Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
La Camera ha votato la fiducia a Berlusconi, con numeri che non si prestano a equivoci e polemiche: 316 sì, cioè la maggioranza assoluta dei deputati. Subito dopo s’è svolto un consiglio dei ministri, che ha varato la legge di stabilità: 60 milioni di tagli alla sicurezza, niente fondi per la banda larga, tassa sui concorsi pubblici, la Prestigiacomo ha votato contro per protestare contro i tagli al ministero dell’Ambiente. Infine Berlusconi è salito al Quirinale, dove ha riferito a Napolitano sull’andamento della giornata.
• Potremmo dire che non è successo niente?
No. È ufficiale ormai che i deputati Versace, Gava, Destro,
Sardelli, ieri assenti, sono usciti dalla maggioranza, sono entrati nel gruppo
Misto e d’ora in poi faranno di testa loro senza obbedire ad alcuna disciplina
berlusconiana. Come già aveva fatto Calogero Mannino. Tutti e cinque si sono
fatti intervistare da questo o quel giornale e hanno dichiarato che Berlusconi
– che loro continuano ad amare e stimare moltissimo – deve però fare un passo
indietro e permettere la formazione di un nuovo governo, al quale partecipi
anche l’Udc. Anche Tosi, il potente sindaco leghista di Verona, ha detto che il
Cav se ne deve andare. In generale la “crisi del Rendiconto” – per dir così –
ha portato in superficie un sentimento che covava da temp molti pidiellini
pensano che Berlusconi debba farsi da parte e lo stesso premier sente che il
partito non è più con lui come ancora poche settimane fa. Lo dice la pochezza
del discorso dell’altro giorno, ascoltato da Bossi con dodici plateali
sbadigli, e la stanchezza delle dichiarazioni di voto di ieri mattina, rese
ancora una volta in un’aula pressoché deserta. La “crisi del Rendiconto” ha
però detto qualcosa anche sull’opposizione. La gran parte dei commentatori,
nell’auspicare un’uscita rapida da questo stallo (il Financial Times, l’altro
giorno, ha ribadito che le dimissioni del Cav valgono 100 punti di spread),
ammette tuttavia che l’alternativa è quanto mai oscura: la composita banda di
Terzo Polo, Idv, Pd, Sel come affronterebbe la crisi economica e il problema di
stimolare la ripresa? Quale legge elettorale adotterebbe? Eccetera. A queste
domande – che potrebbero sintetizzarsi nella formula “quale programma di
governo?” – si risponde con formule vaghissime. Il balletto di ieri sul numero
legale è stato deprimente.
• Cioè?
Il Pd e gli altri hanno deciso di disertare la prima
delle due chiamate per il voto di fiducia. Se alla prima chiamata non avesse risposto
un numero sufficiente di deputati, infatti, la seduta sarebbe stata rinviata
per mancanza del numero legale, un nuovo smacco per la maggioranza. S’è
scoperto però che nessuno aveva idea di quale fosse questo numero legale: i 50
deputati in missione, s’è detto all’inizio, avrebbero dovuto essere considerati
presenti, e in questo caso il numero legale sarebbe stato di 265. Ma che
sarebbe successo se un deputato in missione si fosse presentare al voto? Dopo
bizantinismi infiniti s’è stabilito che non si sarebbe potuto determinare il
numero legale fino al termine della votazione. Nel frattempo i radicali erano
entrati in aula, facendo saltare il giochetto. Furore dei democratici, e
risposta dei pannelliani: «Noi vogliamo portare rispetto alle istituzioni», e
per la stessa ragione, l’altro giorno, non avevano praticato l’Aventino durante
il discorso del premier. Eccetera. Insomma: è molto probabile che Berlusconi
cada entro non molti giorni, e che il centro-sinistra raggiunga l’obiettivo che
si è dato fin dall’inizio di questa legislatura. È altrettanto probabile che,
subito dopo, nessuno sappia spiegare con chiarezza che cosa farà. Se il Pdl è
ormai uno stagno dove nuotano mille partiti potenziali, il Pd è a sua volta una
torta politica sbriciolata in tanti correnti e potentati.
• Il vulnus istituzionale determinato dalla bocciatura
del Rendicono è stato almeno superato?
Cicchitto, Reguzzoni e Moffa - capigruppo di Pdl, Lega e Popolo e territorio - hanno scritto su questo a
Napolitano, e Napolitano ha risposto che non è tanto preoccupante la bocciatura
in sé (che non determinava comunque «un obbligo giuridico di dimissioni»)
quanto «il contesto più generale in cui si è inserita la mancata approvazione
dell’articolo 1». Il Presidente ammonisce che il voto di fiducia (ieri il
51esimo) «non dovrebbe comunque eccedere limiti oltre i quali si verificherebbe
una inaccettabile compressione delle prerogative delle Camere».
• Scajola?
C’era e ha votato la fiducia. Subito dopo ha dett
«Adesso bisogna costruire ed allargare per vincere». Cioè l’alleanza con l’Udc,
che però Casini non è disposto a sottoscrivere fino a che il Cav non si toglie
di mezzo.
• Risposta di Berlusconi?
«Dopo che il governo avrà approvato il Decreto
Sviluppo, mi trasferirò, come sede di lavoro, in Parlamento»
[Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 15 ottobre 2011]
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