Luigi La Spina, La Stampa 3/8/2007, 3 agosto 2007
LUIGI LA SPINA
INVIATO A TRIESTE
«Da ragazzo, volevo volare e pensavo di iscrivermi all’ Accademia aeronautica. Andai a vedere le Frecce tricolori con il direttore del nostro stabilimento Illy, l’ingegner Tito Bullo, che era amico del comandante. L’ufficiale mi invitò a un’esercitazione. Verso la fine della prova, le ali di due aerei si toccarono. I piloti cercarono di salvarsi col seggiolino paracadute, ma li ritrovai morti sul campo volo. Mi dissi: qui il destino mi sta dicendo che non è la mia vocazione».
Fuori di casa
«Dopo la maturità scientifica mi iscrissi a fisica, ma di restare a casa non mi andava: non c’erano regole chiare, condivise. Conobbi Rossana a febbraio del ”75, ci sposammo due mesi dopo, tra lo sconcerto dei miei. Tutti dicevano: non durerà, sono 32 anni che dura. Cominciai a lavorare dove capitava. Entrai in una cooperativa di facchini. Presi la patente ”C” per fare l’autista delle consegne. Mio padre mi offrì di entrare in azienda, ma gli incarichi che mi proponeva non mi interessavano e così il mio incontro col caffè avvenne in modo diverso».
Il degustatore
«Un altro padre, quello del mio compagno di scuola Ernesto Lichtenstein, importava caffè verde dall’Africa, dall’America. Mi incaricò di organizzare il suo laboratorio, dove venivano classificati i campioni di prodotto. Mi insegnò a fare le prime degustazioni, ad esercitare i miei sensi al gusto del caffè. Nel frattempo, diventato, dopo l’esperienza agonistica, maestro di sci, passai l’intero inverno a Piancavallo: guadagnai in quattro mesi più di quanto prendevo in un anno nell’azienda del mio compagno di scuola».
La cartolina
«Credevo di non dover fare il militare, perché ero sposato. Invece, arrivò la cartolina. L’ufficiale a cui mi rivolsi per spiegare le mie ragioni per ottenere l’esenzione, saputo che mio suocero era dirigente ospedaliero, mi disse: sua moglie la manterrà il padre. Mi rivolsi al mio, per chiedergli se potesse aiutarmi. Per tutta risposta, papà, burbero e severo come al solito, replicò: vai, vai a fare il soldato, che ti farà bene».
Il venditore
«Da un giorno all’altro, il direttore commerciale della nostra azienda se ne andò e, finalmente, mio padre mi offrì un lavoro nel settore per cui mi sentivo portato: la vendita e il marketing. Naturalmente cominciai dall’ultimo gradino: seguivo i lavori dei capi d’area che, allora, si chiamavano ispettori alle vendite. Non venivo pagato dall’azienda: papà mi dava uno stipendio da fame, per sopravvivere».
La teoria e la pratica
«La mia fortuna fu quella di studiare e, contemporaneamente, poter mettere subito in pratica quello che imparavo. Lasciai fisica e mi iscrissi a economia. Cominciai a seguire corsi di formazione in varie università, finché un professore di Parma, Carlo Carli, costituì la consulta del marketing. Aveva capito che gli studenti dovevano presto avere un confronto con il mondo dell’impresa. Lì incontrai tanti manager e con gli allievi ero costretto a razionalizzare quello che facevo in azienda. La nostra società crebbe e crebbi anch’io, finché divenni amministratore delegato».
Un altro mestiere
«Pensavo di aver trovato il mio definitivo mestiere. Invece, agli inizi degli anni ”90, ne cominciai un altro. Era stata appena approvata la legge per l’elezione diretta del sindaco. Mi chiamò una persona a nome di un gruppo di cittadini e mi propose di candidarmi. Chiesi tempo e feci una riunione di famiglia: a parte mia moglie e la sorella che erano contrari, gli altri erano favorevoli. In quel tempo, avevo appena letto un libro fondamentale di Peter Drucker che parlava della responsabilità sociale dell’impresa. Scopo di un’azienda, scriveva Drucker negli anni ”30, non è fare utili, ma soddisfare le esigenze dei suoi clienti. Gli utili servono per investire sui ”costi del futuro”. Tra i gruppi di interesse da soddisfare c’è il territorio che offre all’impresa una serie di servizi: la manodopera, l’acqua, l’energia, lo smaltimento dei rifiuti. Furono queste le ragioni per cui non potevo rifiutare la responsabilità di accettare».
L’incoscienza
«Ho imparato un detto romagnolo: è meglio pentirsi di aver fatto una cosa che rimpiangere di non averla fatta. Ero il più giovane candidato sindaco nella storia della mia città e la somma delle percentuali dei consensi raccolti dai partiti che mi sostenevano arrivava solo al 25 per cento. D’altra parte, avevo un fratello, più giovane, che, dopo l’università, era da due anni entrato in azienda. Mio padre era ancora in gamba. Lo è anche adesso che ha 82 anni ed è attivissimo e molto lucido. Potevo fare da tappo alla crescita di mio fratello ed era assurdo essere tre galli in un pollaio. Mi buttai nella campagna elettorale e, contrariamente a tutte le previsioni, riuscii a vincere. Avevo dimostrato che si può cominciare una nuova vita e sfuggire a un destino che sembrava non solo predestinato, ma anche di grande successo».
Il rimpianto
«Arrivato a 52 anni, non ho rimpianti perché fin da ragazzo, all’epoca in cui ci si pone i grandi problemi della vita, ho sempre pensato di dover sfruttare le mie qualità e la mia posizione sociale per mettere il mio impegno a disposizione degli altri. In fondo al cuore mi è rimasto il sogno di fare il medico, ma fare l’amministratore pubblico soddisfa lo stesso bisogno di essere utili alla comunità».
I giovani
«Invidio ai giovani d’oggi la possibilità di aprirsi al mondo. Ai nostri tempi, c’erano meno occasioni di incontrare persone con altre mentalità e altre culture. Ora, la competizione, però, è più elevata. Se dovessi dare un consiglio a un ragazzo che cerca la sua strada gli direi di seguire la passione, perché è la più importante garanzia del successo. Come ha fatto mia figlia: finito il liceo linguistico, ha cominciato a insegnare ginnastica aerobica; si è laureata all’Isef, ha uno studio di ”personal training” a Cattolica e sta prendendo la seconda laurea in scienze della nutrizione. Beve il nostro caffè, ma è felice di fare altro».