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 2011  ottobre 15 Sabato calendario

Il pg di Caltanissetta: “Strage di via D’Amelio il processo è da rifare” - I ricordi sono nitidi, come se i fatti che racconta fossero accaduti il giorno prima

Il pg di Caltanissetta: “Strage di via D’Amelio il processo è da rifare” - I ricordi sono nitidi, come se i fatti che racconta fossero accaduti il giorno prima. E invece hanno un epilogo il 18 luglio del 1992, più di tre lustri fa. Gaspare Spatuzza, uomo d’onore della famiglia di Brancaccio, consegna ai magistrati di Caltanissetta la sua sconvolgente verità sulla strage di via D’Amelio: «Quel giorno, doveva essere il venerdì, il giorno prima, portai le targhe che mi furono commissionate a Giuseppe Graviano. Lui mi salutò raccomandandomi di lasciare Palermo, l’indomani. Di allontanarmi il più lontano possibile dalla città. E io capii...». Fa venire i brividi, il racconto in presa diretta di quella strage. La più misteriosa del biennio stragista di Cosa nostra. Paolo Borsellino e la sua scorta saltarono in aria sotto casa della mamma del magistrato palermitano. Diciannove anni dopo, i magistrati nisseni hanno riscritto la storia di quella strage. Come fu realizzata e da chi. Cambiati i protagonisti, modificate le sequenze, individuato il luogo da dove fu premuto il pulsante per fare esplodere l’autobomba. E chi, Giuseppe Graviano, il capo del mandamento di Brancaccio, materialmente schiacciò il pulsante. Ieri mattina il procuratore generale di Caltanissetta, Roberto Scarpinato, ha depositato alla segreteria della Corte d’appello di Catania la richiesta di revisione dei processi «Borsellino uno» e «Borsellino bis». In particolare ha sollecitato la revisione per undici imputati, e la loro scarcerazione. Tra loro, il pentito che ha ritrattato e poi si è ripentito di nuovo, Vincenzo Scarantino, che sta scontando anche la pena per avere calunniato l’allora coordinatore del pool di investigatori sulle stragi, Arnaldo La Barbera. Condannato per aver detto la verità. Undici innocenti e un grappolo di colpevoli. Tecnicamente due iter processuali differenti. Il procuratore generale chiede la revisione di due processi Borsellino che si conclusero con delle condanne ingiuste, la procura di Caltanissetta si accinge a chiedere la cattura dei colpevoli individuati. E sullo sfondo c’è poi il discorso della trattativa, dei mandanti, dei misteri delle stragi di via D’Amelio (Borsellino), e di Capaci (Falcone). Va detto subito che non è stato solo Gaspare Spatuzza a riscrivere la strage di via D’Amelio. C’è anche l’autista del boss, di Giuseppe Graviano, Fabio Tranchina, che conferma e riscontra Spatuzza. E la prima verità che manda in soffitta i vecchi processi Borsellino, è che quella strage non fu eseguita dal gruppo di Pietro Aglieri, il boss della Guadagna. Furono condannati degli innocenti mentre i colpevoli la fecero franca. Furono altri i mandamenti, le famiglie, i personaggi di Cosa nostra dietro quella strage. E da oggi non è più una strage in cerca d’autore. Il regista è Giuseppe Graviano, il capo del mandamento di Brancaccio. Stiamo parlando di quel gruppo di Cosa nostra che in quel biennio nero della democrazia, ha rapporti con la politica, con l’imprenditoria che sta per scendere in politica, con pezzi dei servizi segreti, della massoneria. Gaspare Spatuzza racconta di aver avuto da Cristofaro Fifetto Cannella l’«ambasciata» da Giuseppe Graviano di rubare un’auto. Quella che preleva insieme a Vittorio Tutino, uomo d’onore della famiglia di Corso dei Mille, è una Fiat 126 intestata ad una signora, Pietrina Valenti. Era malandata, quell’auto. Tanto che Spatuzza la portò da un meccanico di fiducia per rimetterla in sesto, per farla camminare. E pagò regolarmente il conto. Fu sempre Spatuzza (che si colloca nel gruppo operativo della strage), a recuperare il materiale che serviva a innescare l’esplosivo. E sempre Spatuzza trovò l’esplosivo in quantità industriali che poi fu utilizzato nelle stragi di Palermo e del Continente. Quando arrivò l’ordine di mettere in stand by quella Fiat 126, Spatuzza la prelevò e la trasferità in un locale di via Villasvaglios, vicino a via D’Amelio, dove fu imbottita di esplosivo. Mancavano le targhe da sostituire. E facendosi accompagnare da Vittorio Tutino, Spatuzza le smontò da un’altra Fiat 126. «Facemmo un giro nelle autofficine della zona. Dopo due tentativi falliti trovammo l’auto che ci serviva nell’officina di Giuseppe Orofino. E smontammo le targhe». Gaspare Spatuzza consegna la sua verità ai pm di Caltanissetta. Oggi è un collaboratore di giustizia a tutti gli effetti. Ha raccontato dei rapporti indicibili di Graviano con la politica. Con Marcello dell’Utri. Quel che conta, che la sua ricostruzione militare della strage di via D’Amelio, da oggi è diventata credibile anche per la Procura di Caltanissetta. Per tutti questi anni si è favoleggiato sul Castello Utveggio, sul Montepellegrino, sede di un ufficio dei servizi segreti, dal quale sarebbe partito l’impulso per l’autobomba di via D’Amelio. Ora, secondo l’ultima ricostruzione, Giuseppe Graviano si posizionò dietro un muro di un giardino che affacciava in via D’Amelio. E spinse il pulsante. Ma questa è un’altra storia. La procura di Caltanissetta ha ben chiaro che dovrà procedere contro i veri responsabili. E’ solo questione di tempo. Per il momento, Catania dovrà esprimersi sulla richiesta del procuratore generale Scarpinato, e scarcerare vittime innocenti. Innocenti, anche se mafiosi.