Pierluigi Panza, Corriere della Sera 30/8/2007, 30 agosto 2007
Tra dolorosa ammissione di una vantaggiosa adesione al nazismo da un lato, e riabilitazione di quanto cancellato dallo stalinismo per mancanza di ortodossia dall’altro, nell’anno 2007 alcuni simboli della musica mondiale, come l’Orchestra dei Berliner e il Teatro Bolshoi, stanno rifacendo i conti con il loro passato
Tra dolorosa ammissione di una vantaggiosa adesione al nazismo da un lato, e riabilitazione di quanto cancellato dallo stalinismo per mancanza di ortodossia dall’altro, nell’anno 2007 alcuni simboli della musica mondiale, come l’Orchestra dei Berliner e il Teatro Bolshoi, stanno rifacendo i conti con il loro passato. Quest’anno i Berliner Philharmoniker, una delle maggiori orchestre del mondo, diretta a lungo da Herbert von Karajan (che aderì al nazismo per accreditarsi alla guida dei Berliner), ora da Simon Rattle e per anni anche dal «progressista » Claudio Abbado, sta festeggiando i propri 125 anni dovendo fare i conti con l’uscita del libro di un giovane storico canadese, Misha Aster, intitolato Das Reichsorchester. Die Berliner Philharmoniker und der Nationalsozialismus («L’orchestra del Reich. I Berliner e il nazionalsocialismo »). La tesi di Aster, che ha raccolto anche testimonianze dirette di anziani orchestrali (il musicista Hartmann, per esempio, che entrò nella compagine nel ’43 e un secondo orchestrale, anonimo, che ha ringraziato l’autore «per avergli fatto fare i conti con la propria vita di 60-70 anni fa»), è che l’orchestra berlinese non solo fu ovviamente compromessa con il nazionalsocialismo, ma che deve ad esso la propria sopravvivenza. I Berliner, che nacquero come compagnia indipendente gestita dagli stessi musicisti, dopo la crisi degli anni Venti si trovavano in difficoltà. «Nel 1933 erano un’orchestra privata in gravi difficoltà economiche», sostiene Aster, e «i musicisti furono felicissimi» di diventare l’orchestra di Stato ufficiale del Reich. Fu una salvezza finire tra le braccia di Joseph Goebbels, che offrì loro stipendi sicuri e «paghe supplementari» purché l’orchestra si facesse strumento della propaganda nazista e della diffusione nel mondo della cultura tedesca. Aster tende a sottolineare l’adesione entusiastica dei musicisti, quasi degli apprendisti Höfner’ l’istrionico attore (ispirato al genero di Thomas Mann) interpretato da Klaus Maria Brandauer, che, per far carriera, scende a patti con il nazismo nel film Mephisto di Istvàn Szabò ”, e tende invece a sminuire la valenza dell’adesione al nazismo dell’allora direttore dei Berliner Wilhelm Furtwängler. Secondo Aster, infatti, Furtwängler fu la cerniera tra la volontà degli orchestrali e il regime, capì che solo «facendo sposare l’orchestra con il Reich», trasformandola in compagine di Stato, si sarebbe potuto continuare a far musica. Quando questo «sposalizio» avvenne, Furtwängler tentò di difendere l’integrità dell’orchestra anche dai dettami del regime, di proteggere «i quattro musicisti ebrei, che poi andarono in esilio, e quelli tedeschi che avevano sposato donne ebree». «Era terribilmente facile finire all’interno del sistema del Reich per i Berliner di allora – afferma Aster ”. Per i musicisti era la soluzione migliore quella di diventare orchestra di Stato e promotori della cultura tedesca. Naturalmente – precisa lo storico – oggi l’orchestra è aperta, internazionale e i musicisti guardano a questa storia con curiosità e distanza». E’ utile notare come, specie dal ’37, con la tournée a Monaco e Berlino per cementare l’amicizia con Hitler, anche Mussolini cercò di fare dell’orchestra della Scala uno strumento di propaganda, naturalmente senza l’adesione di Toscanini. E con qualche difficoltà anche nel piegare i «critici» a questa logica. L’archivio della Fondazione Corriere della Sera contiene alcune lettere dell’epoca sull’argomento: in una Gherardo Casini, funzionario del Ministero della stampa e propaganda, scrive al direttore del Corriere rimproverando il giornale di «non avere sostenuto con l’enfasi necessaria la tournée» (fascicolo 157). In un altro documento del 16 marzo 1939 (fascicolo 4), il sovrintendente della Scala Jenner Mataloni – stanco delle osservazioni del critico Franco Abbiati – scrive alla Federazione nazionale fascista degli industriali dello spettacolo per chiedere di emanare «provvedimenti analoghi a quelli emanati in Germania per evitare i danni derivanti all’arte lirica dalle stroncature ingiustificate e dagli abusi del mestiere dei critici. In Germania con decreto del novembre 1936 fu abolito l’ufficio di critico che giudica di propria autorità… », ricorda. Potevano essere scontenti del Nazionalsocialismo i Berliner, ben pagati e senza critici? Se in Germania si è comunque dovuto aspettare uno storico canadese per fare i conti con i cedimenti al grande dittatore, in Russia sono stati invece i responsabili del teatro a liberare dall’oblio dei gulag culturali l’opera di chi aveva saputo resistere a Stalin. Alexej Ratmanskij, direttore del Bolshoi, ha ricostruito la coreografia del balletto Il limpido ruscello (coprodotto in Italia con il Teatro alla Scala negli scorsi mesi ed eseguito dall’Orchestra Verdi) di Fëdor Lopuchov e Dimitri Shostakovich, «andato in scena nel 1935 e mai più riproposto dopo che Stalin una sera assistette all’opera », ha raccontato Ratmanskij. Nel ’35 Shostakovich era caduto in disgrazia presso il Soviet: venne attaccato dai sostenitori della «musica proletaria» e la sua opera venne bollata di «formalismo » dall’organizzazione dei Musicisti staliniani. Questa campagna diffamatoria proseguì con l’indignazione per Lady Macbeth nel distretto di Mtsensk e con la censura a Il limpido ruscello, storia di un gruppo di artisti che arriva in un kolchoz del Caucaso per partecipare alla festa del raccolto con gli abitanti del posto. Stalin assistette all’opera una sera e, il giorno dopo, 6 febbraio del ’36, uscì sulla Pravda un violentissimo articolo intitolato «La falsità del balletto», che bollava di superficialità coreografo, compositore e scenografo per come avevano affrontato un tema caro al regime. «Chi ha davvero a cuore il popolo dei kolchoz non può permettersi di trasformare questi temi in uno spettacolo di bambole», si legge sulla Pravda; quest’opera è «un vero e proprio inganno». Shostakovich non scrisse più balletti. L’opera venne bandita per sempre dalle scene e le produzioni di Fëdor Lopuchov non furono più rappresentate.