Francesco Spini, La Stampa 19/8/2011, 19 agosto 2011
LE BORSE E L’INCUBO DI RIVIVERE L’EFFETTO LEHMAN BROTHERS
Mentre un’altra settimana terribile in Borsa volge al termine, la domanda rimbalza anche nelle sale operative: di quanto ancora potrà scendere il mercato? Dare una risposta, proprio nei giorni in cui gli investitori scoprono un nuovo motivo per scendere - il rischio di una nuova recessione -, diventa ancora più difficile. «Di fronte a questo mercato - racconta Armando Carcaterra, direttore generale di Anima Sgr - passiamo le giornate davanti agli schermi senza ricevere segnali certi, non sappiamo insomma quanto il premio pagato per il rischio possa salire e dunque i prezzi deteriorarsi ulteriormente». Esiste un precedente, che ha un nome sinistro: Lehman Brothers. Continua il gestore: «La situazione attuale è diversa da quella che seguì il fallimento della banca americana. Allora le obbligazioni subordinate delle banche, come i Tier 1, crollarono a 30 su 100. Ora stanno a 90». E dunque il panico sulla tenuta degli istituti di credito non c’è.
«Anche le Borse sono ancora lontane dai livelli che raggiunsero nel momento peggiore che seguì il fallimento di Lehman: nel marzo 2009, ad esempio, lo S&P 500 era vicino a quota 660, ora sta a 1.140 punti. Anche in Europa la situazione non è dissimile». Basta guardare Piazza Affari: nel marzo del 2009 l’indice Ftse Mib raggiunse quota 12.600 punti, oggi sta a 14.970. C’è ancora un cuscinetto del 15%. «Ora si tratta di capire se il rischio sistemico dell’attuale situazione è simile a quello che il mercato valutò con Lehman Brothers».
Il settore più a rischio è quello finanziario, che a Milano pesa moltissimo. Unicredit, a marzo del 2009, toccò quota 0,5892, oggi vale 0,9555: il 40% in più. Diverso per Intesa Sanpaolo, i cui minimi del 2009 (quando resistette a 1,28 euro) sono stati già rivisti col crollo del 10 agosto a 1,13 euro. Ieri ha chiuso a 1,19 euro.
In teoria, lo spazio per scendere non è finito. Il mercato, per risalire, vuole vedere una scossa dalla politica. Carlo Gentili, amministratore delegato di Nextam Partners, punta il dito sull’Europa: «Da un anno a questa parte, da che si tenta di risolvere la crisi greca, l’Europa mostra una mancanza di solidarietà tra gli Stati che ne fanno parte. Prova ne siano le garanzie richieste ad Atene dalla Finlandia e da altri Paesi per partecipare al piano di salvataggio». Questo però significa giocare col fuoco. «Se non si trova una coesione vera, che porti a una reale solidarietà tra gli Stati, si va a finire male. Perché se fallisce la Grecia, a ruota potrà toccare al Portogallo, all’Irlanda, quindi forse alla Spagna e così via. Ma a quel punto salteranno anche le banche tedesche». Ecco perché i mercati possono ancora scendere. «Perché gradualmente scontano sempre più l’avverarsi del fallimento greco e le sue implicazioni sistemiche». La politica inerte, insomma, è alla base del logorio continuo a cui sono sottoposti i mercati da investitori sempre più nervosi e sfiduciati sulle reali capacità delle politica di intervenire. Vale per l’Europa, dove si attendono interventi che vadano ben oltre la proposta di una Tobin Tax a cui, in Borsa, non crede nessuno. Ma il discorso su un intervento della politica vale tanto più per il nostro Paese. «Gli investitori - spiega Carcaterra - vorrebbero vedere una manovra lacrime e sangue ben più incisiva di quella messa a punto e che, attraverso una patrimoniale, possa dare una limata al debito». Accompagnata però «da riforme che diano una prospettiva di crescita. Altrimenti saremo percepiti come destinati ad andare sempre peggio». Lo dicono i multipli a cui il nostro mercato è valutato, sempre un gradino sotto gli altri.
E ora, per tutti, si aggiunge lo spettro di una nuova crisi, in America quanto in Europa: lo segnalavano ieri un report di Morgan Stanley (titolo: «Pericolosamente vicini alla recessione») e dati assai deludenti giunti dagli Stati Uniti. Per questo il mercato si rifugia nei titoli di Stato più sicuri, quelli americani (nonostante Standard & Poor’s abbia levato loro la tripla A) e tedeschi. In Borsa con il rallentamento della crescita non soffrono più solo le banche, ma anche l’industria: prova ne sia che, ieri, anche il Dax, l’indice della Borsa tedesca che rispecchia la manifattura europea, ha perso il 5,8%. «Rispetto ai giorni scorsi la Borsa ieri, pur nel crollo generale, è stata meno caotica e più razionale - racconta un trader di una grande banca milanese -. Ma si vive alla giornata, ormai ci aspettiamo di tutto».