, in altri ne sono gli artefici. A Napoli sono i marocchini a farla da padroni. Hanno formato piccole «aziende», allargando l’attività: ai semafori, i loro uomini offrono non solo i fazzoletti e la pulizia di parabrezza e fari, ma anche i giornali gratuiti «in cambio di una piccola offerta». A Roma ne hanno ammazzato uno, di marocchino: si chiamava Hamed Aitel Housse. A spaccagli la testa con una bastonata sono stati due polacchi che Housse aveva ferito il giorno prima. Era andata così: il marocchino aveva preteso il pizzo dai polacchi che avevano occupato un semaforo nel suo territorio; al loro rifiuto lui si era messo a lavorare di coltello, e i due poi si erano vendicati togliendo di mezzo il rivale. Le indagini sul mondo di questi fantasmi spesso prede dei loro connazionali schiavisti, però, possono anche risolversi in una bolla di sapone. E’ rimasta famosa la campagna del sindaco di Bologna, Cofferati, che due anni fa lanciò l’allarme su un presunto racket dei lavavetri. L’indagine aperta dalla magistratura fu archiviata dopo che i carabinieri «travestiti» da immigrati con spugna e detersivo avevano sorvegliato per due settimane i semafori della città. Non scoprirono nulla. «Il fenomeno - scrisse il pm - riguarda persone che da detta attività ricavano i quotidiani e scarsi mezzi di sostentamento». Qualche anno prima, nella vicina Modena, non era andata così: Abdel Azuiz Errefai, marocchino, fu arrestato perché di notte teneva rinchiusi in una porcilaia 50 bambini fra i 10 e i 14 anni, che durante il giorno erano costretti a fare i lavavetri. Stampa Articolo