La Stampa 3/8/2007 e poi vari., 3 agosto 2007
ARTICOLI SULL’INCHIESTA CONTRO DON GELMINI PER ABUSI SESSUALI
LA STAMPA 3/8/2007
FRANCESCO GRIGNETTI
INVIATO A TERNI
L’indagine è segretissima e non c’è da meravigliarsi: dipende dall’altisonanza del nome coinvolto. Don Gelmini, il carismatico sacerdote antidroga, il mitico «don Pierino» che compare spesso e volentieri alla televisione a discettare dei valori che una volta c’erano e che ora non ci sono più, guru di tanti uomini politici, fondatore della Comunità Incontro, è indagato per abusi sessuali. Lo accusano diversi ex ospiti della sua comunità. Per le strutture di Amelia, al Mulino Silla, in quasi trent’anni sono passati migliaia di giovani tossicodipendenti alla ricerca di una nuova vita. Molti ce l’hanno fatta. Il metodo spesso funziona. Ma secondo quanto risulta alla procura di Terni, non è tutto oro quel che luccica. Dietro il carisma di don Pierino, ci sarebbe un lato oscuro. Un’indicibile linea d’ombra che il sacerdote avrebbe oltrepassato ai danni di alcuni tra i più deboli (psicologicamente e fisicamente) e che ora sono diventati Grandi Accusatori.
C’è imbarazzo, però, negli uffici di giustizia ternani, retti dal procuratore capo Carlo Maria Scipio, a parlare di questa storia. Di più: c’è estrema cautela. E nessuna voglia di cavalcare il caso. Innanzitutto perché è evidente che quest’inchiesta che sporca il nome di don Gelmini si porterà dietro una valanga di polemiche politiche: il sacerdote è un eroe per il centrodestra, un’icona, un punto di riferimento per Berlusconi, Casini, Fini e tanti altri. Secondo, perché si tocca un mostro sacro per tante famiglie italiane, un campione della lotta alla droga, uno che viene addirittura osannato da chi è stato beneficiato. Non soltanto in Italia, peraltro. Il suo metodo comunitario è stato esportato in mezzo mondo. D’altra parte la piaga della droga colpisce dappertutto. E il suo metodo, appunto, funziona.
Terzo elemento di prudenza, che non sfugge alla valutazione dei pm: chi accusa don Pierino sono giovani che hanno avuto o hanno tuttora a che fare con le droghe, insomma sono testimoni non propriamente granitici, qualcuno è anche scivolato nella delinquenza. C’è chi si trova in carcere per piccoli reati e il suo racconto è stato verbalizzato in un parlatorio. Brutto segno per un eventuale dibattimento. E ci si interroga. Magari ci potrebbero essere motivi di risentimento. Transfer psicologici da ben ponderare. Passioni che si sono trasformate in odio. Reazioni inconsulte contro un prete che pretendere il rispetto delle sue regole.
E’ un fatto, però, che l’indagine penale è in corso da diversi mesi. E finora non è stata archiviata. Anzi. Sono oltre sei mesi che si ascoltano testimoni, si ricostruiscono vicende piccole e grandi, si cercano riscontri. E’ stato sentito anche l’indagato. Don Pierino, ottant’anni suonati, uno che nella sua vita ne ha viste tante, e ultimamente si sta spendendo per i bambini diseredati del Terzo Mondo, in Brasile o in Thailandia, s’è dovuto trovare un avvocato e con l’assistenza del legale ha subito a Terni un lungo, drammatico interrogatorio. Ora, che sia un sacerdote di polso, dal carattere fumino, e dalla battuta pronta, è noto anche al grande pubblico. Figurarsi la sua reazione quando gli sono stati contestati questi e quei racconti, certe accuse infamanti, questioni pruriginose, sesso estorto. Ma tant’è.
Sembra che le dichiarazioni di accusa siano molte e abbastanza concordanti. I racconti, alla fin fine, sono sempre gli stessi. Ruotano attorno a una comunità chiusa dove c’è una figura di enorme carisma che non si limiterebbe a prendersi cura delle anime. Così sarebbe successo in alcuni casi, almeno, a giudicare dai verbali che si sono accumulati nei fascicoli della procura. Su questo aspetto segreto della vita comunitaria al Mulino Silla sono stati interrogati anche molti volontari che bazzicano la comunità, e collaboratori di don Pierino, e sacerdoti, e diversi ex ospiti. Ma su questo capitolo il segreto istruttorio è ferreo e non se ne sa nulla.
***
LA STAMPA 3/8/2007
GIACOMO GALEAZZI
Come per Carlo V, sul suo impero non tramonta mai il sole: «Quando la sera mi addormento, benedico il Nord, il Sud, l’Est e l’Ovest pensando ai miei figli che soffrono». I compleanni festeggiati in convention via satellite con leader politici e cardinali, una fiction Mediaset in lavorazione sull’«eroica epopea del prete anti-droga», il Mulino Silla trasformato da rudere nella campagna di Amelia in sfavillante «città della speranza», casa madre di una multinazionale della speranza che nei cinque continenti assiste emarginati e accumula crediti nei palazzi del potere civile ed ecclesiastico, il seggio all’Onu come ong. «Abbiamo trovato una casa distrutta e da qui abbiamo iniziato. Eravamo talmente poveri che mangiavamo pane, mortadella e una mela», racconta il magnate della galassia cattolica «non profit». Tra i mille impegni, Don Pierino, «prete non per caso», si è pure conquistato sul campo i galloni di cappellano e guida spirituale della Casa della libertà. Del resto chiama tutti «figli»: Silvio Berlusconi che gli dona pubblicamente 5 milioni di euro, i profughi del Sud-est asiatico soccorsi per lo tsunami e Alfredo, il primo ragazzo incontrato per caso a piazza Navona nel 1963 e strappato alla droga: «Non voleva soldi, ma una prospettiva». Da allora don Pierino ha rinunciato «alla carriera in Vaticano per imbarcarmi in una corriera piena di balordi». Adesso ad ogni festa della comunità si affollano decine di ministri e parlamentari, arcivescovi, personaggi dello spettacolo (da Gigi D’Alessio ad Amedeo Minghi), vip di Curia come il vicario papale Angelo Comastri e il cardinale Jorge Mejia. Insomma, trono e altare, palcoscenico e segrete stanze, senza mai temere incursioni in politica. «Grazie Gianfranco per la legge anti-droga! Affido a voi di An il compito di difendere i principi cristiani», incoronò Fini alla conferenza programmatica, davanti alla platea di partito in piedi ad applaudirlo: «Sono con voi, non potevo essere altrove. Credo negli ideali che difendete». Lanciando la crociato contro le unioni di fatto: «Esiste un solo matrimonio, sacro ed inviolabile. Difendetelo!». Quando due anni fa il premier Berlusconi, accompagnato dai ministri Buttiglione, Lunardi e Gasparri, varcò la soglia dell’auditorium Incontro, don Pierino lo fece accogliere da un sacrale «Alleluja» cantato a tremila voci.
Eppure, in pieno Giubileo, aveva bacchettato i «ragazzi» per l’accordo diabolico tra il Polo e l’antiproibizionista Pannella: «Casini, Buttiglione, guardatemi in faccia: ci tradite per un piatto di lenticchie?», tuonò don Pierino. Ci fu bisogno di un «vis-à-vis» chiarificatore con «il buon cristiano Silvio» per esorcizzare l’avvicinamento. Ok chiudere un occhio per benedire la Lega che inneggia al dio Po («Ha mostrato buona volontà rinunciando a perseguire l’indipendenza della Padania»), però Pannella e la Bonino «sono trent’anni che lottano per la legalizzazione delle droghe leggere». E le sfuriate ai leder diventano tirate d’orecchi ai fedelissimi Gasparri e Ronconi.
Alla vigilia delle ultime elezioni, il segretario Dc Gianfranco Rotondi voleva don Pierino al governo: «Noi del Polo chiederemo l’autorizzazione vaticana per nominare don Pierino sottosegretario alla lotta alla droga».
La sua influenza cresce senza sosta anche nella Chiesa. Apre comunità in Spagna e Colombia assieme ai Cappuccini, a Gerusalemme su incarico dell’arcivescovo Michel Sabbah, in Libano e in Siria del Patriarca di Antiochia, Maximos V, in Bolivia della conferenza episcopale. Nel 1990, «colpito dalle sofferenze dei miei malati di Aids», sperimenta su di sé «come cavia» (al San Raffaele, l’ospedale-laboratorio dell’amico don Verzè) il vaccino anti-Hiv. Il 20 ottobre 2000 Giovanni Paolo II, riceve in piazza San Pietro in udienza riservata 30mila «Gelmini-boys» e consacra ufficialmente la «Cristoterapia» di don Pierino come metodo di recupero dall’emarginazione e dalla droga. Ora, una nuova tappa, dolorosa.
***
CORRIERE DELLA SERA, 4/8/2007
FLAVIO HAVER
DAL NOSTRO INVIATO
TERNI – Violenza sessuale. L’accusa è costata l’iscrizione sul registro degli indagati a don Pierino Gelmini, il fondatore della comunità Incontro, che assiste e cura i tossicodipendenti in centinaia di centri in Italia e all’estero. Lo hanno denunciato qualche mese fa alcuni tossicodipendenti che erano stati nella «casa madre» di Amelia. E che erano stati allontanati all’inizio del 2006, dopo aver compiuto un furto all’interno della struttura in cui, adesso, sono ospitate una cinquantina di persone. «E’ una vendetta », dicono, in assenza del sacerdote, i responsabili di questo complesso che sorge attorno all’antico casale ristrutturato, davanti alla Torre della Memoria eretta, per volontà di don Gelmini, in ricordo di Falcone e Borsellino. «Hanno raccontato cose inventate di sana pianta, di carezze ricevute e chissà quali altri nefandezze... Ma è un’assurdità, qui si sa tutto di tutti nel giro di pochi minuti. E la prova è che quando sono stati sorpresi a rubare bottiglie di vino e liquore e una macchina fotografica, sono stati subito scoperti. E hanno ridato quello che avevano rubato», aggiungono alla Comunità.
Insorge il centrodestra, da Forza Italia ad An, dalla Lega all’Udc. Tace, a parte rare eccezioni, il centrosinistra su questa inchiesta che rischia nuovamente di spaccare l’Italia tra innocentisti e colpevolisti. «Tra le tante persone che conosco, poche hanno fatto per gli altri quello che ho visto fare a don Pierino Gelmini», ha sottolineato Pier Ferdinando Casini. «Penso alle migliaia di ragazzi che in tutto il mondo ha tolto dalla strada e salvato dalla droga», ha detto il leader dell’Udc. E Andrea Ronchi, portavoce di An: «Esprimiamo a don Gelmini solidarietà. La magistratura renda al più presto giustizia ad un uomo verso cui tutti noi dovremmo nutrire immensa gratitudine». Prudente il giudizio di Vladimir Luxuria (Prc), che invita comunque «a non assolvere don Gelmini solo perché è un sacerdote ». Ma tant’è. Adesso bisogna capire, e scavare nelle pieghe dell’inchiesta condotta dal procuratore Carlo Maria Scipio e dal pm Barbara Mazzullo per mettere a fuoco la vicenda. Don Gelmini è stato interrogato a maggio: «Con il rispetto che lo contraddistingue, ma con molta fermezza e serenità ha respinto le accuse», ha fatto sapere il professor Franco Coppi, che lo difende con Lanfranco Frezza. Ma quelle denunce di chi è stato messo alla porta della Comunità pesano, eccome, sulla posizione del religioso. «Sono circostanziate», dice chi se n’è occupato.
Di voci ad Amelia e negli ambienti investigativi ne girano tante. Alcune incontrollabili, altre con qualche fondamento. C’è chi sostiene che almeno uno o due tra quelli che hanno denunciato don Gelmini (in tutto sarebbero cinque) avrebbero tentato di ritrattare, forse dopo aver subito pressioni. E che la verità sulla loro marcia indietro sarebbe emersa grazie alle intercettazioni. C’è pure chi si sofferma su di loro, su un passato e un presente non proprio cristallino che li accompagna: tre originari del Napoletano (i primi ad accusare contro don Gelmini). Un altro, torinese, 30 anni, starebbe scontando la pena per furto aggravato e continuato. Dopo un piccolo periodo in carcere, avrebbe ottenuto gli arresti domiciliari in un’altra comunità di recupero e da lì, un anno fa, avrebbe presentato l’esposto: violenze fisiche e psicologiche su di lui e sui compagni nel breve soggiorno ad Amelia.
Ancora: due del gruppo sarebbero detenuti a Regina Coeli, arrestati per altre vicende.
Gli abusi di cui è accusato Don Gelmini nascono – secondo altri – da un ricatto. Da una richiesta di denaro a cui lui avrebbe detto di no. Ma c’è chi si spinge oltre. E arriva a dire che questa inchiesta dovrebbe tenere conto di un’altra, archiviata cinque anni fa dall’allora procuratore di Terni, Cesare Martellino (adesso è il magistrato che rappresenta l’Italia a Eurojust). Perché uno dei denuncianti – si insinua – sarebbe colui che l’aveva già innescata all’epoca: stesso presunto responsabile, Don Gelmini. Identiche le accuse: violenze sessuali.
***
CORRIERE DELLA SERA 4/8/2007
ROMA – La mamma – raccontò lui stesso – era una donna saggia, una maestra dell’800, mentre il papà, agricoltore, non voleva fare mai nessun affare di domenica, dedicandola al Signore. I figli erano sei. L’ultimo, classe 1931, è padre Eligio. Il penultimo, classe 1925, don Pierino Gelmini. Tutti e due hanno fondato e condotto comunità per tossicodipendenti. Ma Eligio, detto Peligio, è passato alla cronaca per le mutande rosse sotto il saio, confessore di Gianni Rivera, promotore di ristoranti di lusso. Pierino, invece, ha frequentato la politica. A destra, quasi esclusivamente. Ieri, nel diluvio di dichiarazioni a difesa, ce n’erano due sole dal centrosinistra, quelle di Luigi Bobba e di Renzo Lusetti, Margherita. Dice Lusetti: «Lo conosco da quando ero un giovane dc...».
Beninteso, può essere che per Pierino la politica sia soprattutto un tram, per trasportare idee, come quella che le droghe fanno tutte male e «gli spinelli sfasciano il cervello allo stesso modo della cocaina». O per ottenere sostegno. Prendiamo Berlusconi. Quando Gelmini due anni fa, nella «Comunità incontro » di Amelia, fu festeggiato per gli 80 anni, Berlusconi davanti alla folla staccò un assegno da 5 milioni di euro. Cinque anni prima Gelmini non aveva taciuto di fronte alla barzelletta di Berlusconi sul malato di Aids invitato da un medico a fare le sabbiature («Mi faranno bene, dottore?». «No, ma così si abitua a stare sottoterra»). Commentò, Gelmini: «Come può essere tanto cinico un leader politico che si dice rappresentante dei valori cattolici?».
Il primo contatto ad alto livello fu con Craxi, 1989, c’era identità di vedute sull’inasprimento della legislazione antidroga. Andreotti, Forlani, Cossiga. Poi venne Fini. Notevole l’intervento che don Pierino, accantonando per un momento il tema droga, fece alla convention dei valori di An, marzo 2000: «Oggi tra i musulmani c’è una nuova parola d’ordine: sposare le donne cattoliche per convertirle. Bisogna bloccare questo germe, metteranno a rischio la purezza dei nostri valori». Poi Gasparri, La Russa, Casini, Mastella, l’ex ministro De Lorenzo, che fa il volontario ad Amelia. Don Pierino si oppose con veemenza al patto elettorale fra il Polo e Pannella, per via dell’antiproibizionismo e attaccò, anni fa, i futuri concorrenti alla guida del Partito democratico, Veltroni e Bindi, per le posizioni sulle droghe.
Che cosa fa don Pierino Gelmini? Diciamo che è alla testa di un impero antidroga. Centosessantaquattro comunità in Italia, 74 all’estero, Thailandia, Croazia, Bolivia, Costa Rica, Israele, Kazakistan...
Sarebbero passate da qui in quarant’anni trecentomila persone con problemi di dipendenza. Curati come? Con la «Cristoterapia»: «Non farmaci né pasticche, piuttosto interveniamo sull’uomo, facciamo emergere il senso spirituale più profondo della sua esistenza». All’inizio, isolamento anche dai familiari. Poi, lavoro. Ad Amelia ci sono laboratori artigianali, c’è da curare il giardino, da cucinare, da badare ai 450 animali dello zoo (leoni, serpenti, canguri...).
Sugli inizi, esiste un racconto di Gelmini divenuto quasi leggenda. Era stato a vent’anni presidente del Comitato nazionale di liberazione del suo paese.
Aveva superato l’amore (senza baci) per una ragazza, era stato parroco in Toscana, poi segretario di un cardinale in Vaticano: «Una sera, camminando per piazza Navona, un ragazzo tutto malconcio seduto fuori Sant’Agnese mi strattonò: «Non voglio soldi, damme ’na mano». Lo portai a casa, nacque il primo nucleo delle mie comunità ». In Vaticano ritornò in trionfo, 20 ottobre 2000, quando Papa Wojtyla accolse in piazza San Pietro trentamila «Gelmini boys».
Gelmini esulta quando viene varata la legge antidroga del Polo, legge che valorizza al massimo le comunità. Dichiara di essersi iniettato il virus dell’Aids («Per sentirmi più vicino ai miei ragazzi, per sostenere la ricerca»). Annuncia con il ministro Gasparri che la Rai sta preparando una fiction sulla sua vita,
fiction in vita, capita a pochissimi. Dieci anni fa un uomo, dichiarandosi suo portavoce, chiama i giornali e comunica che Gelmini è stato fermato nell’ambito di un’inchiesta per pedofilia. Falsità.
La sua frase preferita: «Tutto quel che serve a un uomo sta nel palmo di una mano: una michetta». Un panino, come si dice a Pozzuolo Martesana, il suo paese nel Milanese.
***
CORRIERE DELLA SERA, 4/8/2007
FABRIZIO CACCIA
DAL NOSTRO INVIATO
ZERV (Reggio Calabria) – La croce è lassù in alto, in cima alla collina. Intorno, boschi fitti di querce. Don Pierino Gelmini cammina lentamente, circondato dai suoi ragazzi, «i figli dell’amore» che lo chiamano «papà» anche qui in Calabria, dove s’è rifugiato. Un ex nosocomio trasformato in oasi. Una delle 260 comunità «Incontro» sparse per il mondo.
Sono le tre del pomeriggio del giorno più difficile e loro hanno voluto affrontarlo pregando insieme, recitando il rosario e fermandosi a ogni stazione. «Questo oggi è il nostro piccolo calvario», bisbiglia il vecchio prete, facendosi forza. Tre ore di «via crucis » interminabile, ma non è certo l’energia che manca a don Pierino. «Stavolta sono pronto anche a morire – dice – purché si faccia luce su tutto e si ristabilisca presto la verità». Alessandro Meluzzi, lo psichiatra, l’ex senatore di Forza Italia, ora diventato terziario carmelitano e prossimo diacono permanente, a raccogliere in diretta lo sfogo del religioso.
«Io non vi abbandonerò», il prete rassicura i giovani intorno. Ma don Gelmini, in una parola, è adiratissimo: «Stavolta sono pronto anche a morire – dice ”. Ormai ho 82 anni, l’anno scorso m’hanno impiantato un pacemaker al cuore e ho quasi perduto la vista. Ma non m’arrenderò, magari cadrò per terra, striscerò davanti ai miei ragazzi e se ho dei debiti sono pronto a pagarli. Non chiedo impunità né privilegi, perché ho con me la forza dell’Amore».
Ad ogni passo della via crucis, lui cita i testi sacri: «Beati voi quando mentendo diranno ogni male contro di voi per causa mia». In questa terra che fu di lupi e briganti cita Francesco il Santo: «Non sempre chi ti copre di sterco fa il tuo male».
Adesso, don Pierino dice di pregare per i ragazzi che l’hanno denunciato. Anzi, li ha già perdonati. arrabbiato sì («Questi ingrati, dopo tutto quello che abbiamo fatto per loro...»), ma alla fine compassionevole come sempre. «Sono ragazzi – spiega – che non sono né Figli di Maria né allievi di qualche collegio inglese. Nella vita essi sono stati sconfitti e come reazione alla loro incapacità di reagire e di cambiare, molti di loro ecco che cosa fanno: nutrono risentimenti nei confronti di chi li ha aiutati, di chi è stato loro vicino, sono animati da spirito di ritorsione e di estorsione. Ma noi non possiamo arrenderci, non possiamo sottrarci a questa fatica. Se vuoi tirare fuori un uomo dal fosso, devi entrare nel fosso con lui. Non puoi dirgli: stai lì che io tornerò a riprenderti più tardi...».
L’ingratitudine umana, però, gli fa comunque male e lo ferisce molto (« una gramigna »). Ugualmente, però, si fa coraggio. «Prima di fare del bene sii pronto a sopportare il male e l’ingratitudine », ripete a se stesso, salendo il monte, verso la croce nera di Zervò.
Ma il pensiero è sempre lì, fisso a chi l’ha tradito. «Nella nostra comunità le regole sono dure e severe e non tutti sono capaci di portare avanti il progetto. Troppo dure le fatiche e le rinunce a beni a cui si erano largamente abituati: la droga e il denaro che prima acquisivano facilmente con i furti, le rapine, la prostituzione. Rivedere il proprio io è la cosa più difficile che ci sia. La cosa più difficile da dire, per un uomo, è: ho sbagliato...».
Ora gli vengono in mente le figure mitiche della Chiesa di ieri: don Orione, don Zeno, Padre Pio. Perseguitati anche loro, durante la vita, da mille veleni e sospetti. «Don Orione patì per le accuse fino forse a morirne di crepacuore – sospira don Pierino ”. E anche don Zeno quando fu ridotto allo stato laicale e allontanato dai suoi ragazzi soffrì cose indicibili perché non poteva più stare con loro. Tutti i discepoli di Cristo han dovuto patire la stessa pena del Maestro: se questo è capitato a me, dice Gesù, capiterà anche a voi...».
C’è da giurare, comunque, che i suoi programmi per il futuro non cambieranno, non verranno spazzati via da questa buriana d’estate. Anzi, per il 15 agosto, la festa dell’Assunta, qui a Zervò, dentro questo ex ospedale in Aspromonte completamente rimesso a nuovo, verranno centinaia e centinaia di ragazzi da tutto il mondo a pregare insieme. Sarà il Gelmini Day. «Quello che temo – conclude sommessamente il vecchio prete – è che ci sia in atto una vera campagna contro la Chiesa, in particolare contro quelle persone più significative come me, nel cammino dell’Amore, della Fede e della Verità. Ecco, per questo la cosa adesso che mi preoccupa di più non è tanto l’indagine in corso, volta solo ad appurare la verità. Ma è la gogna mediatica, che come sempre celebra i processi prima del tempo e trova già i colpevoli».
Fabrizio Caccia
***
LA REPUBBLICA 4/8/2207
JENNER MELETTI
dal nostro inviato
Solo don Pierino Gelmini, in questa comunità chiamata Molino Silla, ha un nome e cognome, scritti anche su un grande cartello che racconta come la comunità Incontro sia stata «fondata da don Pierino Gelmini il 13 febbraio 1963». Tutti gli altri, in questo luogo di accoglienza di disperati che sembra un hotel di lusso, hanno soltanto un ruolo. «Sono il responsabile di tutta la baracca». «Sono il consulente». «Sono il responsabile dei ragazzi». Bisogna parlare con loro, e senza conoscere nomi e cognomi, per sapere come la comunità reagisca alla tempesta scatenata dall´inchiesta su abusi sessuali del fondatore, denunciati da cinque ex ospiti. « una vendetta, un´infamia», dicono subito. Nessun dubbio, nessun bisogno di conoscere gli atti dell´inchiesta. «Io quei cinque - dice il responsabile numero 1 - li conosco bene. Un paio erano qui agli arresti domiciliari e si sono messi assieme agli altri tre. Stiamo parlando di tossicodipendenti, mica di suore e di frati. Un anno e mezzo fa, io personalmente li ho denunciati alla caserma dei carabinieri, perché avevano rubato delle bottiglie di vino e altri alcolici. Volevano venderli, per avere i soldi per comprare la dose quando sarebbero tornati a casa. E invece li abbiamo beccati».
Ci sono regole precise, in questa come in tutte le comunità. Otto sigarette al giorno, e negli ultimi mesi nemmeno un bicchiere di vino a tavola. «Non rispettavano le regole e hanno anche commesso dei furti, questi ragazzi arrivati dalla Puglia e dalla Campania. Chi era agli arresti presso la comunità è tornato in carcere, e gli altri sono stati allontanati. E allora si sono vendicati con questa infamia. Tutto chiaro?». Il responsabile numero 2 mostra una lettera inviata a don Gelmini.
«Caro Don, noi tutti ragazzi di Silla ti siamo vicini e soffriamo all´idea che persone tanto vigliacche e meschine possano così ricambiare tutto l´amore, l´affetto e le attenzioni di cui ci ricopri. Tutto ciò non deve influire il tuo cammino d´amore, spezzando l´incantesimo che da anni fa vivere una favola a tanti ragazzi come noi. Don, ti vogliamo bene».
Sembra quasi che ci sia aria di festa, nella comunità. «Sentita la notizia, sono arrivati subito qui quelli che un tempo erano ospiti o lavoravano qui. Sono venuti a dirci che sono totalmente solidali con don Gelmini. Il centralino è intasato per le tante telefonate di protesta contro chi vuole gettare fango su questa comunità. Telefonano anche i genitori che sperano di potere portare qui un loro figlio con problemi di droga. Sono preoccupati, hanno paura che adesso chiudiamo tutto». I ragazzi della comunità restano invisibili, impegnati come ogni giorno nelle «otto ore di lavoro, otto di riposo, otto di confronto». «In accoglienza abbiamo quasi 100 ragazzi - dice il responsabile numero 1 - come negli anni passati». In realtà, alla fine degli anni ”90, gli ospiti in questa che è la "centrale" di tutte le 160 comunità italiane di don Gelmini era più di 300. Il responsabile non ammette la crisi.
«Ogni anno 2000 ragazzi sono presenti nelle comunità italiane e altri 2000 in quelle all´estero. Se c´è una richiesta minore la colpa è dei Sert, i servizi pubblici, che non mandano i ragazzi da noi per imbottirli ogni giorno di metadone». I risultati sono ovviamente splendidi. «Fra coloro che arrivano al termine del percorso di 3 anni, il 90% si salvano. Sono il 50%, quelli che finiscono il programma. Ma gli altri prima se ne vanno e poi ritornano».
La tempesta è arrivata nel momento di maggior successo «politico» delle comunità di don Gelmini, che è riuscito a sostituire San Patrignano come luogo di incontro e vetrina del centro destra.
Nell´estate 2002, sulla collina vicino a Rimini, Silvio Berlusconi aveva presentato quella che sarebbe diventata la legge Fini-Giovanardi sulle tossicodipendenze. Fu firmato anche un patto fra numerose comunità ma don Gelmini, all´ultimo momento, mandò un proprio sostituto. Da quel momento, sulla comunità fondata da Vincenzo Muccioli - sulla collina nei primi anni ”90 erano saliti fra gli altri Giovanni Spadolini e Bettino Craxi - è iniziata l´eclisse. Questo perché la comunità, guidata da Andrea Muccioli, al momento dell´approvazione della legge Fini-Giovanardi si era permessa di esprimere una pesante critica: «La montagna ha partorito un topolino». La consacrazione politica della comunità Incontro arriva due anni fa, per l´80 compleanno di don Gelmini.
Alla comunità che ha inventato la "Cristoterapia" Silvio Berlusconi consegna, assieme ai cinque milioni di euro, anche il riconoscimento di luogo privilegiato dove la politica deve discutere le proposte contro la droga. Ma adesso è arrivata la tempesta. Don Gelmini ogni sera benedice «il Nord, il Sud, l´Est e l´Ovest» perché in ogni parte del mondo ci sono comunità con il suo nome. «E in tutto il mondo - dicono alla comunità Incontro - stanotte pregheremo per lui».
***
LA REPUBBLICA 4/8/2007
ALESSANDRA LONGO
«Caro Don Pierino, se me lo consenti, ti do un assegno di dieci miliardi di lire per la Thailandia...». il 20 gennaio 2005. Berlusconi mecenate, che fa i calcoli ancora con il vecchio conio, è appena atterrato con il suo elicottero sul campo di calcio della Comunità Incontro di Amelia. il giorno degli ottant´anni di Gelmini. La destra ancora al potere fa le cose in grande. L´altoparlante diffonde le note dell´Alleluja di Haendel. Il premier abbraccia davanti alle telecamere il prete antidroga e poi coordina gli hip hip hurrà della sala. Il cantore ufficiale della festa è Gigi D’Alessio, mentre Amedeo Minghi ha curato le musiche del videoclip che, per la regia dello stesso Don Pierino, celebra la sua figura. Lui, il festeggiato, è in abito talare, gran croce sul petto, l´anello da esarca greco melchita al dito: «Vi amo tutti tenerissimamente».
Lui ama loro e loro amano lui: da Berlusconi a Fini, da Giovanardi a Gasparri, adesso promotore del Pierino Day di solidarietà, dal siciliano Totò Cuffaro (Udc), che lo definisce «persona al di sopra di ogni sospetto» all´europarlamentare Antonio Tajani che, addirittura, fiuta contro l´amico «un disegno della sinistra». Lui ama loro e loro amano lui. E non si capisce chi ha cominciato per primo. Una voce attendibile, come quella di Maria Pia Garavaglia, vicesindaco di Roma, stabilmente ancorata nel centrosinistra, proibizionista dichiarata, ricorda che, «agli inizi, da Pierino, ad Amelia, non ci veniva nessuno di importante. Poi è cominciata la processione, la destra l´ha cavalcato, se ne è servita contro gli antiproibizionisti, e la sinistra ha scelto di allontanarsi dalla sua figura, dalla sua esperienza, l´ha lasciato in braccio a loro. Cosa che a me dispiace».
Carattere scomodo, quello di Don Gelmini. «Nuota sempre controcorrente, come i salmoni - riassume Alessandro Meluzzi, suo portavoce, uscito rovinosamente da un´esperienza parlamentare con Forza Italia - Quando litigai con il Cavaliere mi spalancò le porte». Quasi una conferma: è lui a dettar le regole, non viceversa. Come nel Duemila, alla vigilia delle elezioni regionali. Convocò il Polo, parlò chiaro: «Niente accordo con Pannella e Bonino. Casini, Buttiglione, guardatemi in faccia e promettete ai miei ragazzi: non vi venderemo per un piatto di lenticchie».
La liberalizzazione delle droghe leggere, guai persino ad evocarla: «La droga fa male, è tutta eguale». L´ultima nel mirino, il ministro della Sanità, Livia Turco. La sua proposta, poi cassata, di innalzare la quantità di cannabis concessa per uso personale viene liquidata così: «Idea deludente, sconcertante». Se non potente, questo prete già giovane parroco in zone di miniera, è certo molto influente con le sue 164 comunità in Italia e 74 nel mondo, con quei 30 mila rappresentanti delle sue sedi ricevuti da Wojtyla nell´anno del Giubileo, e quella lista di onorificenze che Berlusconi, a confronto, non è nessuno e nemmeno il suo pur famoso fratello milanista, padre Eligio: commendatore della Repubblica, cavaliere dell´Ordine equestre della Santa Croce di Gerusalemme, gran comandante dell´Ordine di George Washington, membro della Honor Legion of the Police Department City of New York, anche Cang Phuk, Elefante Bianco, omaggio dei thailandesi riconoscenti.
Uno che non le manda a dire, che ha la sua visione del problema droga: «Niente farmaci e pasticche, interveniamo sull´uomo». I ragazzi lo chiamano «don» o «papà». «Li amo uno per uno», dice di loro anche in queste ore, anche adesso che «porta la croce». Cominciò nel 1963, portandosi a casa Alfredo, trovato steso sui gradini di Sant´Agnese a piazza Navona. Inizio in sordina, quello che ricorda la Garavaglia, poi l´amicizia con Bettino Craxi (per lui, «vittima di una vendetta politica», dice messa ad Amelia nel 2001, nell´anniversario della morte), segue la ribalta Rai, grazie al craxiano Giampiero Sodano. In molti se lo ricordano irrituale conduttore di «Rock Cafè».
Gli piace la legge Fini, tolleranza zero contro la droga. Accetta l´assegno di Berlusconi. Un seminarista gli scrive per criticarlo. Lui risponde per le rime: «Come pensi di cambiare il sistema? Odiando? Dividendo il mondo in amici e nemici, buoni e cattivi? Se Berlusconi ha fatto questo dono per vanagloria se la vedrà con la sua coscienza... Stai tranquillo, non sono prete per caso, se posso farmi una colpa davanti a Dio non è certo quella di amare i potenti, ma quella di amare i miei ragazzi più di quanto ami Lui». E´ proprio dentro quel mondo, passato per Amelia, che sono nate le accuse di oggi. Gelmini se ne fa una ragione: «Chi questi mari naviga questi pesci prende».
***
LA STAMPA, 4/8/2007
GIACOMO GALEAZZI
Il giorno dello sconcerto e della rabbia inizia con una stretta di mano al quartier generale della comunità «Incontro». Il velo di ostentata «serenità» (parola ripetuta ovunque come un mantra) cela a stento la preoccupazione e i nervi a fior di pelle. Una fede granitica nell’innocenza di don Pierino accomuna laici e sacerdoti, compaesani e ragazzi in terapia. Fino a metà mattinata i giornalisti vengono accolti come se nulla fosse successo alla segreteria organizzativa di Molino Silla, un borgo immerso nel verde, così curato che si stenta a credere che trent’anni fa fosse campagna desolata, la «valle delle streghe» di Amelia.
«Adesso è la valle della speranza», scandisce con orgoglio Giampaolo (qui tutti si chiamano rigorosamente per nome), braccio destro del prete antidroga. Il sorriso sui volti dei «Gelmini-boys», però, si spegne man mano che da radio e televisori rimbalzano titoli di notiziari e reazioni politiche a raffica, mentre il centralino è bersagliato dai mass media di tutto il mondo con domande sull’inchiesta per abusi sessuali. Dall’Aspromonte telefona tre volte ai suoi più stretti collaboratori il fondatore infuriato.
I telefonini qui prendono male, occorre alzare la voce per farsi sentire. Don Gelmini è un torrente in piena, lamenta l’improvviso clamore, protesta la sua innocenza, si sente disarmato di fronte all’onda infamante delle accuse. Nella stanza tappezzata di poster del fondatore, il clima si arroventa al ricordo di «quegli sbandati usciti dal carcere e lì tornati» che hanno denunciato il sacerdote-simbolo della lotta alla droga: «Quando sono stati sorpresi a rubare e allontanati, giurarono vendetta. Ci hanno anche ricattato con telefonate in cui chiedevano soldi per non montare uno scandalo».
I toni salgono («quei delinquenti li abbiamo cacciati perché rubavano e creavano problemi, questa è la loro ritorsione») e i cronisti prima vengono invitati a lasciare gli uffici, poi accompagnati all’uscita, sorvegliata da un quarantenne che ha fatto qui il suo percorso di recupero dalla tossicodipendenza: «Questo è un posto bellissimo e a me ha salvato la vita. All’inizio lo vedevo come una galera e mi hanno costretto i familiari a restare, ma avevo tre figli ed è andata bene così». Una ventina di ragazzi, quelli cioè che non sono assieme a don Gelmini al tradizionale campeggio estivo in Calabria, si tengono alla larga dai giornalisti. «Per regolamento», tagliano corto. Tra i viottoli, i neo-arrivati fanno piccoli lavoretti. Gli altri svolgono ciascuno una mansione precisa nei laboratori artigianali, nei giardini, nelle cucine, nello zoo zeppo di leoni, tigri, pappagalli, serpenti e canguri.
Nel frattempo si definisce al telefono la strategia da seguire e l’ufficio di Giampaolo (sempre più spesso al telefono con il leader) diventa off-limits anche per i membri della comunità. A fine mattinata, don Pierino, che in un primo momento aveva assegnato la difesa pubblica esclusivamente ad Alessandro Meluzzi, affida la propria verità ai microfoni del Tg5. Parla di «gogna mediatica», si proclama «interiormente molto sereno», ringrazia le persone che gli sono vicine «in questo momento in cui devo portare una croce». E sospira: «Per chi lavora in questo campo è una passaggio obbligato anche se sofferto. pacifico, chi in questi mari naviga, questi pesci prende...». Rivendica di aver assistito «più di 300mila persone in ogni parte del mondo». Anche se provato per l’indagine, giura di non essere pentito: «A costo di strisciare per terra, voglio andare avanti. Cadrò quando Dio vorrà, ma rimarrò in mezzo ai miei ragazzi, qualsiasi cosa pensino di me». Sa di poter contare su un consenso totale tra le mura dei suoi centri. E in effetti nessuno canta fuori dal coro.
Intorno tutti mettono la mano sul fuoco. «Don Pierino è innocente, qui è conosciuto casa per casa, è uno di famiglia», ripetono in paese senza la minima variazione. Amelia è piena di ex ospiti della comunità Incontro che hanno preso la residenza e hanno trovato lavoro, soprattutto in cooperative sociali e associazioni «non profit». In molte case la foto di don Pierino con in testa la mitra di esarca greco-melkita, è appesa accanto alla «Madonna del Sorriso», l’effigie mariana venerata nella comunità. Rari bagliori di sdegno per gli accusatori. «Come si fa a volere male a un uomo che ha fatto tanto bene?», non si danno pace due anziane sotto la maestosa facciata della chiesa di Santa Caterina. «E’ un fulmine a ciel sereno, sono sconcertata, non ho parole- scuote la testa Clara Rossi, casalinga-.Qui c’è chi lo stima e chi no, però nessuno lo ritiene colpevole». In ogni famiglia se ne discute. «E’ solo una montatura, una rivalsa di gente cacciata dalla comunità- si accalora Fiorella Fiorini, insegnante di scuola materna-.E’ tutto inverosimile, speriamo che svaniscano presto ombre e sospetti. Non si può gettare fango su un santuomo».
Il vescovo di Terni, Vincenzo Paglia sta rientrando dalla missione in Africa e in diocesi cadono dalle nuvole. «Abbiamo appreso la notizia da La Stampa, non si era avuto sentore che potesse accadere un fatto del genere - si schermiscono -. Seguiamo la vicenda tramite l’operato della magistratura. Spetta agli organi competenti fare le indagini». Intanto il portavoce Meluzzi ha già confermato che il sacerdote, accompagnato dai suoli legali, è stato sentito alcune settimane fa in procura. «E’ un’inchiesta che va avanti da mesi e riguarda un gruppetto di ragazzi allontanati un anno fa dalla comunità - afferma -. Nella vita dei santi ci sono stati momenti simili. Dal punto di vista ecclesiale, Don Pierino sta soffrendo quello che deve soffrire. Soffre le sue piaghe insieme a Cristo».
Qualche voce «sui generis» nella comunità c’era. «Giravano chiacchiere, ma erano solo battute», azzarda Aldo Curiotto, per 22 anni collaboratore di don Gelmini e marito di Maretta, storica segretaria della comunità Incontro. «Si trattava dei soliti pettegolezzi che spesso si sentono in realtà importanti», minimizza.
***
LA STAMPA 4/8/2007
In Vaticano non è mai giunta nessuna accusa relativa a don Gelmini: quindi i suoi accusatori si sono limitati a seguire il percorso giudiziario italiano, senza cercare in nessun modo di adire la giustizia ecclesiastica. E dietro il Portone di Bronzo si segue la vicenda senza una presa di posizione ufficiale; si fa notare che nello stato attuale la vicenda non riguarda la Santa Sede, e che «in questi casi è necessario avere una grande cautela, perché ci sono molte di queste denunce che girano, e poi che non trovano alla fine un riscontro fattuale». In Italia ci fu il caso dell’allora vescovo di Livorno, Ablondi, che venne perseguitato da accuse insistenti e fantomatiche da parte di una sua diocesana.
D’altronde, fanno notare fonti autorevoli, sacerdoti come don Gelmini «attivi in ambienti dove vivono persone spesso non completamente equilibrate, possono correre anche questo tipo di rischio». E questi sono tutti motivi per considerare l’intera vicenda con grandissima cautela, «specialmente quando si parla di una persona che ha lavorato per così tanti anni al servizio degli altri».
***
LA STAMPA 4/8/2007
GRAZIA LONGO
Va bene la solidarietà a Don Gelmini, «ma senza trascurare quella alle vittime». Don Luigi Ciotti, il fondatore del Gruppo Abele e di Libera, ribadisce «l’esigenza del rispetto per tutte le parti coinvolte in questa vicenda».
La denuncia per abusi sessuali ha scatenato molte reazioni in difesa di don Pierino Gelmini.
« un atto dovuto. Anch’io mi rendo conto che siamo di fronte a una una grave situazione che testimonia un enorme sofferenza. Sofferenza di Don Pierino, che conosco da anni e di cui ho avuto modo di apprezzare l’impegno, le doti, la generosità, nonostante le nostre vedute e le nostre impostazioni siano profondamente diverse. Ma non basta».
Perché?
Anche le vittime hanno bisogno dello stesso sentimento di condivisione, attenzione e vicinanza che si prova istintivamente nei confronti di Don Pierino».
Anche lei lavora a stretto contatto con ragazzi schiavi della droga. Può accadere che, in alcuni casi, si possano rivoltare contro chi li aiuta?
«Il punto non è questo. A parte il fatto che in situazioni come queste occorrono soprattutto rispetto e silenzio, per evitare di lanciarsi in giudizi affrettati, non si può pensare solo a chi viene denunciato, ma anche a chi denuncia. Non si può far finta di non vedere la sofferenza delle persone che hanno denunciato gli abusi sessuali: le loro parole devono essere ascoltate nella pura e disinteressata ricerca della verità».
Non sarà facile in questo clima di accuse e contro accuse, con tanto di proclami politici, soprattutto da parte del centrodestra, allineato completamente accanto a don Gelmini.
«La strada giusta da seguire, almeno per me, è il conforto che provo grazie alla fiducia nella Magistratura, che quasi sempre ha saputo dipanare matasse anche molto intricate, e che può essere aiutata solo da un rispettoso silenzio. E, ci tengo a ripeterlo, da un’altrettanto doverosa sospensione di giudizio».
Non crede, tuttavia, che discutere su quanto è accaduto possa far luce su un episodio così delicato e spinoso?
«Mai come in questo caso il commento sbrigativo e la sintesi inopportuna contribuiscono solo a diffondere il pettegolezzo e la maldicenza, dilatando la confusione. L’esatto opposto di un atteggiamento equilibrato, rispettoso e responsabile».
***
FRANCESCO GRIGNETTI
FRANCESCO GRIGNETTI
INVIATO A TERNI
Sono almeno cinque, ma forse anche di più, i giovani che accusano don Pierino. Due romani, un torinese, altri di diverse regioni italiane. Tutti tossicodipendenti o ex. I fatti sarebbero accaduti nel tempo. Addirittura di diversi anni fa, la prima delle denunce. E all’epoca ci fu anche un’altra inchiesta sulle presunte molestie sessuali del celebre sacerdote antidroga, a Terni, condotta nella massima riservatezza, e poi archiviata perché la procura non ritenne che ci fossero prove a sufficienza per reggere al processo. Altre denunce contro don Gelmini sono arrivate nell’ultimo anno, però. Vecchie e nuove carte si sono sommate. Sette-otto mesi fa è partita la nuova indagine. Un lavoro serio. Si sono effettuate intercettazioni. Sentiti testimoni. Scandagliata l’intera comunità. Che ora è in subbuglio, stretta attorno alla figura del suo fondatore.
I racconti dei Grandi Accusatori si assomigliano tra loro. Al centro delle ricostruzioni - che ovviamente sono tutte da vagliare - c’è un passaggio obbligato nella vita comunitaria. E’ il cosiddetto colloquio nella Stanza del Silenzio. Una sorta di confessionale, moquette e poltroncine, dove don Pierino usa chiacchierare con i nuovi arrivati e cerca di capire il loro disagio. Ci sono passati migliaia di giovani alle prese con l’eroina, o con la coca, ultimamente anche con l’alcol, che è l’ultima piaga di massa. Un colloquio previsto dal protocollo, vis a vis, che si ripete più volte se poi il giovane ospite (alla Comunità Incontro si accolgono solo maschi) dà segni di insofferenza alle regole. Ecco, secondo le accuse che l’ufficio retto dal procuratore capo Carlo Maria Scipio ha raccolto, è lì, nella Stanza del Silenzio, che sarebbero accaduti i fattacci. Nel segreto di un colloquio condotto a quattr’occhi, il carismatico don Pierino avrebbe fatto delle avances verso i suoi giovani interlocutori. Qualcosa più di un’avance, in verità. E infatti la procura sta procedendo per il reato di molestie sessuali nei confronti di soggetti deboli (psicologicamente).
Fin qui, dunque, i racconti dei giovani accusatori. Che la procura di Terni, e in particolare la pm Barbara Mazzullo che è titolare dell’inchiesta, stanno vagliando con estrema cautela perché salta agli occhi anche ai magistrati che le dichiarazioni di giovani tossicodipendenti, anche concordanti, non sono sufficienti per reggere senza sorprese al processo. Tanto più che i difensori di don Pierino, gli avvocati Frezza e Coppi, hanno già cominciato a demolire la loro credibilità. «Personale umano molto particolare», li definisce l’avvocato Lanfranco Frezza, che non esclude l’ipotesi di una ripicca per un’estorsione andata male. «Don Gelmini - dice il professor Franco Coppi - è già stato ascoltato dai pubblici ministeri di Terni e con il rispetto che lo contraddistingue, ma con molta fermezza e serenità ha respinto le accuse. La vicenda, ha spiegato Don Gelmini ai pm, si inquadra in una sorta di ”vendetta” da parte di ex che erano in cura presso la sua comunità e che per il loro comportamento furono poi allontanati». Pare infatti che ci siano due giovani tossicodipendenti romani all’origine di questa inchiesta. Un anno fa erano in galera, a Regina Coeli, per piccolo spaccio. Chiesero di scontare la pena in comunità ad Amelia. «Due ragazzoni alti più di un metro e ottanta - li descrive un collaboratore del sacerdote - forti e robusti, pieni di tatuaggi. Come poteva uno come lui dare fastidio a due tipi così?». La difesa è che sarebbero stati questi due piccoli delinquenti, sorpresi a rubacchiare negli uffici di Mulino Silla, e perciò denunciati ai carabinieri e rispediti in cella, ad aver covato disegni di ripicca. O forse di estorsione. Perché, a quanto risulta, in alcune intercettazioni si sente parlare ripetutamente di soldi in cambio di silenzio. Epperò poi le cose sarebbero andate diversamente. I due, appoggiati anche da un assistente sociale, avrebbero deciso di parlare con i magistrati. E dopo loro, anche altri. Uno, torinese, detenuto, ha fatto il suo racconto poco tempo fa. E di nuovo tornano la Stanza del Silenzio e le molestie sessuali. «L’indagine è in corso - si limita a commentare l’avvocato Frezza, che è uno storico amico di don Pierino - e ne vedremo gli sviluppi. Al momento, non vi è alcuna richiesta di rinvio a giudizio. Aspettiamo di leggere gli atti». Il legale, che ha partecipato all’interrogatorio di qualche settimana fa, e ha ascoltato il tenore, sembra rassegnato a un lungo procedimento.
***
Stivaletti con il tacco alto e girocollo blu, auto di lusso, Jaguar e Mercedes con autista. Così viveva Frate Eligio, all’anagrafe don Angelo Gelmini, fratello minore di don Piero, anche se non tutti ricordano la parentela che lega due religiosi per alcuni troppo spesso sotto la luce dei riflettori, troppo amici dei vip e di politici potenti.
Negli Anni Settanta frate Eligio iniziò il suo personale modo di indossare il saio e di gestire il rapporto tra Vangelo e denaro, non c’era più timore nel farsi vedere bere champagne, di frequentare locali notturni e avvicinare belle signore baciandole sulla guancia. Raccolse fondi così, molti dai vip di allora per fondare Mondo X (comunità per tossicodipendenti), e Telefono Amico. Gli fu dato in comodato d’uso il castello di Cozzo di Lomellina, dove con la sua gestione si aprì anche un ristorante raffinatissimo, e lì si festeggiavano matrimoni con rinfreschi a prezzi tutt’altro che popolari.
Molto amico del «Golden-boy» Gianni Rivera, Eligio era dal ”65 il «consigliere spirituale» del Milan. Una decina di anni dopo finì nei guai per un brutto pasticcio finanziario, lo arrestarono con l’accusa di truffa, i carabinieri fermarono anche don Piero Gelmini, nella sua villa alla periferia di Roma. Su frate Eligio si sono scritti, in quegli anni, interi capitoli di gossip, un dossier su «Novella 2000» portava il titolo «I segreti del castello di Cozzo». Frate Eligio si faceva fotografare volentieri, a volte con il saio, a volte con maglione e pantaloni sotto i quali c’erano stivaletti con il tacco. Ai carabinieri che lo arrestarono disse: «Andiamo sono pronto» indossava maglione a girocollo blu e mocassini. Molti i soprannomi - dati dai nemici - del frate che amava il lusso, per la sua predilezione per il vino francese «Don Perignon», oppure «frate - jet» e molte le insinuazioni sulla vita privata. «Peligio», come invece lo chiamavano gli amici, ha però fondato oltre venti comunità per tossicodipendenti, tutte figlie di Mondo X. Meno gossippara la vita di don Pierino, 82 anni. «Ce lo ricordiamo ancora don Piero, arrivò in Mercedes con l’autista...». Racconta così un parrocchiano di Bagno di Gavorrano (Grosseto) la prima volta da parroco di don Gelmini. Era la fine degli Anni Cinquanta, don Piero Gelmini era al suo secondo incarico da sacerdote e in Mercedes si presentò nel paese di minatori dove non c’erano ancora chiesa e parrocchia. Rimase pochi anni «il vescovo lo mandò via. Ci fu anche lo sciopero della messa». Don Piero quando Eligio frequentava vip abitava all’«Infernetto» periferia chic di Roma, in giardino una Jaguar. Ma - si disse - era una villa in affitto. Poi anche don Piero fondò la sua catena di comunità di recupero, ma ai vip ha sempre preferito i politici, non teme critiche nello schierarsi pubblicamente a favore del centrodestra: alla festa per i suoi ottant’anni c’era anche Silvio Berlusconi che regalò 5 milioni di euro alla Comunità Incontro. E Frate Eligio? Adesso preferisce una vita più ritirata, si occupa ancora di tossicodipendenti, segue diverse comunità la più famosa a Cetona (Siena).
***
CORRIERE DELLA SERA, 5/8/2007
FABRIZIO CACCIA
DAL NOSTRO INVIATO
ZERV (Reggio Calabria) – Il giorno dopo, don Pierino Gelmini se ne sta seduto sotto «l’albero di Giobbe», lui lo chiama così, un grande faggio piantato proprio davanti all’ex sanatorio per malati di tubercolosi che ha funzionato sull’Aspromonte fino agli anni Venti e adesso è diventato una delle sue comunità.
L’uomo lo conoscete, non le manda a dire. Ce l’ha coi magistrati di Terni che l’hanno indagato. «Io gliel’ho detto subito, dopo l’interrogatorio: da voi non torno più, mi dovrete arrestare per rivedermi... Molestie sessuali ai miei ragazzi? E dove? Nelle stanze del silenzio, durante i colloqui? Caz-za-te. Alla fine lo scriverò io un bel libro. Il titolo l’ho già deciso: "Il serpente nella stanza dei magistrati". Farò nomi e cognomi».
Mattinata intensa. Tante telefonate: «Mi ha chiamato Berlusconi, mi ha detto: "Tu conta su di me...". Poi ha cominciato a farmi l’elenco di tutte le inchieste che in questi anni hanno colpito lui. E io a un certo punto gli ho detto: "Basta, ti prego Silvio, non continuare..." Berlusconi è un amico, certo. Finanzia le nostre attività. Mi dice sempre: "La prossima volta ti do 200-300 miliardi, così schiattano tutti dall’invidia..." Ma mi ha chiamato anche Cossiga. E il generale Speciale, appena cacciato dalla Guardia di Finanza. Mi ha detto: "Guarda come sono stato trattato io, don Pierino..." Il generale è molto religioso, è stato un ex alunno salesiano».
Molestie sessuali: ecco il tema scabroso di cui oggi bisogna parlare. «Così noi saremmo tutti froci’ dice aspro sull’Aspromonte don Gelmini davanti ai suoi ragazzi – io e loro a scopare nelle stanze del silenzio... Un giornale ha pure scritto: una stanza con la moquette e le poltroncine... Questa è un’infamia e io chiederò un miliardo di danni. Ma cos’è? Una casa di prostitute? Una stanza del Grande Fratello? Voi ci siete mai entrati in una stanza del silenzio? un luogo dove c’è sempre un camino acceso, giorno e notte, non si spegne mai. Perché il fuoco è amore. E ci sono le panche, non le poltroncine.
E quando i ragazzi si presentano per la prima volta al colloquio, ci entrano accompagnati dai genitori, dai fratelli.
E noi preti siamo in tre: io, don Enzo Pichelli e padre Bernard dello Sri Lanka».
Poi un altro affondo: «Se ho fiducia nella magistratura? In Italia ci sono giudici splendidi ma ci sono anche giudici mascalzoni, che hanno fatto soffrire ad arte le persone con l’unico scopo di finire in prima pagina sul giornale. Quando io sono stato interrogato, a Terni, eravamo in quattro. A me hanno chiesto di mantenere il segreto. E allora queste notizie chi le ha messe in giro?».
Ma ci sono delle denunce, ragazzi che avrebbero fatto accuse precise: «Io li conosco tutti, però non vi dirò mai i loro nomi. Cinque di loro noi li avevamo cacciati, perché la notte si calavano la calzamaglia sul viso e andavano a rubare. Hanno provato in casa mia, ad Amelia, senza riuscirci ma poi da un ufficio hanno portato via un computer, una macchina fotografica, del whisky. Li abbiamo scoperti, li abbiamo denunciati e quelli hanno giurato che me l’avrebbero fatta pagare. Prima però c’era già stata la denuncia contro di me, per molestie, di un altro ragazzo, un barese, un pregiudicato, uno che fa le rapine, con un fratello ergastolano. Ad agosto scorso uscì con l’indulto e tornò in comunità con una lettera in cui mi scriveva: "La migliore vendetta è il perdono..." Chiedeva aiuto, voleva che gli trovassi un lavoro. E io glielo trovai. Tornato poi in carcere, davanti al magistrato ritrattò la denuncia. Infine, questo Natale, uscito di nuovo, è venuto ad Amelia ed evidentemente il lavoro che gli avevo trovato non gli bastava. Sperava di avere da me dei soldi. Mi ricordò che aveva ritrattato la denuncia e io gli risposi: "Se hai ritrattato, non l’hai fatto per fare un favore a me, ma alla tua coscienza..." Così, quando l’hanno rimesso in carcere ha rifatto la denuncia, stavolta insieme a un altro, che era stato anche lui in comunità. Probabilmente l’ha pilotato lui. Anche gli altri cinque poi hanno confermato le accuse. Strano...». Morale? «I giudici anticlericali. O forse una regia politica, come dice mio fratello Eligio. Perché io sarei un prete schierato da una precisa parte. Non lo so, questo lo dice sempre quell’imbecille di don Mazzi: lui sarebbe il cappellano del centrosinistra e io quello del centrodestra. Ma a me oggi m’hanno chiamato pure la Bellillo, Lusetti, io non sono un prete schierato, io sono solo un prete».
Momento difficile per la Chiesa, osserva don Pierino: «Pensate a quello che è accaduto in America, alla strumentalizzazione sui preti pedofili americani. La Chiesa ha sbagliato a pagare, a indennizzare. Se io sbaglio, la Chiesa tutta non deve pagare per me. Ma, appunto, mi sembra ci sia in atto una strategia mondiale di questa lobby, come chiamarla?, ebraico-radical chic, che partendo dalla Chiesa americana tende a indebolire la Chiesa tutta. Guardate che non ci sono solo i preti pedofili! I pedofili sono ovunque. Anche tra i pastori protestanti...». Lo sfogo è finito.
Don Pierino ci saluta: «Sapete? Noi ci baciamo e ci abbracciamo, è vero, perché i baci e gli abbracci sono il segno dell’accoglienza. Ci accusano di essere una setta. Ma davvero vi sembriamo una setta? La nostra porta è sempre aperta. A tutti. Noi siamo solo la setta del bacio».
***
LA STAMPA, 5/8/2007
FRANCESCO GRIGNETTI
C’è stato un altro don Pierino prima di don Pierino. Un prete che ha sempre sfidato le convenzioni, ma che di guai con la giustizia ne ha avuti tanti, ed è pure finito in carcere un paio di volte. A un certo punto è stato anche sospeso «a divinis», salvo poi essere perdonato da Santa Romana Chiesa.
E’ il don Gelmini che non figura nelle biografie ufficiali. I fatti accadono tra il 1969 e il 1977, quando don Pierino era ancora considerato un «fratello di». Una figura minore che viveva di luce riflessa rispetto al più esuberante padre Eligio, confessore di calciatori, amico di Gianni Rivera, frequentatore di feste, fondatore delle comunità antidroga «Mondo X» e del Telefono Amico.
Anni che furono in salita per don Pierino e che non vengono mai citati nelle pubblicazioni di Comunità Incontro. Per forza. Era il 13 novembre 1969 quando i carabinieri lo arrestarono per la prima volta, nella sua villa all’Infernetto, zona Casal Palocco, alla periferia di Roma. E già all’epoca fece scalpore che questo sacerdote avesse una Jaguar in giardino.
Lui, don Pierino, nella sua autobiografia scrive che lì, nella villa dell’Infernetto, dopo un primissimo incontro-choc con un drogato, tale Alfredo, nel 1963, cominciò a interessarsi agli eroinomani. In tanti bussavano alla sua porta. «Ed è là che, ospitando, ancora senza tempi o criteri precisi, ragazzi che si rivolgono a lui, curando la loro assistenza legale e visitandoli in carcere, mette progressivamente a punto uno stile di vita e delle regole che costituiranno l’ossatura della Comunità Incontro».
All’epoca, Gelmini aveva un certo ruolo nella Curia. Segretario di un cardinale, Luis Copello, arcivescovo di Buenos Aires. Ma aveva scoperto la nuova vocazione. «Rinunciai alla carriera per salire su una corriera di balordi», la sua battuta preferita.
I freddi resoconti di giustizia dicono in verità che fu inquisito per bancarotta fraudolenta, emissione di assegni a vuoto, e truffa. Lo accusarono di avere sfruttato l’incarico di segretario del cardinale per organizzare un’ambigua ditta di import-export con l’America Latina. E restò impigliato in una storia poco chiara legata a una cooperativa edilizia collegata con le Acli che dovrebbe costruire palazzine all’Eur. La cooperativa fallì mentre lui rispondeva della cassa. Il giudice fallimentare fu quasi costretto a spiccare un mandato di cattura.
Don Pierino, che amava farsi chiamare «monsignore», e per questo motivo si era beccato anche una diffida della Curia, sparì dalla circolazione. Si saprà poi che era finito nel cattolicissimo Vietnam del Sud dove era entrato in contatto con l’arcivescovo della cittadina di Hué. Ma la storia finì di nuovo male: sua eminenza Dihn-Thuc, e anche la signora Nhu, vedova del Presidente Diem, lo denunciarono per appropriazione indebita. Ci fecero i titoloni sui giornali: «Chi è il monsignore che raggirò la vedova di Presidente vietnamita».
Dovette rientrare in Italia. Però l’aspettavano al varco. Si legge su un ingiallito ritaglio del Messaggero: «Gli danno quattro anni di carcere, nel luglio del ”71. Li sconta tutti. Come detenuto, non è esattamente un modello e spesso costringe il direttore a isolarlo per evitare ”promiscuità” con gli altri reclusi». Cattiverie.
Fatto sta che le biografie ufficiali sorvolano su questi episodi. Non così i giornali dell’epoca. Anche perché nel 1976, quando queste vicende sembravano ormai morte e sepolte, e don Pierino aveva scontato la sua condanna, nonché trascorso un periodo di purgatorio ecclesiale in Maremma, lo arrestarono di nuovo.
Questa volta finì in carcere assieme al fratello, ad Alessandria, per un giro di presunte bustarelle legate all’importazione clandestina di latte e di burro destinati all’Africa. Si vide poi che era un’accusa infondata. Ma nel frattempo, nessuna testata aveva rinunciato a raccontare le spericolate vite parallele dei due Gelmini. Ci fu anche chi esagerò. Sul conto di padre Eligio, si scrisse che non aveva rinunciato al lusso neppure in cella.
Passata quest’ennesima bufera, comunque, don Pierino tornò all’Infernetto. Sulla Stampa la descrivevano così: «Due piani, mattoni rossi, largo muro di cinta con ringhiera di ferro battuto, giardino, piscina e due cani: un pastore maremmano e un lupo. A servirlo sono in tre: un autista, una cuoca di colore e una cameriera».
Tre anni dopo, nel 1979, sbarcava con un pugno di seguaci, e alcuni tossicodipendenti che stravedevano per lui, ad Amelia, nel cuore di un’Umbria che nel frattempo si è spopolata. Adocchiò un rudere in una valletta che lì chiamavano delle Streghe, e lo ottenne dal Comune in concessione quarantennale. Era un casale diroccato. Diventerà il Mulino Silla, casa-madre di un movimento impetuoso di comunità. Gli riesce insomma quello che non era riuscito al fratello, che aveva anche lui ottenuto in concessione (dal proprietario, il conte Ludovico Gallarati Scotti, nel 1974) un rudere, il castello di Cozzo Lomellina, e l’aveva trasformato, grazie al lavoro duro di tanti volontari e tossicodipendenti, in uno splendido maniero. Ma ormai la parabola di padre Eligio era discendente. Don Pierino, invece, stava diventando don Pierino.
***
LA STAMPA, 5/8/2007
Eh, certo, nelle comunità chiuse, si sa, scattano meccanismi difficili da interpretare... Ma a me scoccia la banalizzazione di questi giorni: che nelle comunità i rapporti diventino automaticamente sbagliati. Certo, c’è sempre il pericolo che gli affetti diventino pericolosi... Ma allora, se è per questo, per noi preti è peggio quando ci sono dei bambini che ti adorano come un padre. O come capita a don Benzi di avere in comunità le prostitute». Pesca le parole una a una, don Antonio Mazzi, nel commentare la vicenda che vede coinvolto don Gelmini. E con la lingua lunga che lo contraddistingue: «Non facciamo i martiri. Non siamo cirenei».
Entrambi impegnati nella lotta alla droga, entrambi preti-simbolo, entrambi adorati dalle televisioni e dalla politica, don Mazzi accetta di parlare, ma purché si stia lontano dagli aspetti giudiziari. Non gli piace per nulla «la bagarre che si sta scatenando». Teme che si perda di vista il punto fondamentale: che da qualche tempo nelle comunità prevale la sfiducia, la stanchezza, la solitudine, il senso di sconfitta. Una crisi «epocale», la definisce. Premette: «Il lavoro con i tossicodipendenti è complicato. Ne perdiamo due terzi per strada. Per i responsabili, sapete, è dura». Epperò, su un’esperienza antidroga così particolare come Comunità Incontro di don Pierino, è abbastanza chiaro come la pensa quest’altro prete che ha fondato Exodus, un altro tipo di comunità, partendo dal Parco Lambro, già regno degli spacciatori di Milano, con animo pedagogico-scoutista. «Io ho rifiutato il concetto di cittadella chiusa. Ma non ho inventato niente. Ho fatto come don Bosco: ho preso le dinamiche dell’oratorio e le ho applicate alla droga. La mia pazzia è stata questa. Non alzare i muri, ma fare una comunità aperta. I ragazzi li ho tenuti dentro il meno possibile. Ho organizzato le carovane per tenerli fuori. Ho appena portato a casa diciotto ragazzi che, in alternativa al carcere, si sono fatti milleottocento chilometri in bicicletta, in pellegrinaggio, da Milano ad Assisi, e ritorno».
Ed è meglio?
«Le nostre comunità ti permettono di non consumarti dentro. E non c’è pericolo di rapporti che sfociano nel morboso».
Ah, appunto. Allora parliamo di don Pierino?
«Chiaro che per voi giornalisti può diventare la vittima ideale».
E invece?
«Se continuiamo a sparare lì, non facciamo del bene a nessuno. Vorrei fare una riflessione molto più vasta».
E cioé?
«Pensiamo ai ragazzi stessi, che in questo gioco ci rimettono di sicuro. Già sono così disorientati, ora rischiano di essere disorientati ancora di più».
Va bene, il disorientamento. Però il problema c’è.
«Lo so. Il problema c’è. Ma è a trecentosessanta gradi: laddove ci sono impianti, proposte, rapporti educativi fragili, pensiamo anche alle violenze che ci sono dentro la famiglia italiana... ecco, che cosa ci dicono i fatti della cronaca? Sempre la stessa cosa: che non essendo maturi noi, affettivamente parlando, corriamo il rischio che il rapporto anziché diventare un rapporto corretto tra un adulto e un giovane, un rapporto di crescita, diventi un rapporto di possesso».
Di possesso?
«E’ il rischio. Ma è un problema che c’è in ogni rapporto. Non c’è forse tra paziente e psicoanalista? Comunità o non comunità».
E quindi?
«Lo dico a me e agli altri: è chiaro che chi fa questo mestiere verrà preso di mira. Non creiamo martiri. Non siamo martiri, né cirenei. Nella nostra società, poi, non ha senso. Sia per chi martire lo è, sia per chi lo fa».