CARLO BERTINI, La Stampa 15/10/2011, 15 ottobre 2011
Fallisce il blitz e nel Pd scoppia il caso Radicali - Il blitz prende forma giovedì sera, quando Dario Franceschini contatta Casini per prospettargli un impianto di gioco suggestivo: far mancare il numero legale al voto sulla fiducia, disertando la prima e seconda «chiama» per vedere se la maggioranza da sola avrà 315 deputati in aula, necessari per non invalidare tutto
Fallisce il blitz e nel Pd scoppia il caso Radicali - Il blitz prende forma giovedì sera, quando Dario Franceschini contatta Casini per prospettargli un impianto di gioco suggestivo: far mancare il numero legale al voto sulla fiducia, disertando la prima e seconda «chiama» per vedere se la maggioranza da sola avrà 315 deputati in aula, necessari per non invalidare tutto. Blitz rischioso, che se riuscito, avrebbe costretto Berlusconi a un secondo round nei giorni successivi: nuova conta sulla fiducia dopo aver pagato pegno di una figuraccia davanti al paese e al Capo dello Stato. E visto che nel Pdl si avvertono forti scricchiolii, con segnali di smarcamento vari, anche Pierferdinando sposa di buon grado l’idea, fiutandone subito i potenziali ritorni. Che infatti, di lì a 24 ore, si materializzano per i centristi, mentre il Pd resta a bocca asciutta e con il volto ferito dallo sfregio impresso dai Radicali a tutto il progetto. «Parliamoci chiaro - sussurrano gli uomini di Casini a giochi fatti - se loro sono rimasti senza i voti di Sardelli, Gava e Destro è merito nostro e non certo del Pd...». Frase che segnala un dato significativo, cioè una contro-campagna in atto ad opera dei centristi per far cadere il governo, anche se ufficialmente non certificata da alcun passaggio di gruppo. «Sono abbastanza soddisfatto - gongola Casini - perché oggi ci sono state prime importanti defezioni. La prossima volta gli andrà peggio. Ora basta avere pazienza, perché in politica la cosa peggiore è avere fretta». Fatto sta che ieri mattina alle nove Franceschini, conti alla mano, chiedeva ai Radicali un esplicito sostegno all’iniziativa, dando tempo fino alle 11 per una risposta. Ma di fronte ai telefonini staccati, quando alle 11,30 non giunge alcuna certezza, anche dentro il Pd si aprono le prime crepe: come si fa ad andare avanti senza sapere come si muoveranno i Radicali? E se va male rischiamo l’effetto boomerang? Qualcuno si infila nei meandri del Palazzo per scovare i Radicali riuniti in conclave in una saletta sperduta ma torna senza certezze: e prende corpo il fantasma della disfatta. Che si trasformerà in sfoghi di rabbia repressa quando i cinque Radicali entrano in aula: il focoso Rolando Nannicini gli bercia contro spalleggiato dalla Melandri e dalla Calipari, rintuzzati per le rime. E quando il governo alla fine della seconda «chiama» ottiene 316 voti, urla e insulti si sprecano, «grazie a voi hanno pure recuperato Pisacane e la maggioranza assoluta!». Di Pietro furente, per non dire della Bindi che invoca l’espulsione fin dal giorno prima, quando i Radicali si piazzano ai loro posti mentre parla Berlusconi, vanificando l’effetto mediatico del mini-Aventino delle opposizioni. Ma il film del blitz mancato è quello di decine di deputati del Pd assiepati in cortile a fare i conti davanti ai monitor e di un Bersani seduto su un divano sconsolato e scettico. Del batticuore con cui vengono spuntati uno ad uno i votanti; fino a quando, alle 13 e 40 arrivati al duecentonovantottesimo nome, entrano per votare Beltrandi, Bernardini, Farina Coscioni e Turco, scatenando il panico tra i Democrats che cominciano a inveire. E dopo altri 14 voti tutti della maggioranza, arrivano Mecacci e Zamparutti, seguiti dai due delle minoranze linguistiche Zeller e Brugger. Ma ben prima, quando vota uno degli indecisi della maggioranza, Milo, l’Udc Lusetti fa una smorfia che fotografa il blitz fallito: la maggioranza avrà da sola il numero legale. E infatti la prima tornata si chiude con 322 votanti, di cui 7 contro la fiducia e 315 a favore: certificando che i Radicali, ammette Franceschini, «non sono stati determinanti per garantire il numero legale. Ma la gravità della loro scelta, fatta come sempre senza comunicarci nulla, resta enorme». A quel punto tutte le opposizioni corrono in aula e al secondo giro la maggioranza riconquista il voto di Pisacane e finisce 316 a 301. «Il Pd ha regalato di nuovo al povero Berlusconi un altro successo», è la fotografia di Pannella. E a chi lo strattona per cacciare i Radicali, Bersani fa capire di non volersi cacciare in un ginepraio: «Hanno la loro strategia, la seguano, noi abbiamo altro da fare». E Casini scherza con i cronisti: «Se uno non ci prova dite che l’opposizione non fa il suo mestiere, se invece ci proviamo ci attaccate lo stesso...».