Il fatto del giorno
di Giorgio Dell'Arti
Il week end peggiore dell’anno comincia domani: chiusura delle fabbriche e milioni di italiani in viaggio verso il mare. La televisione e i giornali si concentrano soprattutto sull’aspetto automobilistico della faccenda. Ma quello ferroviario non è da meno: centinaia di migliaia di siciliani, calabresi, pugliesi che lavorano a Milano, a Torino o in qualche altra città del Nord e che tornano a casa, per fare vacanza e anche per portare i nipoti ai nonni o riabbracciare mamme, sorelle, fratelli. Secondo Paolo Russo, capo ufficio stampa della divisione Trasporto delle Ferrovie, gli italiani che quest’anno avranno scelto di lasciare la macchina e prendere il treno saranno 15 milioni.
• I treni italiani non fanno pena? Non stiamo per dire questo?
Naturalmente parlar male delle Ferrovie è facilissimo. L’altro giorno La Stampa ha fatto il resoconto di un Torino-Reggio Calabria tragico, 27 ore di viaggio e nove ore di ritardo, niente aria condizionata, passeggeri boccheggianti nei vagoni blindati, nessuna informazione e rimborsi finali pari a un quinto del biglietto. Chi aveva caricato la macchina a bordo non ha avuto nessun rimborso e ha dovuto aspettare anche di più, perché il convoglio con le auto è andato anche più lento del treno principale. A caricare la macchina oltre tutto si rischia, perché qualche volta succede che all’arrivo le vetture risultino rigate o ammaccate. Il fattaccio del Torino-Reggio Calabria, provocato dal guasto a un freno, ha provocato un’ìinterrogazione dei senatori Bianchi (Ulivo) e Iovene (Sd), che hanno chiesto le dimissioni del cda di Trenitalia. Ieri poi, su Libero, l’avvocato Annamaria Bernardini De Pace ha raccontato di un tentativo di rapina, subito da lei e da una sua collega, su un Bari-Milan alle quattro del mattino qualcuno ha cercato di rompere la serratura della cabina. La mattina dopo il controllore ha spiegato che «succede sempre». A Milano, negli uffici della Polfer, la denuncia non è stata accettata perché «la rapina non riuscita non è un reato». La Berardini De Pace, nella sua lettera, era piuttosto fuori di sé.
• Ci sono molte rapine sui treni?
Tra furti e rapine, si parla di circa undicimila episodi l’anno. Sono complessivamente in aumento di un 8,6 per cento, almeno paragonando i dati del primo semestre con quelli del primo semestre dell’anno scorso. Però c’è forse una flessione delle rapine con violenza: da gennaio a giugno non ce ne sarebbero state che 54.
• Come mai?
Forse dipende dal fatto che questo tipo di rapina avviene con modalità più o meno sempre uguali, all’incirca sempre nelle stesse ore e quasi sempre sulle stesse tratte: il Milano-Messina (la più pericolosa), il Milano-Siracusa, il Milano-Palermo e il Milano-Villa San Giovanni. I banditi – in genere tre persone – entrano in azione sempre fra le due e le quattro del mattino. Chiudono a chiave il personale viaggiante, poi si dedicano ai passeggeri: fanno saltare i lucchetti delle cuccette e portano via i bagagli, specialmente i computer. Qualche volta sabotano anche il passaggio da un vagone all’altro, in modo da star più sicuri nella zona in cui operano. Per scappare tirano l’allarme, fanno fermare il treno e saltano giù. C’è sempre una macchina con un complice che li aspetta in zona e che viene avvertita tramite cellulare. Di episodi così ce n’è un cinquecento l’anno.
• Cinquecento! Mi pare un numero enorme.
Beh, tenga conto che ogni giorno sulla rete un milione e mezzo di persone viaggiano su settemila treni. Nelle stazioni italiane in un anno passano due miliardi di uomini e donne, cifra che forse è addirittura bassa. Nella sola stazione di Milano trafficano quotidianamente 350 mila persone e qui si concentra una grande quantità di malavita. Per andare all’hotel Anderson, che sta a duecento metri dalla stazione, certi viaggiatori preferiscono prendere il taxi, perché andare a piedi è pericoloso.
• Perché non aumentano gli organici della polizia ferroviaria?
Sì, certo. Ricordiamo che le Ferrovie sono in rosso per due miliardi di euro. Non voglio dire, sono sicuramente inefficienti, però non è facile. Gli agenti della Polfer sono cinquemila, nel 2005 li avevano rinforzati con 200 vigilantes, poi questi vigilantes li hanno mandati via perché non c’erano i soldi. Leggo adesso che sono stati investiti 17 milioni di euro in sicurezza. Saranno impiegati soprattutto per potenziare la rete di telecamere a circuito chiuso, specialmente nelle stazioni. E per dare incentivi agli agenti della Polfer che riescono a prendere i ladri. Teniamo conto del fatto che se non li prendono in flagrante non possono fare niente. Nonostante questa limitazione, ne arrestano tremila l’anno e ne denunciano, in media, novemila. Non è poco, ma evidentemente non basta. [Giorgio Dell’Arti, Gazzetta dello Sport 2/8/2007]
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