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 2011  agosto 19 Venerdì calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 160 - L’ASTUZIA DI RATTAZZI


Perché Rattazzi avrebbe impedito che la Rosina venisse smascherata?

Beh, a quanto si capisce, il ministro indagò e arrivato a un certo punto si fermò. Non si sa che cosa avesse scoperto, ma si sa perché si fermò: aveva raccolto abbastanza elementi per dimostrare al Re tutta la sua delicatezza, specie se confrontata alla brutalità del primo ministro. Un calcolo tanto più felice perché il matrimonio con l’inglese era andato a monte, la principessa Mary sorella del duca di Cambridge, nel frattempo, aveva fatto sapere di essere contraria. Il favore del Re, invece, poteva risultare decisivo. Dopo che Revel s’era bruciato, Vittorio Emanuele non aveva più un suo uomo da contrapporre a Cavour. Ed ecco invece Rattazzi che si offriva. Non si trattava di sfruttare la situazione adesso, ma di mandare un messaggio che poteva risultar utile in futuro.

Tutto questo accadeva quando?

Alla fine del ’56. Dopo di allora, e fino ai fatti di Pisacane e di Genova, non c’erano stati altri incidenti se non una serie di fastidiosi attacchi a Rattazzi del giornale della sera «L’Espero», a cui il ministro aveva fatto rispondere dal «Tempo», in un modo un po’ dubbio. Gli attacchi provenivano da un suo ex dipendente e per distruggerlo Rattazzi passò a certi giornalisti amici lettere private che compromettevano il suo accusatore. Ne era nato un duello, con strascico di pettegolezzi e calunnie. Poi era successa la rivolta di Genova, un segno come minimo di stanchezza. Non si capiva in che modo il responsabile politico della polizia, pur avvertito, avesse lasciato che le cose si spingessero fino a quel punto.

I francesi non avevano tutti i torti.

Infine arrivarono le elezioni. Nelle elezioni il ministro dell’Interno era un personaggio chiave, come forse già sappiamo. Diceva lui agli intendenti quali fossero i candidati da appoggiare in ciascun collegio. A loro volta gli intendenti istruivano gli altri funzionari. Giù giù, fino all’ ultimo impiegato, ognuno sapeva quale fosse il suo dovere. Ogni impiegato pubblico aveva i suoi affarucci, gente che lo stava a sentire. Così, se un candidato era appoggiato dal ministero poteva star tranquillo. Cavour era in partenza per Leri, chiese come sarebbe andata. «Ma bene, benissimo!». Il ministro dell’Interno, sulla base delle relazioni degli intendenti, era in grado di dar notizie attendibili sullo stato d’animo del Paese. Tutto pareva davvero tranquillo. Cavour partì.

Ho già capito come va a finire.

Fu una catastrofe. Aperte le urne, si vide che i clericali avevano preso il 38 per cento, quasi quanto i ministeriali. Mettiamoci i seggi della sinistra, ed ecco che il governo è sotto. Restava la speranza dei ballottaggi. E Rattazzi non s’era accorto di niente!

Che era successo?

Era successo che all’influenza del ministero dell’Interno s’era opposta, con tutta la sua organizzazione capillare, l’influenza delle parrocchie. Da un pezzo i preti entravano nelle case e avvertivano che quel ministero era eretico e nemico della Chiesa. Andrete all’inferno, se votate per Cavour! A quelli, oltre tutto, non piaceva pagar le tasse. E il Papa aveva confermato che i preti avevano ragione. Pio IX aveva fatto un viaggio nelle Romagne e Cavour aveva mandato Bon Compagni a rendergli omaggio. Quello, per tutta risposta, aveva benedetto le truppe austriache.

I liberali non s’erano resi conto di questo gran lavoro dei clericali?

No. I clericali erano rimasti zitti fino al momento di presentare le candidature. Quando avevano constatato che in ogni collegio i liberali in corsa erano due o tre, avevano presentato il loro uomo. Così, i voti progressisti s’erano dispersi su più di un nome, mentre il candidato conservatore era stato compattamente sostenuto da tutti i suoi.

Cavour venne eletto?

Sì, fu l’unico a uscire al primo turno. Rattazzi e Lanza dovettero aspettare i ballottaggi, La Marmora, con tutte le sue glorie della Cernaia, cedette a un giudice sconosciuto il seggio di Pancalieri ed entrò alla camera grazie al voto (inaspettato) di Biella. I liberali recuperarono un po’ al secondo turno. Facendo fronte comune, e non badando più alle differenze fra democratici e moderati, tolsero ai clericali una quindicina di seggi che parevano perduti per sempre. Alcuni duelli, come quello fra Brofferio e Revel al 7˚ di Torino, furono memorabili. Alla fine risultò che Cavour aveva a disposizione una novantina di seggi contro ottanta della destra, 23 della sinistra e nove indipendenti. Situazione difficile, che metteva Rattazzi in una posizione molto scomoda di fronte ai suoi stessi compagni.

Faccio un po’ di conti e vedo che Cavour non aveva più la maggioranza assoluta.

Già. Secondo alcuni bisognava esasperare la situazione, ripresentare le leggi sul matrimonio civile e l’incameramento dei beni, andar sotto grazie al voto pilotato di una ventina di franchi tiratori e avere la scusa per indire nuove elezioni. Altri volevano un plebiscito per toglier di mezzo il Senato. Cavour disse subito che non era quella la strada.