Diego A. Manrique, il venerdì di Repubblica 19/8/2011, 19 agosto 2011
LA VERA STORIA DELL’UOMO CHE SFIDO’ BOGART IN CASABLANCA
Scherzava sul lavoro di spia, "il secondo mestiere più antico del mondo". Se lo poteva permettere, dato che la sua specialità era veramente l’agitprop (agitazione e propaganda). Poteva attraversare le frontiere e muoversi nell’ombra, ma preferiva la rispettabilità del borghese, un bon vivant che alloggiava nei grandi hotel e affittava appartamenti in quartieri raffinati.
In effetti, il nostro uomo si distingueva per la sua ubiquità. I servizi segreti occidentali ammettevano di essere sconcertati da quel personaggio che si concedeva un altissimo tenore di vita. Formatosi a Berlino, fu in prima linea nella lotta contro il nazismo negli anni Trenta, viaggiando tra Parigi e Londra, tra New York e Los Angeles. Compare nelle cronache della politicizzazione di Hollywood, così come compare nei testi sulla guerra civile spagnola. Qualcuno lo vede perfino implicato nell’omicidio di Lev Trotski, benché a quel tempo Katz non fosse ancora sbarcato in Messico.
Stupisce il fatto che solo nel 2010 si sia pubblicato un libro sulla vita straordinaria dell’uomo che fu il modello per il celeberrimo Victor Laszlo, il marito di Ingrid Bergman in Casablanca che contende a Bogart il cuore della donna. In The dangerous Otto Katz (Bloomsbury), pubblicato anche con il titolo The nine lives of Otto Katz, Jonathan Miles spiega per quali motivi sia sfuggito allo sguardo degli storici. Il principale è l’opacità degli archivi russi che conservano i documenti dell’era sovietica, dove c’è la chiave delle operazioni di Katz.
Al ricercatore non rimane che fare ricorso ai rapporti dei suoi nemici. Lo Special Branch lo controllava ogni volta che si recava nel Regno Unito, ma non aveva risorse sufficienti per farlo e Katz si divertiva a seminare i suoi uomini.
Sapevano che era un pesce grosso: secondo i servizi segreti britannici, "il dirigente di tutta la politica comunista in Occidente". L’Fbi si accontentava di descriverlo come "un uomo estremamente pericoloso". La Prefettura di Parigi chiuse il suo fascicolo nel maggio del 1968, benché Katz ufficialmente fosse stato giustiziato nel 1952; forse non credevano a una fine così impressionante. Chi poteva essere sicuro con Katz? Miles comincia il suo libro con la lista dei 21 pseudonimi che usò nei documenti, nei rapporti sociali e per firmare i suoi scritti.
Per farci un’idea dell’incertezza che lo circonda: Diana McLellan, autrice di The girls: Sappho goes to Hollywood (2000), è convinta che Otto sposò Marlene Dietrich poco dopo la fine della prima guerra mondiale, e dice che potrebbe essere stato il padre di sua figlia Maria. Secondo Jonathan Miles, il confronto tra le sue biografie rende difficile credere a un matrimonio legale tra Otto e Marlene, anche se è noto che entrambi erano disposti a fissare la propria data di nascita con una certa flessibilità. Quel rapporto passionale e il matrimonio bianco con Rudolph Sieber aiutano a capire la facilità con cui Katz entrò a Hollywood o la paura di Marlene che sua figlia venisse rapita. Negli anni Quaranta, anche lei aiutò Otto a ottenere un visto per poter rientrare negli Stati Uniti dal Messico, quando l’Fbi lo aveva schedato come "agente dell’Internazionale Comunista già membro dell’Ogpu", che poi sarebbe diventato il Kgb.
Otto Katz era nato nel 1895 a Jistebnice, in Boemia, che allora faceva parte dell’impero austroungarico. Di famiglia ebrea benestante, passò per Praga prima di stabilirsi a Berlino. Negli anni Venti, la capitale tedesca era la prima linea della lotta bolscevica per la rivoluzione mondiale. Katz faceva il giornalista ed era anche direttore amministrativo della compagnia teatrale di Erwin Piscator. Entrò nell’orbita di Willi Münzenberg, il milionario rosso che fu complice di Lenin nel periodo da lui trascorso a Zurigo, e che creò in Germania un impero mediatico finanziato - secondo il mito - con i diamanti della famiglia Romanov.
Elegante e sensuale, Otto si trovò a suo agio nella ragnatela di Münzenberg. Divenne direttore della succursale tedesca della Mezrabpom-Russ Films, casa di produzione e di distribuzione cinematografica che diffondeva film come La corazzata Potëmkin. Nel 1931 si recò a Mosca, dove rimase per due anni. Divise il suo tempo tra gli impegni di lavoro e i corsi intensivi alla Scuola Internazionale Lenin, l’accademia delle spie comuniste. Alcuni visitatori della nuova Russia colsero la crudeltà del regime e l’atterita miseria dei suoi sudditi. Tutto il contrario di Otto, che vi si impegnò a fondo: era già membro del partito comunista tedesco (Pkd), ma entrando dell’Ogpu, il servizio segreto sovietico, si mise direttamente al servizio dello stalinismo.
Oggi ci sembra sconcertante l’ingenuità di quegli internazionalisti, ma bisogna tener conto delle urgenze di quel tempo: l’instabilità in Europa, l’ascesa dei fascismi, la crisi del 1929. Il marxismo-leninismo offriva delle soluzioni e la promessa di un paradiso dei lavoratori. Era una religione confortante che attirò perfino l’aristocrazia: Otto collaborò con Hubertus, un cattolico che si fregiava del titolo di principe di Löwenstein e che si era formato nei riti segreti dell’Ordine di Malta. Katz dimostrò anche di avere un fascino irresistibile sulla classe dirigente britannica: si discute ancora se in qualche momento ebbe il controllo del circolo di spie di Cambridge, il gruppo di Kim Philby. Otto era quello che oggi definiremmo un agitatore culturale. Si trasformò in scrittore e/o compilatore di libri di denuncia, come il famoso Braunbücher sul terrore nel regime di Hitler e sull’incendio del Reichstag.
Per muoversi tra intellettuali e politici, gli era utile una leggenda di uomo d’azione. Otto si vantava di scontri con gli uomini del Terzo Reich, ma c’è una certa distanza tra quelle scaramucce e accuse specifiche di violenza. I suoi nemici lo implicavano nell’attentato contro Otto Strasser, un dissidente nazista, che si concluse con la morte di un radiotecnico. Ancor più remoto è il suo eventuale coinvolgimento nella fine di Willi Münzenberg. Il suo padrino aveva cominciato a ricevere con sempre meno entusiasmo le consegne moscovite. Uscito dalla disciplina di Mosca, Münzenberg venne trovato impiccato in un bosco francese.
Otto sfociò inevitabilmente nel cinema anglosassone. Nel 1934, recuperò l’attore Peter Lorre da una pensione parigina e se lo portò a Londra, dove fece il suo primo film in inglese con la regia di Alfred Hitchcock. Il produttore era Ivor Montagu, un altro agente sovietico. L’anno dopo, Otto arrivò a Hollywood con un’agenda piena di dati su molti tedeschi in esilio: Lorre, Billy Wilder, Ernst Lubitch, Fritz Lang e, naturalmente, la Dietrich. La missione californiana era doppia. Bisognava spillare soldi ai ricchi del cinema e Otto sapeva toccare le corde giuste: raccontava storie fantastiche sulla lotta clandestina e chiedeva aiuti per i rifugiati esuli dalla Germania di Hitler, anche se poi i soldi andavano a finire nelle casseforti del partito.
Sussurrante e seduttore, Katz incarnava la resistenza a Hitler. Hollywood si innamorò del suo personaggio: si ispirano a lui alcuni ruoli in diversi film. Il più celebre è Casablanca, dove lo riconosciamo in Victor Laszlo, un leader della resistenza cecoslovacca, sposato con Ilsa Lund (Ingrid Bergman). In Veglia sul fiume Reno, la sua parte fu interpretata da Paul Henreid, un ungherese che vinse così l’Oscar come migliore attore nel 1943, spodestando il prevedibile vincitore, il Bogart di Casablanca.
Otto portava, inoltre, l’invisibile medaglia di veterano della guerra civile spagnola. Durante la sollevazione militare del 1936, Katz si trovava a Barcellona. Telegrafò a Hollywood per chiedere aiuti per la Croce Rossa spagnola. Con il permesso di Lluís Companys, perquisiva appartamenti e uffici di presunti agenti della Gestapo, raccogliendo documenti che avrebbero poi dato vita a un libro intitolato The nazi conspiracy in Spain. A Parigi mise su un’agenzia di stampa, Agence Espagne, famosa per le menzogne che diffondeva; Otto era disprezzato da leader repubblicani come Andrés de Irujo per la sua ignoranza sulla realtà spagnola. Allo stesso modo, faceva da cicerone nelle visite delle delegazioni straniere. Il viaggio poteva comprendere un appuntamento con Ernest Hemingway, che disponeva di cibo e bevande garantite. A una di queste feste partecipò Arturo Barea che, in La forja de un rebelde, spiega il suo schifo per certi opportunisti che si trovavano nella Madrid assediata per motivi particolari, che coincidevano appena con la sopravvivenza della Repubblica. L’aiuto militare di Stalin permise che la guerra si prolungasse per tre anni, al prezzo di un terribile tributo: la sovietizzazione dell’Esercito Popolare.
Come ha spiegato il romanziere Gustav Regler, volontario nelle Brigate Internazionali, nel campo repubblicano si patì "la sifilide russa, la malattie delle spie". Agenti che avevano il permesso di arrestare, torturare e giustiziare i nemici politici, presunti trotskisti come Andreu Nin. C’è una crudele simmetria nel fatto che gli uomini di Stalin in Spagna furono per la maggior parte successivamente eliminati dallo zar rosso. All’inizio, Otto se ne andò. Passò buona parte della seconda guerra mondiale in America Latina, a cospirare e organizzare. Tornò in Europa in tempo per unirsi ai vincitori. Nel 1951 lo arrestarono. Stalin aveva bisogno di capri espiatori per stroncare le ansie di indipendenza - alla jugoslava - dei Paesi satellite. E Katz aveva troppi punti a suo sfavore: ebreo, viaggiatore, edonista, inevitabilmente in contatto con i servizi segreti stranieri. Fu incluso nel gruppo della cosiddetta "cospirazione di Slánsky", quattordici personalità di spicco accusate di tradimento e spionaggio. Un incubo immortalato da uno dei sopravvissuti, Artur London (viceministro degli Affari Esteri), nel libro La confessione, da cui Costa Gavras trasse un film con la sceneggiatura di Jorge Semprún.
Otto si offrì immediatamente di confessare tutto ciò che era necessario. Ciò nonostante, i suoi aguzzini lo torturarono per diversi giorni. Lo attendeva la condanna a morte, con altri dieci dei suoi sfortunati compagni; tre furono condannati all’ergastolo. Nelle sue ultime parole rivolte ai giudici introdusse una citazione letteraria che i suoi carnefici non colsero: alcune righe di Buio a mezzogiorno, il romanzo dell’ungherese Arthur Koestler sulle purghe moscovite. Sapendo che il regime di Praga trasmetteva per radio dei frammenti del processo, sperava che i suoi amici occidentali cogliessero il riferimento e facessero qualcosa per salvarlo. Non ci fu il tempo. Cinque giorni dopo, gli 11 condannati furono impiccati.
Ci fu un seguito particolarmente sgradevole. I cadaveri dei traditori furono cremati e i loro resti finirono in un sacco. Alcuni poliziotti furono incaricati di spargere le ceneri in un fiume, ma l’inverno del 1953 fu estremamente rigido: l’acqua del fiume era gelata. I funzionari, congelati per il freddo, si chiesero se valesse la pena di scavare una buca. Scelsero di spargere le ceneri per la strada. Un anno dopo, Stalin moriva e cominciava un breve disgelo del blocco comunista.