Corrado Poggi, Il Sole 24 Ore 19/8/2011, 19 agosto 2011
INDAGINE FED SULLE BANCHE EUROPEE - I
sinistri scricchiolii del settore bancario europeo iniziano a suscitare serie preoccupazioni anche sull’altra sponda dell’Atlantico, dove si teme un contagio della crisi del debito del Vecchio Continente al sistema finanziario degli Stati Uniti. Secondo quanto rivelato ieri dal Wall Street Journal, la banca centrale americana sta infatti monitorando da diversi giorni con grande attenzione i livelli di finanziamento delle filiali negli Stati Uniti dei grandi istituti bancari europei, per verificare se vi sia un rischio concreto di improvvisa incapacità di finanziare le operazioni del day-to-day. I controlli equivarrebbero nella sostanza a degli autentici stress test volanti sulla capacità delle banche interessate di rimanere liquide in caso di un’improvvisa chiusura dei canali di finanziamento.
La notizia delle consultazioni avviate dalla Fed di New York non ha mancato di provocare una nuova ondata di nervosismo che ha spazzato i mercati finanziari mondiali e messo per l’ennesima volta sotto pressione i titoli degli istituti bancari, che hanno pagato anche le revisioni al ribasso delle stime di crescita dell’economia per il 2011-2012 annunciate da Morgan Stanley e Goldman Sachs. A Milano le più colpite sono state Intesa Sanpaolo (-9,26%), Banco Popolare (-7,69%), Bpm (-7,43%), UniCredit (-7,41%) e Mps (-6,13%), mentre hanno retto meglio Ubi Banca (-3,56%) e Mediobanca (-2,10%). A Parigi l’istituto più colpito è stato ancora una volta Société Générale, già penalizzato nei giorni scorsi da rumor più volte smentiti su una sua presunta fragilità. Il gruppo ha terminato in ribasso del 12,34% e sulla sua scia hanno accusato forti perdite anche Crédit Agricole (-7,29%), Bnp Paribas (-6,76%) e Natixis (-6,04%). La caccia alle possibili vittime di una crisi di volatilità ha provocato gravi perdite anche per la banca franco-belga Dexia (-13,96%) e per le britannica Barclays Bank, che è scesa dell’11% seguita da Hsbc con un più contenuto -6%. «Si è verificata una combinazione letale di inquietudini circa il rallentamento dell’economia mondiale, di cattivi dati macro americani e di incertezza circa una possibile ricaduta in recessione» ha spiegato Atif Latif, della londinese Guardian Stockbrokers, mentre secondo gli analisti di Miller Tabak Roberts, broker newyorkese, «i timori sulla liquidità a breve della banche hanno gettato olio su un mercato già in fiamme».
Il problema della liquidità delle banche operanti negli Usa non aveva ragione di esistere fino a pochi mesi fa, cioè fino a quando era in corso il secondo programma di allentamento quantitativo della Fed da 600 miliardi di dollari. Il mercato era fino ad allora talmente pieno di liquidità a bassissimo costo che tutti gli istituti ne avevano approfittato per riempire i forzieri, anche le banche europee operanti negli Usa. Tra luglio e agosto tuttavia la situazione è cambiata drasticamente con l’avvitamento della crisi del debito sovrano europeo – che ha fatto aumentare esponenzialmente i timori per la qualità degli asset presenti nei portafogli delle banche del vecchio continente – e con i timori, poi rivelatisi eccessivi, sulle conseguenze di un downgrade del rating sovrano degli Stati Uniti. Le linee di credito a favore degli istituti europei si sono così ridotte in maniera graduale come dimostrato da una recente indagine di Bloomberg secondo cui i principali sei mercati monetari degli Stati Uniti hanno ridotto le esposizioni alle banche continentali aumentandole nei confronti degli istituti elvetici, considerati più sicuri.
Un segnale preoccupante di una possibile difficoltà temporanea nell’accedere a capitali a buon mercato negli Usa è giunta nelle scorse ore direttamente da Francoforte dove la Bce ha reso noto di aver concesso per la prima volta da febbraio un finanziamento in dollari, per 500 milioni, a una banca non meglio precisata. Per non farsi cogliere impreparati come avvenne nel 2008 quando la Fed e il Tesoro sottovalutarono le possibili conseguenze del crack di Lehman Brothers, ora le autorità federali americane hanno scelto un atteggiamento proattivo convocando i vertici delle filiali americane per chiedere loro se abbiano ancora accesso a fonti affidabili di finanziamento. E per evitare di ripetere i problemi di coordinamento di tre anni fa, si stanno tenendo in stretto contatto con le autorità di controllo dei paesi di provenienza delle banche. Sulla vicenda è intervenuto ieri sera lo stesso presidente della Fed di New York, William Dudley, che ha attenuato l’importanza della consultazioni in corso come rientranti in una procedura standard. «Monitoriamo sempre le banche europee così come le americane e quelle straniere in generale – ha detto – chiedendo loro cosa stiano facendo in termini di capitale, liquidità e qualità del credito, per cui questa è una procedura operativa standard». Una precisazione a cui i mercati ieri non sembrano aver creduto se è vero che gli asset di rifugio per eccellenza, i Treasury, hanno toccato nuovi record con il rendimento del titolo a 10 anni sceso per la prima volta nella storia sotto la soglia del 2%.