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 2011  ottobre 15 Sabato calendario

I SOGNI DI SORRENTINO

Un modo incompleto per spiegare l’eccentrico, artificioso, bellissimo film di Paolo Sorrentino, è che si tratta dei suoi sogni nel cassetto, messi in fila a mo’ di sceneggiatura. Partiamo dal sogno di fare un film con Sean Penn, incontrato a Cannes quando l’americano era presidente della giuria che ha dato il premio speciale a Il Divo. L’italiano ha scritto il copione, e il doppio premio Oscar ha mostrato di non avergli fatto complimenti vuoti. Un altro sogno era di girare con il suo mito David Byrne, come attore-personaggio e come autore delle musiche. Il compositore ha nicchiato fino al consenso di Penn; poi ha aderito. Il terzo sogno era di girare un on the road in America come Wim Wenders (Paris, Texas) e Michelangelo Antonioni (Blow Up) con le inquadrature iconiche di stazioni di servizio, il deserto del sudovest, coffee shop, motel e incontri bizzarri. L’autore napoletano ha girato la sua versione del controverso e imprescindibile Paese-guida dell’Occidente, passando da New York, Michigan, New Mexico e Utah. Il suo film di riferimento è lo straordinario The Straight Story di David Lynch (1999). Le riprese sono stupende, i dialoghi originali e accattivanti, ma si rischia di perdere molti snodi narrativi per il ritmo non serrato. Si consiglia di vederlo a stomaco leggero e dopo un paio di caffè: ne vale la pena. Il regista ha un raffinato pedigree. Quattro dei suoi cinque film hanno concorso per la Palma d’Oro oltre a questo: Le conseguenze dell’amore, L’amico di famiglia, Il Divo. Consacrato con Matteo Garrone (Gomorra) come protagonista del «mini-rinascimento del cinema italiano» dal Premio della giuria, il cineasta ha indiscutibile talento visivo e orecchio finissimo per i dialoghi; sono sempre più interessanti di quelli di qualsiasi altro collega italiano. I suoi difetti sono i finali deboli e lo sguardo prevedibile sulle vicende politiche italiane raccontate nel Divo. Il ritratto di Giulio Andreotti (dell’intoccabile e a volte gigionesco Toni Servillo) è più un caricaturale Dracula alla Oreste Lionello che uno sguardo fresco sul complesso protagonista della Prima Repubblica, ma è girato splendidamente.
L’elemento indimenticabile del nuovo film è il rocker goth-punk di Penn. Trucco e parrucca ricordano Robert Smith dei Cure, incrociato con Alice Cooper e lo scoppiato Ozzy Osborne. Cheyenne (Penn) vive in una lussuosa tenuta a Dublino con la moglie pompiere Jane (Frances McDormand, sotto utilizzata). Ha smesso di cantare da venti anni «perché due fan fragili si sono tolti la vita», prendendo alla lettera i suoi testi dark. Ma continua a travestirsi come allora, congelato in un travestì da Halloween. La vocina è da castrato catatonico, si trascina dietro un carrello per la spesa e ascolta con cortesia un giovane rocker che lo vuole come producer («Solo il nome del gruppo non è negoziabile: “I pezzi di merda”». «Ottima scelta» risponde Cheyenne). È bravo a investire in borsa, e teme di essere depresso. La moglie lo rassicura dopo un amplesso spiritoso: «Un uomo che fa l’amore con la moglie di 35 anni come se fosse la prima volta sta benone». Si occupa di Mary (Eve Hewson), una giovane fan truccata come lui e accolta in casa come una figlia. La madre di Mary (Olwen Fouéré) è troppo triste e distratta perché il figlio Tony è sparito da tre mesi senza dare notizie. Un’altra attività, oltre a quella di farsi sbeffeggiare dai vicini non ancora assuefatti alla sua colorita presenza, è quella di giocare una specie di pelote nella piscina vuota con Jane («Ogni tanto ti faccio vincere», lo disillude lei, per ancorarlo alla realtà). È un omaggio alla partita di tennis virtuale in Blow Up. Ogni tanto Cheyenne fa pronunciamenti gnomici come «Perché è Lady Gaga?». A questo punto lo script (scritto con Umberto Contarello) fa un salto oltre l’oceano, e inizia un secondo film (ce n’è pure un terzo; in fondo rispetta la classica suddivisione in tre atti). Cheyenne, nome d’arte di un ragazzo ebreo di Brooklyn, è alienato dal padre (un sopravissuto all’Olocausto) da quando ha iniziato a travestirsi a 15 anni. Il rapporto padre-figlio è il cuore della storia, secondo il regista. Il problema è che se ci si distrae un secondo, si perde il senso che c’è nel film. Chi scrive ha colto molti punti nodali critici solo alla seconda visione, che è consigliabile, anzi decisiva. Arriva la notizia che il padre del rockettaro in disarmo sta morendo («di vecchiaia», dice). Decide di andare a New York, ma non prende l’aereo. Con il transatlantico arriva in tempo per il funerale. I dialoghi sono ricchi, sfaccettati e di un umorismo dead-pan. Come quando sulla nave ascolta alcune donne in ascensore discutere della marca di rossetto che dura di più. Cheyenne interviene a sorpresa, dicendo che la marca non conta. «Basta incipriare le labbra prima di metterlo; dura tutto il giorno». O come il consiglio che dà prima di partire a Jane, che studia arti marziali: «Vacci piano con il Tai Chi»; o la domanda del parente che accoglie il fratello arrivato per nave: «Perché ci hai messo tanto?». Dalle carte che ha lasciato, Cheyenne scopre che il padre ha fallito lo scopo cardine della sua vita: vendicarsi di Aloise Lange, la guardia che lo aveva umiliato nel lager, che vive sotto falso nome in Usa. Il rocker spiega perché decide di assumere il compito: «Un padre non può che amare suo figlio», dunque amava lui. Così intraprende il suo giro cult dell’America per amore filiale tardivo. Ernie Ray (Shea Wigham) è un uomo d’affari texano esuberante e diffidente che affida il suo nuovo pick-up allo stralunato Cheyenne perché lo riporti in Texas, parlando minacciosamente di «fiducia». È un ritratto esilarante e forte, ma è una presenza che sembra arbitraria anche dopo la seconda visione. Bisogna stare molto accorti, perché se si saltano dei passaggi, tutta la seconda parte del film sembra sconnessa.
Prima di partire, Cheyenne incontra David Byrne, che davanti a una sua curiosa, affascinante installazione canta This Must Be The Place. Poche cose sono più inverosimili dell’amicizia tra il punker superdemotico e il raffinato artista e intellettuale new wave. È una scena a sé, poco integrata con il resto della storia, che ruota intorno alla famiglia, la sua e quella di Lange. Nel film di Lynch amato da Sorrentino, l’anziano protagonista non ha più la patente, e si mette in viaggio su un trattore per andare a trovare il fratello lontano e malato, col quale era in lite da lungo tempo. Racconta un gioco che faceva con i figli piccoli. «Prendevo un rametto e chiedevo loro di spezzarlo. Riuscivano facilmente. Poi ne prendevo cinque o sei, li legavo insieme e dicevo “spezzateli”. Non ci riuscivano, e io dicevo, “Ecco cos’è una famiglia”». È il sentimento nobile dietro lo stridente cambio di marcia del film, dal mesto smarrimento di un uomo-bambino, a una caccia al nazista, riscatto di un figliol prodigo che decide di non morire dentro la maschera del Figlio Ribelle. All’inizio Cheyenne dice di essere contento di non avere figli, che una rockstar fa bene a non averli perché «c’è il rischio che diventino stilisti fuori di testa». Dopo, parlando con Rachel, una cameriera di coffee shop (la figlia di Lange), Cheyenne, l’ingenuo, isolato, amabile bambinone solipsistico, con le rughe e gli occhiali da lettura penzolanti al collo, ha una resipiscenza. Dice a Rachel che non avere figli è l’errore della sua vita. Lei risponde: «Non è mai troppo tardi». «Non è vero» replica lui, secco. «Tardi è tardi, e basta». Prima di vedere il film, si temeva che la presenza di artisti politicamente correttissimi come Penn e Byrne ne condizionassero il clima. (Il compositore, durante Le conversazioni di Capri di Antonio Monda e Davide Azzolini, affermò che Theo Van Gogh non era da compatire, perché era stato uno stupido a «provocare dei cani rabbiosi» con il suo film Sottomissione – con sceneggiatura di Ayaan Hirsi Ali – lasciando chiaramente intendere che l’olandese se l’era cercato l’assassinio per mano di un islamista. Byrne era ignaro dell’effetto delle sue parole, e della nemmeno tanto sottintesa idea che alla libertà d’espressione si rinuncia senza uno squittio per non sfrucugliare squartatori fanatici). L’ultimo capitolo è concentrato sul ritrovamento di Lange (Heinz Lieven, straordinario), l’uomo che umiliò suo padre. Cheyenne incontra un cacciatore di nazisti di professione, Mordecai Midler (il grandioso veterano Judd Hirsch). Lo aiuta malvolentieri, e gli ricorda che Lange era «un pesce piccolo»; quello che aveva fatto era una quisquilia rispetto ai veri orrori dei campi. Così si giustifica una lezione con diapositive sull’Olocausto, e uno scambio di battute che ricorda La versione di Barney, in cui Morderai Richler scrive: «There’s no business like Shoah business». Molti critici a Cannes erano a disagio per questa parte del film, specie dopo lo scompiglio per le battute infelici di Lars Von Trier su Israele. Ma non è questo il problema.
Finalmente il nazista è stanato, e si realizza una scena madre mancata, quasi un’alzata di spalle, come se Sorrentino si liberasse di un MacGuffin – il pretesto che dà l’impulso alla trama; eppure la scena è bellissima. È che le tre parti del film non s’integrano bene, resta tutto inorganico. Il finale arriva come una doccia d’acqua tonica senza effervescenza. This Must Be the Place, a dispetto del titolo, non trova mai «il suo posto» narrativo: l’opera è meravigliosa; manca il film. È una prova d’autore che vale il viaggio per il ritratto magistrale eseguito da Penn, per i dialoghi stupendi, ironici, irriverenti, controcorrente, specie per un film italiano, per il genio e la delizia dei vari siparietti, per la rigorosa direzione degli attori e per le magnifiche riprese di Luca Bigazzi. E si vuole subito comprare la colonna sonora. Le parti sono superiori dell’insieme, ma talmente ricche che non si scherza consigliando una seconda visione. Possono capitare piccoli black-out dovuti alla mancanza di una linea di racconto coeso, trascinante. E non c’è l’epifania finale come nel film di Lynch. Perderlo, però, sarebbe una scemenza. Paolo Sorrentino, con o senza difetti, è l’unico degno erede dei cineasti dell’epoca d’oro del nostro cinema. Teniamocelo molto, molto caro.