Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
In Borsa è tornato il diluvio, Milano -6,15% Francoforte -5,82 Parigi -5,48 Londra -4,49, trecento miliardi di capitalizzazione bruciati (20 miliardi a Milano), con crolli di Fiat (-11,8%) e banche (Intesa -9,2 e Unicredit -7,6). Il diluvio è stato provocato e aiutato da Wall Street che mentre scriviamo è sotto di cinque punti. Dopo l’esperienza delle scorse settimane, nessuna crede che la giornata di ieri sia casuale o episodica. È il segno piuttosto che tutto quando detto e fatto in quest’ultimo mese dalla politica occidentale – Merkel, Sarkozy, Obama, Berlusconi e gli altri – non è stato giudicato credibile o sufficiente. I mercati continuano a pensare che il mondo stia precipitando in una recessione sempre più profonda e che i debiti accumulati dagli stati non saranno restituiti. Lo si capisce anche dall’ulteriore calo del prezzo del petrolio, a 85,06 dollari a barile (senza effetti sul prezzo della nostra benzina) e dall’ulteriore apprezzamento dell’oro. Jean-Claude Trichet, il presidente della Banca centrale europea, è stato convocato per il 29 agosto davanti all’Europarlamento.
• Com’è andato il differenziale tra
Bund e Btp?
È cresciuto di nuovo fino a sfiorare i trecento
punti (292,28). Di mezzo non ci sono solo le vendite di Btp – parzialmente
parate dagli acquisti della Bce – ma anche la corsa a comprare titoli decennali
tedeschi, un altro dei possibili beni rifugio per capitali che girano il mondo
alla ricerca di un ancoraggio. I titoli del Tesoro americano pagano adesso meno
del 2%, un tasso che non si vedeva dagli anni Trenta. C’è una corsa ai titoli
di stato dei paesi del Golfo. Le richieste di franchi svizzeri sono talmente
alte che i titoli a due anni di quel paese dànno un rendimento negativo e i
depositi a breve non hanno praticamente rendimento. Problemi simili per lo yen.
È paradossale, ma Svizzera e Giappone, proprio per la forte domanda
internazionale che li riguarda, possono essere quasi considerati in crisi.
• Che cosa ha determinato quest’altra valanga?
Vuole sapere le cause ultime o le cause prime?
• Cominciamo dalle ultime.
I cattivi dati sull’economia americana. I numeri del
settore manifatturiero sono inferiori alle attese (senza essere drammatici), le
vendite di case sono diminuite del 3,5% invece di salire del 2,7, come ci si
aspettava (dopo la crisi dei subprime i mercati sono semsibilissimi agli indici
del mercato immobiliare Usa), la Fed di New York (Williami Dudley)ha ribadito che la ripresa americana
sarà più lenta del previsto, le richieste di sussidi di disoccupazione sono
aumentate, l’inflazione a luglio è salita di mezzo punto. Morgan & Stanley
ci ha anche fatto sapere, intorno a mezzogiorno, che «l’economia globale è
pericolosamente vicina ad una recessione». Nessuno ha preso in considerazione
la dichiarazione notturna di Obama «Non penso che ci sia il rischio di unanuova recessione». C’è poi la faccenda
della Tobin Tax, che ai mercati non va giù e che ci introduce al tema delle
cause prime.
• Intanto spieghi che cos’è la Tobin Tax.
Un’idea dell’economista James Tobin, che risale al
1972 ed è molto semplice: proponeva di tassare tutte le transazioni valutarie
(e sottoline valutarie) con una percentuale minima, mettiamo l’1 per mille. I
soldi così raccolti – un capitale teoricamente enorme – sarebbero stati
accreditati alla Banca Mondiale che li avrebbe adoperati per aiutare il Terzo
mondo. Tobin ci vinse il premio Nobel per l’Economia nel 1981, cosa che non
credo capiterà né alla Merkel né a Sarkozy.
• Perché?
I due hanno proposto di applicare la Tobin Tax non
alle transazioni valutarie, ma a tutte le transazioni finanziarie di qualunque
tipo. Christina Arigho, portavoce della Ue, ha annunciato ieri che l’Unione
presenterà il progetto della Tobin Tax a ottobre. I mercati l’hanno presa male
e forse, nonostante le apparenze, non è effettivamente una buona idea.
Tecnicamente infatti bisognerebbe che ogni paese, aderendo al progetto europeo,
emanasse una legge nazionale per il prelievo Tobin, che dovrebbe essere
destinato, in finale, a soccorrere il debito (il percorso di questi soldi è
tutto da chiarire). Solo che l’Inghilterra e l’Olanda hanno già detto di essere
contrari e al no inglese seguirà probabilmente anche quello dell’Est europeo
che si muove di solito in sintonia con Londra. Che accadrà allora con una Tobin
Tax a macchia di leopardo? Che le transazioni finanziarie si sposteranno
preferibilmente sui mercati dove questa tassa non esiste e i risultati del
prelievo là dove esiste risulteranno così risibili. Può anche darsi che la
Tobin – applicata con scarso successo un paio di volte – sia solo il martello
pneumatico con cui la Merkel ha cominciato a rompere la costruzione dell’euro.
A maggior ragione, se pensano questo, i mercati vanno giù
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 19 agosto 2011]
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