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 2011  ottobre 15 Sabato calendario

Zuccotti Park, dove l’indignato sogna il suo business - Puliscono il marmo di Zuccotti Park con spazzoloni, saponata e la foga di chi vuol dimostrare al mondo di sapersi comportar bene

Zuccotti Park, dove l’indignato sogna il suo business - Puliscono il marmo di Zuccotti Park con spazzoloni, saponata e la foga di chi vuol dimostrare al mondo di sapersi comportar bene. Studentesse bionde venute dall’Alabama, mamme pacifiste che lavorano a maglia pregando, «Speriamo non ci sgombrino oggi, è il mio compleanno», militanti della vecchia sinistra Usa, per ora niente brutti ceffi. Benvenuti nella piazza americana della rivolta contro Wall Street, capitale di Occupy Wall Street, movimento esiguo nei numeri, vezzeggiato da media e potenti, diffuso alla velocità del web nel mondo 2011. A Zuccotti Park ci sono ospedale e farmacia, gestiti da un infermiere in camice nero e croce rossa sul petto, i medicinali distribuiti a chi sembra più intronato, vuoi per l’umidità dopo settimane di occupazione, vuoi per birra e spinelli. Dietro è allestita la mensa, tavolini e tovaglie bianche dove si servono fette di pizza gelata, sandwich fatti in casa con la verza, frutta, un pentolone di anelletti al ragù - nessuna stella Michelin temo. Tutto gratis, chi vuole lascia qualcosa nel salvadanaio, raccolti finora 175.000 dollari (125.000 euro): la contabilità in pubblico su una lavagna. Nell’angolo a Sud-Ovest la biblioteca: e mentre frugo tra i libri la ragazza che sta seduta davanti alle scatole impermeabili alla pioggia mi chiede di sostituirla: «Io? Lei, solo un attimo please». E così mi ritrovo bibliotecario di Zuccotti Park, e domando, preoccupato: «Prendo nota dei prestiti? Macché - ribatte lei libertaria - siamo comunità, unita come il mare e i fiumi buddhisti». In effetti all’altra estremità di piazza Utopia, oltre i picchetti del sindacato con l’elmetto giallo Longshoremen, gli scaricatori, 32BJ, edili, oltre la band a torso nudo che impazza sui tam tam e balla, i buddhisti meditano in trance perché Wall Street, il cui stato maggiore ci scruta dai grattacieli intorno, «comprenda che l’1% della popolazione non può impoverire il 99%» come spiega Jeff Smith a chiunque chieda. Ha sul maglione il distintivo «Ask me», chiedimi pure, dei volontari per i media. In piazza ci saranno duemila persone, i giornalisti, i bloggers, i cameramen, i citizen reporter, le troupe nemiche e fischiate dei populisti di destra «Fox», sono invece frotte: la rivolta in real time. Passano i giganteschi bus a due piani con i turisti, mal comune di tutte le città, applaudono, mandano baci, incitano gli stanchi eroi di Zuccotti Park. Guardo i titoli della biblioteca che son chiamato a custodire, il Manuale» di politica di Carville, guru del presidente Clinton, «L’Arte della Guerra» di Sun Tzu in un’ottima edizione, tascabili di fantascienza. Un ragazzo legge «Social problems, a modern approach» vecchio tomo del sociologo Becker e si tira sulla testa la tenda blu contro l’umidità. Chi volesse dedurre l’identità sociale, culturale e politica del movimento dai suoi libri, chi volesse ricavare il manifesto, le richieste, la filosofia nell’America della crisi economica e delle due guerre, in campagna elettorale per la Casa Bianca 2012, perderebbe tempo. I libri arrivano in omaggio, sì anche da manager in attillati blazer blu italiani, ma nel mio mandato da custode ne cederò in prestito solo uno: «Guida alle start up, come aprire in pochi giorni il vostro business privato». Inutile gridare alla contraddizione, vi sgolereste senza persuadere nessuno qui, perché Zuccotti Park è il corto circuito delle ideologie del ‘900, Ground Zero dei fermenti del XXI secolo. Vi ammoniscono loro stessi, fanciulli con i riccioli rasta, sindacalisti duri, bloggers che twittano sotto la pioggerella, inastando su un cartelloil verso del poeta profeta d’America, il Walt Whitman caro a Pavese, «Mi contraddico? Ebbene sì, mi contraddico, perché ho dentro moltitudini…». Il movimento, malgrado vanti cortei in 100 città e 88 metropoli all’estero, resta piccino, una minoranza stretta tra le vetrine con i vestiti impeccabili di Brooks Brothers e l’onnipotenza di Wall Street due isolati a Nord, protetta dalle transenne grigie della polizia. Questa gente, il militante che suona Glory Alleluja al sax, il tamburino strafatto, il picchetto contro le miniere di shale gas, non vi darà nessuna idea che non sia «Noi siamo il 99%, Wall Street l’1%». La scrittrice «no Logo» Naomi Klein lo sa e fa un comizio senza altoparlante, vietato, si affida al microfono umano, passaparola nella folla: «Vi amo, non cediamo alla violenza, non facciamo la fine del movimento no global». Eppure il movimento è coccolato da mezza America. Il presidente Obama e il suo vice Biden assicurano che da Zuccotti Park vengono sentimenti da ascoltare nella corsa alla Casa Bianca. John Podesta, stratega principe del Presidente, vuol sostenere anche con fondi i pionieri di Zuccotti Park. Il vecchio Bill Clinton, dal comico tv Letterman, giudica il movimento «molto positivo», il suo ex vicepresidente e premio Nobel per la pace Al Gore si precipita a imitarlo. I ribelli del 99%, con i loro cartelli gelidi «Obama grazie di tutto e vaff...», sono elogiati dal presidente della Federal Reserve, la Banca centrale, Ben Bernanke, «se la prendono con la finanza e la politica economica, come dar loro torto?», e l’esangue ministro del Tesoro Tim Geithner rilancia «Simpatizzo con i dimostranti». Il «New York Times» è innamorato dei ribelli, il Nobel Krugman tifa per loro, critico solo l’editorialista David Brooks «Tutto ok, ma che proponete?». Insomma, mentre vengo congedato dal mio ruolo di bibliotecario che ha dato in prestito un volume di business ai nemici del business, mi aspetterei quasi che dalle torri di vetro e cemento che ci circondano scendano i gentlemen dell’1%, a genuflettersi e scusarsi, portando in tasca certificati di debito da stracciare, azioni da reinvestire sul mercato equo e solidale. La simpatia che l’establishment americano - con l’eccezione della destra radicale - ha deciso di dimostrare al movimento contagia perfino l’esclusiva festa per i 90 anni del Council on Foreign Relations, bastione del potere Usa, organizzata a Manhattan. Con l’invito i Vip ricevono in anteprima uno scritto del saggista George Packer, «Il contratto infranto», che denuncia, al party delle élites, il fallimento delle élites, l’avarizia di Wall Street, il crollo delle istituzioni, la resa dei politici alle lobbies che ne finanziano le campagne elettorali - «i poveri non ci danno mica fondi» ironizzava il senatore Bob Dole -, la fine della classe media e l’era dei super-ricchi. E i super-ricchi che celebreranno a Park Avenue, mentre fuori Occupy Wall Street protesterà, citano compunti i numeri di Packer: «Tra il 1979 e il 2006 il ceto medio americano ha visto il proprio reddito, al netto di tasse e inflazione, salire del 21%. I poveri solo dell’11% mentre l’1% dei ricchi ha aumentato il reddito del 256%, triplicando la propria fetta di reddito nazionale fino al 23%, record dal 1928». È in questi numeri la sola forza del movimento, non nelle povere tende di Zuccotti Park o nei teneri banchetti con i panini ammollati dalla pioggia, né tra i dimostranti con i cappellacci peruviani e il filtro biologico per trasformare l’acqua sporca dei piatti in concime per piante organiche. L’identikit sociale di questa folla è semplice, sono l’eterna «altra America» della scrittrice Nanda Pivano, i dropout, gli esclusi, sempre ai margini, vagabondi hobos, beatniks, hippy, no global. Ma le cifre di Packer sono vere, pesanti, e ogni banchiere in giacca e cravatta, ogni broker in tailleur blu che passano sa che suonano anche per loro e le loro famiglie. Nella rivolta di Berkeley del 1964 e a Columbia 1968 gli studenti imprecavano contro la middle class, la borghesia irrisa nel capolavoro del regista Nichols, «Il laureato». Oggi i ribelli - molti dei quali non hanno mai avuto un posto fisso - alzano cartelli chiedendo «più lavoro per il ceto medio» e prendono applausi e occhiate di simpatia. Marx voleva abbattere la borghesia, la borghesia ha cambiato il mondo e imposto se stessa in Russia e in Cina. Stretta alle corde dalla crisi 2007, trova sostegno in questi bizzarri ex nemici. Non saranno i ragazzi di Zuccotti Park a cambiare l’America. Le loro idee (ieri sul «24 Ore» Christian Rocca ha anticipato il manifesto che apparirà su Google) sono elementari: tasse, welfare, un po’ di propaganda anti Casta, ecologia, pacifismo. E un sondaggio del settimanale «Time» conferma che la maggioranza degli americani ritiene effimera la protesta. Ma - ecco la paradossale energia di Occupy Wall Street - il 54% degli elettori ha stima della protesta, consenso doppio di quello, in declino, della destra Tea Party. Sono con la protesta il 57% dei maschi e il 51% delle donne, il 60% dei giovani sotto i 34 anni ma anche il 51% degli anziani. Popolari tra i democratici, gli occupanti sono sostenuti dal 55% degli elettori indipendenti e perfino da un repubblicano su tre. Non vi aspettate di vedere questi numeri in piazza. La simpatia nasce dalla paura della crisi, dalla scomparsa dei posti di lavoro per il ceto medio anticipata dall’economista Rajan, non dall’adesione allo stile di vita alternativo di Zuccotti Park. E per questo, fin qui, nessuna traccia di protesta nelle università celebri, Princeton o Columbia, dove gli studenti seguono piuttosto Collegefashion.net, sito per imparare a vestirsi con eleganza: il sogno è finire nell’1% dei ricchi, prima di protestare con il 99% di chi ricco non è. La vecchia sinistra dei militanti 1968, come Todd Gitlin, oggi professore di mass media, cerca goffa di saltare sulla protesta ma non ce la farà. «Non abbiamo idee perché è troppopresto per averle, abbiamo candore morale» assicura il portavoce Jeff Smith. Chi passa da Wall Street, ammazzandosi di faticaper tenere duro nel ceto medio, lancia un sorriso di simpatia a chi, antiborghese tosto, fa da Piccola Vedetta di Downtown, nostalgica del buon capitalismo di una volta. La minoranza rumorosa ha finito per difendere la maggioranza silenziosa invocata dal presidente Nixon. Domani tornerò alla mia biblioteca, portando in regalo qualche romanzo classico, qualche saggio con le idee nuove su mercato, lavoro e geopolitica del 2000, ma anche altri manuali per piccole imprese e professioni: dopotutto anche io sto nel 99% no?