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 2011  ottobre 15 Sabato calendario

DAI CCCP FEDELI ALLA LINEA A UN NUOVO EQUILIBRIO QUOTIDIANO

Ho scoperto che non avendo mai fat­to un concerto in nero ed avendo sempre versato i contributi Enpals so­no alla soglia della pensione. Non è mai stata una mia preoccupazione e mi fa sor­ridere. Del mio essere parte in causa negli ul­timi 30 anni di scena musicale posso tracciare il percorso ricorrendo a polaroid da un’altra vita, in altro secolo, altro millennio. C’erano un basso melodico, una chitarra grattugia, una batteriola elettrica, io urlavo sempre. Un nervo scoperto, un’inquietudine fatta corpo; stati di agitazione in forma di canzone. Non professione d’arte ma im­pulso vitale soggetto a legge naturale: nasce, cresce, decade. Era, “CCCP Fedeli alla Linea”, una teatralità barbarico futuri­sta; la soffocammo tra i calcinacci del muro di Berlino e dissi: - mai più - . Una man­ciata di canzoni si coalizzò in fronte di resistenza rivendicando un altro spazio vitale. di letture: viva voce; e la parola smise la ve­ste canzone per farsi libro: “Reduce”, che di­ventò canovaccio di una messa in scena per due voci maschili, un organetto, un violino ma, incontrolla­bile, Complice la malattia, tra un ricovero ospeda­liero e una convalescenza in tour, la Musica si impose e la Tecnica dettò legge. Sul palco ot­tomila watt di basso martellante, chitarra ar­moniosa e chitarra disturbata, tastiere e pia­noforte mezzacoda, batteria e percussioni, u­na voce d’angelo a contenermi ed aggraziar­mi. Bello, molto bello il “Consorzio Suonatori Indipendenti” (CSI), ma «oggi è domenica do­mani si muore» e arriva il lunedì. Non sono na­to per fare il cantante. «Ferretti è nato postu­mo » ha scritto Edmondo Berselli raccontando della sera a Montesole, sotto il firmamento al lume di candele, in cui nacquero i “PGR” (Per Grazia Ricevuta). Lì si evidenziò che la mia vo­lontà è poca cosa, c’è sempre un buon moti­vo, una bella persona «… e non è ancora fi­nita ». Incontri fulminanti col jazz: voce/trom­ba, voce/trombone, voce/pianoforte; intense frequentazioni con orchestre d’organetti, not­ti tarantate. Il canto religioso nella tradizione popolare. Il teatro contemporaneo e le serate una tensio­ne a tagliare, to­gliere, scarnifi­care fino a re­stare fiato e un suono d’arco per compagnia: “Bella Gente d’Appennino”, 29 dicembre 2007 nella mia chiesa parroc­chiale, paesani. Così personale, così di parte da tro­vare paesani e chiese ovunque ma anche pic­coli teatri, cortili e saloni di palazzi e castel­li, radure. Da San Restituto sulle Alpi Occi­dentali per i miei al Castello Normanno Svevo di Bari. Da Palazzo Trinci in Foligno al Nuovostudiofoce di Lugano. Il Duomo di Berceto. La chiesa Angli­cana di Napoli e il Folk Club di Torino. Posso elencarne decine su decine, ognuno a sé, tutti degni di nota. Cosa ci fac­cio io? Ancora? Residuo salmo­diante che sussur­ra, modula, scan­disce manciate di scongiuri, pre­ghiere, invocazio­ni. Cerimoniere di un rito ora “a cuor contento” che nervi scoperti, inquietudini fatte corpi, stati d’agitazione in fibrillazione sono nutrimento di massa e l’incarognimento sembra l’unico co­mune traguardo. Ricomincio da capo. Un pal­co, una voce, due suoni: il violino e alternati­vamente basso o chitarra, la batteria elettro­nica quando serve. La cadenza si fa fluida s’ar­rotondano le asperità trova spazio il sorriso e la tensione muove altri percorsi.
In queste giornate autunnali tese ad un nuo­vo equilibrio quotidiano tra ciò che non è più, ciò che resta, ciò che può crescere se trova spazio fertile, un disco e un libro mi hanno fatto compagnia. Due piacevoli sorprese in apparente contraddizione. Montesole, 29 giu­gno 2001 è tra i miei dischi quello che non a­vevo mai ascoltato davvero. Il libro è “Giu­seppe Dossetti. La Costituzione come ideolo­gia politica” di Gianni Baget Bozzo e Pier Pao­lo Saleri. Tra il disco e il libro, lo spazio di un decennio, è racchiuso il mutare del mio sguar­do sul mondo ma, molto di più, ciò che per­mane perché non ascrivibile all’elenco delle va­riabili: il mistero della vita a cui fa corona l’arrabattarsi degli uomini che anelano al pro­prio destino.