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 2011  ottobre 15 Sabato calendario

Lo scudetto? Lo inventò d’Annunzio - «I o non sono un intellet­tuale dello st­ampo an­tico in papalina e pan­tofole », sosteneva Ga­briele d’Annunzio, e mantenne sempre fede alla dichiarazione

Lo scudetto? Lo inventò d’Annunzio - «I o non sono un intellet­tuale dello st­ampo an­tico in papalina e pan­tofole », sosteneva Ga­briele d’Annunzio, e mantenne sempre fede alla dichiarazione. Se a tutti sono note le sue imprese d’amante guerriero, lo sono me­no quelle di sportivo multiforme. Già negli anni dell’adolescenza, mentre il padre si inorgogliva a toccargli «i muscoli del braccio in­duriti dalla sbarra fissa e dalle pa­rallele », il Collegio Cicognini di­chiarava l’alunno d’Annunzio «degno di piena lode nella scuola obbligatoria di scherma e degno di molta lode in ginnastica». Al Vittoriale, nel nuovo «Museo d’Annunzio Segreto»,sono da po­co esposti appunti e schizzi auto­grafi che riportano esercizi ginni­ci nei quali il poeta si cimentava quotidianamente sin dagli anni Dieci e fino alla vecchiaia. Poco di­stanti, i guantoni da boxe ci restitu­iscono l’immagine di un uomo quasi anziano che si allenava, face­va piegamenti e torsioni e tirava colpi al punching ball . Ma nessu­no, o quasi, sa che fu proprio lui a inventare il simbolo più caro ai ti­fosi di calcio: lo scudetto. Sempre attento alle novità, di qualunque tipo e da ovunque ve­nissero, al giovanissimo Gabriele non era sfuggito il football, nato da poco in Inghilterra. Già nel 1887, a 24 anni, gioca con una «pal­la di ottimo cuoio, con camera d’aria inglese», acquistata a Lon­dra dall’amico musicista Paolo To­sti, per il quale anni dopo avrebbe scritto il celebre testo di ’A Vuc­chella . Con quel pallone si allena­va insieme agli amici, instancabi­le, sulla spiaggia di Francavilla, vi­cino a Pescara: finché un giorno l’uomo che avrebbe superato im­mune tante cadute da cavallo eb­be il più grave incidente della sua vita, a parte quelli – ben più noti – di quando in guerra diventò l’Or­bo veggente per un ammaraggio malriuscito e quando, nel 1922, cadde (o fu spinto?) da una fine­stra del Vittoriale. Ebbene nel 1887,durante un’azione di calcio, cadde (o fu atterrato?) e perse due denti. Da allora non giocò più, ma conservò il pallone, si presume per palleggi solitari. La passione per il calcio riemer­se nel 1919-20, durante l’impresa di Fiume.D’Annunzio aveva occu­pato la città – come un condottie­ro rinascimentale - per ottenere che i trattati di pace la assegnasse­­ro all’Italia. A Fiume volle che le at­tività sportive si inquadrassero in una nuova concezione della vita e della cultura. Non c’era festa, non c’era ricorrenza che non prevedes­se gare e ludi competitivi. Presso il comando militare venne istituito un ufficio specifico per lo sport, al quale fu riservato un ruolo impor­tante; nella Carta del Carnaro – una delle Costituzioni più avanza­te del ’900 – d’Annunzio stabilì che a tutti i cittadini di ambedue i sessi fosse garantita «l’educazio­ne corporea in palestre aperte e fornite». Prima ancora della Carta,d’An­nunzio – innovatore, inventore e creatore inesauribile – pose per la prima volta lo scudetto tricolore sulle maglie degli «azzurri», lo stes­so scudetto che poi sarebbe stato assegnato alle squadre vincitrici del campionato. Avvenne duran­te la partita disputata domenica 7 febbraio 1920, a Fiume, fra la squadra del Comando e quella cittadina, per rafforzare i rap­porti fra i volontari al seguito del poeta e i civili fiumani. I mili­tari, che rappresentavano l’Italia, ovvero il ricongiungimento con la madre patria, indossavano la ma­glia azzurra con uno scudetto ver­de­ bianco-rosso nella foggia che la terminologia araldica definisce «sannitico-antica». La nazionale di calcio ufficiale, invece, indossa­va la maglia azzurra con lo scudo crocia­to bianco e rosso dei Savoia. D’Annunzio, monarchico sincero, volle proba­bilmente dimostrare con il tricolo­re che la «sua» squadra non rap­presentava soltanto il potere uffi­ciale – il governo di Nitti (ribattez­zato «Cagoja») lo osteggiava - ma l’Italia tutta. L’incontro si svolse al campo sportivo di Cantrida, arbitrato dal tenente Masperi, consigliere dele­gato della Federazione Italiana Gioco Calcio, e fu vinto dai fiuma­ni, fra i quali c’erano calciatori di­lettanti e semiprofessionisti, che batterono 1 a 0 una compagine ete­rogenea di bersaglieri, fanti, ardi­ti, aviatori e marinai, futuristi, av­venturieri. L’immancabile rivinci­ta venne giocata il 9 maggio 1920 e si concluse ancora con la vittoria dei fiumani per 2 a 1. Prima della partita d’Annunzio pronunciò un discorso, appuntato in una pagi­na autografa oggi conservata ne­gli archivi del Vittoriale: «Questo campo è un campo di combatten­­ti, questo giuoco è un giuoco di combattenti. In una vecchia cro­naca fiorentina si dice del calcio gioco proprio e antico della città di Firenze, a guisa di battaglia ordi­nata. I campioni di tutti i reparti qui si addestrano alla rapidità, al­l’agilità, al colpo d’occhio sicuro, al coraggio sprezzante, alla lunga lena. Qui si foggiano i muscoli for­ti e gli animi grandi. Il gioco a guisa di battaglia ordinata è la prepara­zione all’assalto d’armi. Per ciò io non assisto alla festa di oggi se non come combattente capo di com­battenti. Pronti? Io grido. E voi co­me mi rispondete? Pronti!». Mi piace pensare che Zeman – con­dottiero più che allenato­re – usi le stesse parole con i giocatori del Pesca­ra, città natale di d’An­nunzio che Zeman sta riportando in serie A. A Natale il nuovo capo del governo, Giolitti, dette ordi­ne all’esercito di allontanare d’Annunzio e i suoi uomini con la forza dei canno­ni, per ri­consegna­re la città agli ac­cordi internazionali. D’Annunzio, già Vate d’Italia e eroe della Prima guerra mondia­­le, accrebbe il proprio mito: Mus­solini, che il poeta disprezzava, ca­pì dalla sua impresa che lo Stato poteva venire sfidato con la forza e vinto; Gramsci, conscio del fasci­no esercitato dall’eroe sul popolo e sedotto dalla forza rivoluziona­ria della costituzione fiumana, nel ’21 andrà invano al Vittoriale, a Gardone Riviera, per proporgli di unirsi al neonato Partito comu­nista italiano. A ulteriore dimo­strazione della sua popolarità, proprio alla fine di quel ’21 un refe­rendum della Gazzetta dello Sport proclamò Gabriele d’Annunzio «atleta dell’anno». Nel ’24, dopo un accordo con il governo jugoslavo, Fiume venne annessa all’Italia:non sarebbe ac­caduto senza l’impresa di d’An­nunzio e non è un caso che in ago­sto la Federazione Italiana Giuo­co Calcio abbia approvato il distin­tivo tricolore per la squadra cam­pione d’Italia. Lo scudetto di d’An­nunzio, però in foggia «svizzera», comparve allo stadio Marassi il 10 ottobre ’24 sulle maglie del Ge­noa. Nel ’25 passò al Bologna e nel ’26 alla Juventus, modificato con l’inserimento dello stemma sa­baudo. Nel campionato naziona­le ’28-29 giocò anche l’Unione Sportiva Fiumana, con alcuni atle­ti delle partite dannunziane. Ma il vero trionfo calcistico del Vate a­v­venne quasi dieci anni dopo la sua morte:il 27 ottobre ’47 la naziona­l­e Italiana di calcio giocò a Firenze contro la Svizzera, stravincendo nella sua prima partita postbelli­ca: gli azzurri avevano sul petto lo scudetto tricolore di d’Annunzio, quello «sannitico».