Varie, 15 ottobre 2011
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Crapanzano Calogero
• Favara (Agrigento) 24 maggio 1948. Maestro in pensione, il 22 giugno 2007 strangolò con una corda solitamente usata per trainare l’auto il figlio autistico Angelo, 27 anni. Condannato a 9 anni e 4 mesi, dopo appena due mesi di carere il magistrato di sorveglianza Nicola Mazzamuto gli concesse la scarcerazione perché il suo precario stato di salute era aggravato «dal profondo dolore e senso di colpa per la terribile tragedia vissuta». Il 14 ottobre 2011 fu graziato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano • «“Non un dramma della follia, ma un dramma della malattia”, scrisse nelle motivazioni della sentenza il giudice che aveva condannato un padre per l’omicidio del figlio autistico accudito per anni in assoluta solitudine senza alcun aiuto dei servizi sanitari e sociali [...] maestro elementare in pensione [...] portò suo figlio Angelo, 27 anni, nella campagna di Gibilrossa per fare una passeggiata e lo strangolò con il cavetto della batteria della sua auto. Poi, dopo aver caricato il corpo del ragazzo nel bagagliaio della sua auto, si presentò dai carabinieri e disse: “Ho strangolato mio figlio, era una vita d’inferno, non ce la facevo più, ma sono pentito”. Arrestato e portato in manette davanti al giudice, fu immediatamente rilasciato e le sue prime parole furono ancora per Angelo: “Ora devo occuparmi della sepoltura di mio figlio e portarlo nella tomba di famiglia a Favara” [...] fidava moltissimo nella decisione di Napolitano: “Io e mia moglie abbiamo già passato 27 anni di galera. Io non posso andare in carcere. Sto male. Il presidente Napolitano ha un cuore di padre. Capirà il mio strazio”. Non era certo un padre che non si era mai curato del figlio Calogero Crapanzano. Tutt’altro, e il giudice Lorenzo Matassa, nelle motivazioni della sentenza con la quale lo condannò, gliene diede ampiamente atto. Agli inquirenti Calogero Crapanzano raccontò la sua vita di padre disperato alle prese in solitudine con l’autismo del figlio. Angelo aveva spesso reazioni inconsulte, non riusciva a controllare gli accessi d’ira e picchiava la madre. Discuteva per tutto, era preda di fissazioni, smontava e rimontava tutto quello che gli capitava tra le mani. Il padre aveva dovuto mettersi in pensione anticipatamente per badare a lui, con il figlio divideva persino il letto. “Quel giorno in macchina, mio figlio gridava e si agitava, non faceva che ripetere che dovevamo smontare il condizionatore. Poi ha preso a mordersi le mani fino a farle sanguinare. Ho afferrato i cavetti che avevo in auto e l’ho ucciso. Ma sono pentito, lo giuro”. Poi lo sfogo contro lo stato di abbandono che lo ha portato all´esasperazione: “Troppe volte ho chiesto aiuto alle istituzioni. Ma mi prescrivevano solo psicofarmaci per il mio ragazzo”. Messaggio perfettamente recepito dal giudice [...] nel concedergli le attenuanti [...]» (Alessandra Ziniti, “la Repubblica” 15/10/2011) • Vedi anche Monica Ceravolo, “La Stampa” 29/6/2007; Riccardo Arena, “La Stampa” 2/1/2010.