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 2011  ottobre 15 Sabato calendario

Cara spazzatura sei il motore del mondo - L’ecocentro è un luogo molto interessante. Non è certo un’attrazione turistica in senso tradizionale, per due motivi: il primo è che non risponde al nostro bisogno di bellezza

Cara spazzatura sei il motore del mondo - L’ecocentro è un luogo molto interessante. Non è certo un’attrazione turistica in senso tradizionale, per due motivi: il primo è che non risponde al nostro bisogno di bellezza. In parole povere non c’è nulla da contemplare in senso stretto. E poi, se i siti che catturano la nostra attenzione ci offrono uno sguardo su un passato più o meno lontano - monumenti, musei, centri storici, scavi...- l’ecocentro è «soltanto» uno specchio del presente. E in quanto tale merita una gita, anche se non dobbiamo sbarazzarci di un divano sfondato, una televisione corpacciuta, sfalci d’erba. Però davvero merita, perché nel suo piccolo, l’ecocentro ha molte cose da raccontare. Del mondo, di noi, del nostro presente. La prima cosa che risulta evidente, girando fra gli enormi cassoni, i cartelli che ti indicano dove depositare i tuoi scarti, è che siamo una strana «civiltà dei consumi». Non tanto nell’accezione della parola «civiltà», che è tutta da soppesare, al nostro riguardo. Quanto piuttosto ai «consumi»: la prima impressione che si ricava da un ecocentro, infatti, è che si butta senza consumare. Cose in stato dignitoso, vestiti più che mettibili, mobilia che non sfigurerebbe ancora: siamo una civiltà dei consumi che molto, molto spesso butta senza avere consumato. L’altra, interessante evidenza che salta all’occhio in un ecocentro, ma anche passando davanti a una discarica suburbana, è che siamo degli strabilianti produttori di spazzatura. Cinquecento chili di roba per ciascuno all’anno, più o meno: queste sono le stime europee, riportate insieme a una ricca messe di dati, racconti, notizie più o meno curiose in un libro davvero istruttivo. Si tratta di Autoritratto dell’immondizia. Come la civiltà è stata condizionata dai rifiuti di Lorenzo Pinna, con la prefazione di Piero Angela. E’ un libro istruttivo, anzi di più: è un libro di storia con la esse maiuscola. Solo che narra una storia invisibile, sotterranea, poco attraente. Eppure cruciale non meno di quella che si studia a scuola, con tanto di date, guerre e fatti salienti. Il fatto saliente che guida questa indagine - dalla più remota preistoria quando l’homo sapiens faceva i suoi primi passi sino alle strade di Napoli oggi - è che, oltre a produrre un sacco di immondizia, la nostra civiltà ci sta anche poggiata sopra. In parole povere, il passato e tanti eventi cruciali di quelli che si studiano a scuola, sono stati determinati dalla spazzatura oltre che da guerre di conquista, scoperte scientifiche, rivoluzioni culturali. Pinna ci descrive con efficacia e serietà documentaria il quadro delle grandi città del passato. Spiega come il primato di Roma (quella antica) derivi anche, forse soprattutto, dagli ingegni che crearono una formidabile e avveniristica rete idrica e fognaria. Elementi indispensabili, questi, per sfuggire alla «città pestilenziale», dove i rifiuti domestici venivano scaraventati dalla finestra e quelli «fisiologici» finivano per intasare pozze e vicoli, appestare corsi d’acqua. Insieme, questi scarti generavano un lezzo che se qualcuno di noi tornasse indietro nel tempo e si trovasse a passeggiare in qualunque centro urbano del Trecento o del Settecento, faticherebbe a sopportare. Dopo Roma e un lunghissimo intervallo temporale, le prime città che scamparono alla natura pestilenziale - dove il puzzo era solo un fenomeno, la manifestazione più diretta di una mefitica insalubrità - furono Parigi e Londra. Qui, grazie alle intuizioni di alcuni e l’impegno delle autorità, il secolo XIX vide colossali imprese di ammodernamento. Fogne, impianti idrici e di smaltimento. Fra i grandi artefici di queste rivoluzioni, ci fu ad esempio il prefetto della Senna Eugene Poubelle, che con un’ordinanza del 1884 obbligava «tutte le case, i negozi, le botteghe a dotarsi di bidoni metallici con coperchio dentro i quali mettere le immondizie». Ed ebbe, postumo, l’onore di entrare nel vocabolario francese, in cui il suo cognome indica, per l’appunto, la spazzatura. Dalle avveniristiche Londra e Parigi, Pinna si addentra poi in quel terreno minato che è l’Italia, sulla questione rifiuti. Giustamente addebita le nostre incongruenze a un ritardo generale: abbiamo perso il treno del progresso, e non solo in fatto di bidoni e cassonetti. Pinna affronta il nodo Napoli partendo da molto lontano e soffermandosi sulla mancata modernizzazione della città dopo l’epidemia di colera nel 1884. Il grande progetto di sventrare la città ed eliminare i bassi dove la gente viveva in condizioni disperate, rimase incompiuto. Questa generale approssimazione ha lasciato comodo spazio d’iniziativa alla camorra, con il risultato che alcune zone della Campania sono, dati alla mano, decisamente più rischiose delle immediate vicinanze di Cernobil. Ma il libro non è soltanto una giaculatoria sull’attuale stato dell’immondizia nel nostro Paese. Affronta infatti diverse prospettive, ci spiega il perché della differenziata, dà un senso a quei mostri edilizi che sono gli inceneritori. Ci fa scoprire un lato oscuro del nostro mondo: oscuro ma assiduamente frequentato, da tutti noi. Basti pensare a quante volte al giorno ci capita di buttare via qualcosa. Senza pensarci troppo.