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 2011  agosto 19 Venerdì calendario

I PADRONI DEL CALCIO

Tra una settimana ricomincia la serie A, con il derby toscano: il Siena del costruttore romano Mezzaroma contro la Fiorentina dell’imprenditore marchigiano Della Valle (27 agosto, alle 18). Sarà la globalizzazione, ma qui è saltato del tutto il fattore territoriale. Certo, da noi ancora non si sono visti all’orizzonte gli sceicchi, ma capita di sfogliare un giornale e leggere: «Il vicepresidente Aleks Samokin, annuncia che a breve il presidente Yuri Korablin deciderà a chi affidare gli incarichi operativi principali». Spassiba. Si sta parlando del gruppo russo che ha rilevato il Venezia in serie D, promettendo la A ma non trovando i soldi nemmeno per il ripescaggio in C.
La verità è che le piazze si infiammano per lo straniero. Prima di Roma (Thomas Di Benedetto), da che mondo è mondo, gli americani sbarcano a Salerno, come è accaduto l’inverno scorso, quando venne accolto come un benefattore l’italo-americano Joseph Cala, originario di San Cataldo (Caltanissetta), emigrato negli Usa da bambino dove ha fatto fortuna, costruendo resort, ristoranti e progettando «appartamenti sotto il livello del mare» (mah…). In tredici giorni, tanto è durata la sua «presidenza», Joseph ha promesso l’ingresso del club nell’orbita della Cala Corporation, società quotata al Nasdaq, e subito erano comparsi gli striscioni: «Con Calà subito in A». La Salernitana è stata cancellata per insolvenza finanziaria.
Di tutti i ruoli del pallone (calciatori, allenatori, direttori sportivi, procuratori eccetera), quello del presidente è l’unico per il quale non servono patentini. Puoi diventare presidente del Milan e del Roccacannuccia solo mettendo (o pro-mettendo) un po’ di soldi, a prescindere dalla solvibilità, dalla fedina penale, dal titolo di studio. E soprattutto dalla competenza.
Otto su dieci non hanno mai giocato al calcio o non se ne interessavano prima. Quando Aurelio De Laurentiis prese il Napoli, fallito e in serie C, confessò più volte «di non capire nulla di calcio». Oggi discetta di 4-4-2 e 4-3-3, di aggredire gli spazi e a volte anche gli allenatori. Delle due l’una: o fare il presidente è un mestiere che si impara facile oppure non si capisce da dove gli derivi questa competenza.
I più pagano per un’equazione sbagliata. Pensano che, siccome hanno avuto successo con le loro aziende, così debba avvenire anche nel calcio. Ma dire perché un imprenditore di successo, a un certo punto della vita, s’impantani in un giochetto così costoso e poco redditizio, è un mistero glorioso. La domanda classica (ma ci guadagnano o ci perdono?) è sciocca. In serie A ci sono i diritti televisivi, dalla serie C in giù, le entrate sono quelle degli sponsor – e di questi tempi, è tutto dire – e quelle delle conosciute, ma tollerate, false fatturazioni: ti do 100 e fatturo 1000. Dopo un po’ di anni di remissioni, si passa la mano, c’è turn over spinto, dopo un quinquennio l’80 per cento delle squadre ha cambiato proprietario.
ll vero guadagno è impalpabile, la notorietà. Si paga la propria vanità, la presidenza è un trampolino di lancio per costruirsi un’immagine pubblica, da spendere in politica o per aggiudicarsi appalti pubblici comunali o provinciali. In pochi puntano allo scudetto, in molti alle interviste. Ed è quasi impossibile tenere a bada l’ego dilatato di persone che vogliono uscire dall’anonimato (il laziale Lotito, per esempio, dà l’impressione che non rinuncerebbe al ruolo club nemmeno per
tutto l’oro del mondo).
Non esiste categoria più eterogenea. Oltre a tycoone petrolieri, ci sono titolari di ferramenta, pizzerie, fabbrichette di profilati metallici o di vernici, baristi con la licenza del superenalotto, ma anche camionisti, dentisti, edicolanti, sindaci, preti e onorevoli – Berlusconi a parte – come Siro Marrocu, ex sindacalista Cgil, deputato del Pd e presidente da 17 anni della Villacidrese, quest’anno retrocessa in serie D per i punti dipenalizzazioni per i mancati pagamenti contributivi a calciatori e allenatore.
Non sempre il fatturato è proporzionale alla categoria. Ci sono imprenditori del lusso come Della Valle in serie A (Fiorentina), mentre Renzo Rosso, titolare della Diesel, preferisce far crescere piano il suo Bassano (prima divisione) e ha nominato presidente il figlio Stefano, e addirittura il re del cachemire, Brunello Cucinelli, ancora s’attarda in serie D con il Castel Rigone. Nelle serie minori ci sono i potenti dell’acciaio (Pasini, Feralpi Salò), del cemento (Colaiacovo, Gubbio), della chimica
(Squinzi, Sassuolo), in serie A il laziale Lotito ha un’impresa di «sanitarizzazione e pulizia», che potrebbe voler dire tutto e niente, mentre Cellino, presidente del Cagliari, vende frumento, Foti (Reggina, serie B) fa tenerezza, con solo «due negozi di abbigliamento a Reggio Calabria».
A prescindere dalla serie di appartenenza, tutti parlano come Moratti, Agnelli e Berlusconi: stesse domande, stessi problemi, stesse risposte, stesse paranoie, come quando i presidenti del Monfalcone o del Bitonto denunciano un «complotto del Palazzo» contro di loro, convinti di poterlo provare.
Qualcuno – anzi molti – sconfina nella cronaca giudiziaria. Un minuto dopo che la Pistoiese era risalita in serie D, il suo presidente, l’immobiliarista Orazio Ferrari, è stato arrestato per evasione fiscale. Un presidente di serie A ha patteggiato una pena di 23 mesi e 5 milioni risarcimento. Definito «sportivamente pericoloso» dalla giustizia sportiva, che lo ha condannato a cinque anni di stop con proposta di radiazione, più tardi è stato retrocesso e condannato per frode sportiva e associazione a delinquere. Beh, ha appena vinto il premio Beppe Viola di cultura sportiva.
In passato ci sono stati un presidente latitante e un altro che aveva dedicato una vittoria a un boss di Cosa Nostra appena arrestato. In compenso c’è una squadra a Scampia, l’Oratorio don Guanella (seconda categoria), fondata e presieduta da don Antonio Manganiello, prete anticamorra.
Per fortuna nulla è solo business e la storia, nel calcio come nella vita, non è fatta dai soli birichini. Meglio allora la Stella Azzurra, squadra della comunità Villa San Francesco (Belluno) gestita da Aldo Bertelle, che ospita ragazzi che hanno un conto aperto con la vita: orfani, figli di tossici e di detenuti, affidati dai tribunali, con disturbi fisici e mentali. La Stella Azzurra è un ascensore rotto, ha iniziato in terza categoria e lì è rimasta. Mai vinto un campionato, nemmeno rischiato di vincerlo. L’unico obiettivo stagionale è la Coppa Disciplina, vinta 15 volte su 20. Enrico Gaz, avvocato e presidente: «Crediamo che la vita di ognuno si riscatti nell’attenzione agli altri e il calcio è uno spicchio di realtà come tante altre, dove serve un’educazione di tutti i soggetti coinvolti in questo tentativo di esempio virtuoso. L’obbligo della correttezza in campo
non può risolversi nel rituale applauso per la palla restituita do-
po un fallo laterale d’emergenza».
Così, in una delle ultime giornate del campionato, quando l’arbitro fischia un rigore contro la Stella Azzurra, il centravanti avversario si rialza e ammette: «Ho simulato». L’arbitro ringrazia per la sincerità e il «simulatore» si avvicina alla panchina della Stella Azzurra: «Non me la sentivo di fregare proprio voi». Aldo, fa un sorriso dei suoi: «Chi dice che il bene non è contagioso, non ha capito nulla, né del calcio né della vita».