Sergio Romano, Corriere della Sera 3/8/2007, 3 agosto 2007
Negli ultimi 15 anni la Spagna è riuscita a darsi uno scrollone liberandosi prima dagli estremismi politici e poi dall’influenza troppo forte del clero, inserendosi con autorità nel consesso europeo
Negli ultimi 15 anni la Spagna è riuscita a darsi uno scrollone liberandosi prima dagli estremismi politici e poi dall’influenza troppo forte del clero, inserendosi con autorità nel consesso europeo. Considerati gli eccellenti risultati ottenuti dalla Spagna, sia a livello nazionale che internazionale, per quale motivo l’Italia non riesce perlomeno a imitarla? Giberto Gnisci Locri@email.it Caro Gnisci, per comprendere le ragioni del successo spagnolo occorre risalire agli anni della transizione. In un lungo saggio («Italia e Spagna: un confronto»), pubblicato come introduzione a «La lezione spagnola», il libro di Víctor Pérez-Díaz apparso presso il Mulino nel 2003, Michele Salvati scrive che «l’orientamento verso una economia aperta era evidente nelle ultime fasi del franchismo». Ma occorreva evitare i due scogli contro i quali la nuova Spagna correva il rischio di naufragare. Il primo era «quella perversa rincorsa di inflazione, svalutazione e disavanzi di bilancio in cui l’Italia si andava avvitando» in quegli anni. Il secondo era il possibile ritorno ai conflitti politici e civili che avevano agitato il Paese prima dell’avvento di Franco al potere. Il primo scoglio fu evitato grazie alla prudenza dei moderati di Adolfo Suarez, al socialismo democratico di Felipe Gonzalez, «molto attento agli equilibri macroeconomici», e al patto della Moncloa con le Commissioni operaie. Il secondo, grazie a un tacito accordo di riconciliazione nazionale che è stato per alcuni decenni la Carta non scritta della democrazia spagnola. Il confronto con l’Italia, a questo proposito, è particolarmente istruttivo. Mentre l’Italia visse per parecchio tempo nel clima di una Resistenza «incompiuta» e sfiorò negli anni Settanta la guerra civile, la Spagna ricostruì con uno sforzo collettivo le sue istituzioni. Mentre da noi, dopo la fine della guerra, non passava giorno senza che i comunisti denunciassero la minaccia incombente del fascismo e i moderati fossero costretti a tenere conto dell’esistenza di un partito comunista legato alla politica dell’Urss, la Spagna decise di accantonare il passato e di concentrarsi sul futuro. I monumenti al Caudillo continuarono a decorare le piazze delle città, ma vennero rinchiusi in una invisibile campana di vetro e ignorati. Gli eredi delle vittime rinunciarono a rievocare la tragedia del passato e l’unico tentativo di restaurazione autoritaria fu un ridicolo colpo di Stato che il re Juan Carlos liquidò con un tempestivo messaggio alla nazione. Il partito comunista di Santiago Carillo cercò di sopravvivere giocando la carta dell’eurocomunismo, ma divenne una piccola forza marginale e insignificante. Il ricordo dei torbidi anni che avevano preceduto il pronunciamiento militare e le memorie della guerra civile ebbero il magico effetto di indirizzare tutte le energie nazionali verso due obiettivi: la ricostruzione delle istituzioni democratiche e lo sviluppo economico del Paese. La nuova Costituzione dette alla Spagna un esecutivo autorevole (Zapatero e il suo predecessore assomigliano al cancelliere tedesco molto più di quanto non assomiglino al presidente del Consiglio italiano) e favorì l’alternanza al governo di due grandi partiti nei quali, come scrive Salvati, «s’identificano la grande maggioranza degli elettori». Il confronto con l’Italia, naturalmente, non può ignorare alcune importanti differenze. Mentre la Spagna evitò il coinvolgimento nella Seconda guerra mondiale, noi vi partecipammo e fummo sconfitti. Mentre la Spagna, negli anni seguenti, rimase ai margini della guerra fredda, noi fummo per quasi mezzo secolo una marca di frontiera dell’Alleanza Atlantica. Mentre i comunisti spagnoli uscirono rapidamente di scena, i comunisti italiani potevano essere considerati, per la loro partecipazione alla Resistenza, «coautori» della Repubblica. Mentre la Spagna d’oggi è pur sempre erede di uno Stato secolare, fiero del proprio passato imperiale, l’Italia è una giovane nazione afflitta da localismi e campanilismi. Ma esiste ormai una lezione spagnola da cui la classe politica italiana potrebbe ricavare qualche utile ammaestramento.