Antonio Monda, la Repubblica 19/8/2011, 19 agosto 2011
COLUM MCCANN: «LA MIA IRLANDA IN MACCHINA»
Colum McCann è un irlandese innamorato della sua terra, che da quindici anni ha deciso di vivere a New York. Come tanti bambini la sua America era un luogo epico, dove coltivare il mito della frontiera. Lo ha attraversato in lungo e largo in bicicletta, e poi, poco più che ventenne, ha lavorato in Texas come volontario in un programma di assistenza per giovani criminali. Sono stati anni nei quali il viaggio non era una vacanza ma un´occasione di crescita e conoscenza.
Dopo aver sposato l´italo-americana Alison Hawke, con cui ha avuto tre figli, McCann si è trasferito per quasi due anni in Giappone, un altro soggiorno estremamente formativo, che tuttavia ha avuto solo raramente i connotati del riposo e dello svago. Poi, al ritorno dall´estremo oriente, ha deciso di trasferirsi a New York. E non è un caso se il suo romanzo che nel 2009 ha vinto il National Book Award si svolge in questa città. Questo bacio vada al mondo intero, pubblicato in Italia da Rizzoli, racconta, in un modo straordinario, l´impresa di Petit, funambolo che camminò tra le Due Torri, nel 1974, e l´America di quegli anni.
«Ho scelto questa storia perché la considero una metafora dell´11 settembre � racconta lo scrittore �. Ma, come ho già detto, preferisco partire sempre da un racconto di qualcosa che non ho vissuto, di cui non ho avuto esperienza. Solo così la mia immaginazione si accende. Quella New York non è la mia, non è quella in cui vivo io. Anche se non sono d´accordo con chi dice che New York ha smarrito il suo fascino e la sua gloria perché girando il mondo, ti rendi conto che non esiste nulla di lontanamente paragonabile, in termini di energia, varietà ed opportunità».
Nella cultura americana le vacanze sono poche e spezzettate durante l´anno.
«Questa è una visione anglosassone e specie chi proviene dall´Europa del Sud vive questa condizione con un po´ di sofferenza. Il paradosso è che proprio per questo gli americani e gli anglosassoni sanno sfruttare ogni momento di riposo e se lo godono molto di più».
Come passava le vacanze da bambino?
«Sono nato e cresciuto a Dublino, e le mie vacanze d´infanzia sono sempre state in Irlanda. I miei genitori portavano me e i miei fratelli sulla costa occidentale dell´isola, eppure, essendo piccolo, mi sembrava che facessimo viaggi lunghissimi».
Quali sono ricordi più vivi di quel periodo?
«La macchina. Riempirla e poi partire, tutti stretti, verso qualcosa che assomigliava all´ignoto. Eravamo cinque bambini e ci stringevamo nel sedile dietro della vecchia Vauxhall di mio padre. All´epoca non c´erano cinture di sicurezza, e avevamo la sensazione di andare via per sempre. Oggi, se ci ripenso, sembra tutto così piccolo e provinciale, ma allora sembrava un´avventura straordinaria. Ogni estate andavamo nella vecchia casa di mia madre a Derry. Si trattava di una fattoria, nella zona di Garvagh. Ricordo gli odori, i colori, e l´ebbrezza di poter correre ovunque: una sensazione di libertà diversa da quella che avevo provato e conosciuto sino a quel momento. Ettari ed ettari di campagna. Io ero un ragazzo cresciuto in periferia, e mi sentivo in uno spazio senza confini».
Le piacevano le storie?
«I suoni attiravamo la mia attenzione. Mi piaceva ascoltare le cassette con Dylan Thomas. E poi mio fratello era un dj, e mi faceva sentire Van Morrison. I libri li portava mio padre, era un giornalista e si occupava di cultura. Così tornava dall´America con i volumi di Ferlinghetti, Burroughs e Kerouac».
C´è stata una vacanza memorabile?
«Tutte le vacanze di quel periodo si confondono in una sola. Ricordo particolari di ognuna ma non saprei dire a quale anno appartengono. Il momento che preferivo era svegliarmi nei campi della fattoria a Derry. Mungere le mucche, guidare il trattore� sono tutte cose che hanno contribuito a costruire quell´impagabile senso di libertà di cui parlavo. Ricordo l´emozione di uscire la mattina presto, poi tornare a casa per pranzo, e quindi subito a correre di nuovo nei campi. Odiavo la luce che cominciava a scomparire, forse era una sensazione legata a qualche paura, ma poi dormivo così bene ogni notte... Ognuno di noi, credo, ha vissuto momenti simili, da piccolo: e niente sembra così pieno e così vuoto insieme come certe giornate estive».
Cosa le manca di quei giorni?
«Ho imparato a non sentire la nostalgia: quei giorni sono passati, e non possiamo passare la vita a rimpiangere qualcosa. Credo che questo valga per tutto quel che ci è accaduto. Piuttosto possiamo utilizzare il passato per dare forma al futuro� e comprendere i nostri figli».
C´è un dettaglio che la commuove ancora?
«La mia madeleine è l´odore del fieno. E dal sapore della torta di ciliegie di mia nonna».
Qual è il senso profondo della vacanza?
«Io penso che stia nella "differenza". Il vivere per un breve periodo in un mondo diverso e in maniera, appunto, differente. In un certo senso è una forma di narrazione: l´abilità di entrare in un altro luogo. In inglese la parola è particolarmente bella perché è così vicina a "holy-day", giorno sacro. La vita reale è l´abilità di affrontare il quotidiano ma al tempo stesso di saper sognare una vacanza. Un momento che resta "sacro"».
Oggi dove passa le sue vacanze?
«Viaggio per il mondo con mia moglie e i miei figli. Sono una persona molto fortunata. L´anno scorso siamo stati in Brasile, e due anni fa a Napoli. Questa estate nello Utah. E dal momento che non vivo più in Irlanda, ma a New York, vado almeno due volte all´anno nel mio paese. Anche i miei figli amano l´Irlanda e ne sono molto felice. E anche loro vogliono correre nei campi. A volte mi incanto a guardarli, e mi sento come se fossi il figlio dei miei figli... Solo che rispetto ad allora i miei capelli sono sempre di meno. E i miei fianchi diventano sempre più rotondi».