Augusto Minzolini, La Stampa 3/8/2007, 3 agosto 2007
Pier Ferdinando Casini è una vecchia volpe della politica e ha capito che per far dimenticare le allegre nottate romane del deputato Cosimo Mele, l’aumento dello stipendio ai deputati per il ricongiungimento famigliare proposto dal segretario dell’Udc Lorenzo Cesa e il comico test anti-droga ai parlamentari, doveva uscire dal letargo
Pier Ferdinando Casini è una vecchia volpe della politica e ha capito che per far dimenticare le allegre nottate romane del deputato Cosimo Mele, l’aumento dello stipendio ai deputati per il ricongiungimento famigliare proposto dal segretario dell’Udc Lorenzo Cesa e il comico test anti-droga ai parlamentari, doveva uscire dal letargo. Così il personaggio si è messo in movimento e per 24 ore è sembrato una trottola impazzita. Ha parlato di tutto, dicendo a volte il contrario di tutto, ma a ben guardare con una rotta ben precisa: la sardina bianca dell’Udc sta tornando lentamente nelle acque del centro-destra. Certo lo fa a modo suo, zig-zagando e facendo un giro largo. Mercoledì sera l’ex presidente della Camera ha ritirato fuori uno dei cavalli di battaglia del suo repertorio, l’attacco alla leadership di Berlusconi nel centro-destra, dimenticando che in un anno i numeri sono cambiati: per il Cavaliere in meglio, per lui in peggio. Ma era solo una promessa per coprire la grande virata. Quella di ieri. In mattinata ha sbattuto la porta davanti alle telecamere del La7 ad ogni ipotesi di nuova maggioranza con il Pd: «Non esiste numericamente, perché anche nelle migliori previsioni non arriverà al 35%». Poi ha messo in riga Romano Prodi, che voleva un intervento delle gerarchie ecclesiastiche contro gli evasori: «Dovrebbe farsi gli affari suoi e non spiegare ai preti quello che devono dire in Chiesa». Ha ripetuto che «il minimo comun denominatore con Berlusconi è l’opposizione al governo, ma l’Udc rivendica il dovere di costruire un’alternativa diversa». Anche sul Cavaliere ha mitigato le parole del giorno prima: «E’ un grande leader, il più votato del centro-destra, ma non è il proprietario del centro-destra». Infine nel pomeriggio di ieri ha preconizzato una crisi di governo: «Le contraddizioni della maggioranza sono troppe, ma tutti nodi verranno al pettine a settembre». E ha proposto una strategia all’opposizione: mettere in risalto gli aspetti più «riformisti» della proposta del Professore per far saltare i nervi alla sinistra massimalista. Una linea che Casini vuole proporre a tutta l’opposizione proponendo lui stesso quel vertice del centro-destra che aveva rifiutato fino a ieri. Per cui, sia pure usando gli itinerari tortuosi e i meccanismi complessi dell’agire democristiano, Casini sta tentando di trovare un «modus vivendi» con i vecchi alleati. Un passo ovvio, quasi obbligato, per un leader che in questo momento si trova senza linea. Senza una legge elettorale sul modello tedesco, infatti, l’ex-presidente della Camera non ha strategia. E il riavvicinamento verso Berlusconi tra i tanti fini ha anche quello di rendere meno pregiudiziali le riserve del Cavaliere nei confronti della legge con cui si elegge il Bundestag. Insomma, recalcitrando, lentamente ma inesorabilmente, Casini, da buon doroteo (con i riflessi più appannati dei suoi maestri che sicuramente ci avrebbero messo meno tempo), sta prendendo atto della realtà. Del resto la scorsa settimana, davanti al vertice del partito, il leader dell’Udc aveva messo in soffitta la chimera di una possibile alleanza del Pd: «Da un sondaggio che ho commissionato emerge chiaramente che l’Udc perderebbe il 60% dei suoi elettori se passasse dall’altra parte». Una sentenza chiara, inequivocabile, che ha posto fine ad ogni ambizione di interpretare la linea del pendolo sulla frontiera dei due Poli. Ma anche questa premessa spietata che pone fine ai velleitarismi del passato, non ha fatto venire meno le difficoltà che Casini incontra (siamo al limite dell’idiosincrasia) con gli alleati di un tempo. Semmai la novità è che il suo rancore, al momento, ha come bersaglio più Fini che il Cavaliere. Due giorni fa nel Transatlantico di Montecitorio il leader dell’Udc si è sfogato platealmente con diversi esponenti di Forza Italia. Prima con Angelo Sanza e Piero Testoni. Quindi con uno dei consiglieri più vicini a Berlusconi, Fabrizio Cicchitto. «Fini - ha spiegato - sta sbagliando tutto. Io non lo capisco proprio. La scelta di cavalcare il referendum rischia di creare solo problemi». Questo non significa che l’ex-presidente della Camera abbia risparmiato Berlusconi. Anzi. «Il ”no” al sistema tedesco - ha fatto presente - è stato un grave errore. Inoltre sbaglia a pensare che il governo andrà in crisi in autunno: Prodi è abile, non va sottovalutato; da quanto ne so, si sta muovendo molto per mettersi a riparo da ogni sorpresa. Ha cominciato una nuova campagna acquisti. Ecco perchè puntare subito alle elezioni può essere sbagliato, rischia di compattare una maggioranza divisa. Sarebbe meglio ipotizzare un governo istituzionale». Infine, più per tattica che per convinzione, Casini ha lanciato un’esca a Sanza per aprire un varco in uno scenario che si è fatto asfissiante per lui. E probabilmente lo ha fatto ben sapendo che il suo interlocutore l’avrebbe pubblicizzata: «Fini poi non ha capito una cosa: se lui si dimostrasse più disponibile sul modello tedesco, io potrei anche diventare più elastico su una proposta che gli sta tanto a cuore, quella del partito unico». Un’ipotesi che se paragonata alle posizioni assunte in passato dall’interessato, appare quasi come una bestemmia. Ma il «Pierferdi» nazionale è obbligato a muoversi, deve uscire dall’angolo in cui si è cacciato. Anche perché il mondo rischia di andare avanti anche senza di lui. Mercoledì sera proprio mentre l’ex-presidente della Camera sparava in video per l’ennesima volta contro la leadership di Berlusconi, dallo studio del Cavaliere di Palazzo Grazioli usciva uno dei signori delle tessere dell’Udc: il vicepresidente del Senato, Mario Baccini. 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