Monica Ricci Sargentini, Corriere della Sera 3/8/2007, 3 agosto 2007
Lo zio Majid, 28 anni, jeans e maglietta, accenna un sorriso e saluta la folla mentre lo portano al patibolo
Lo zio Majid, 28 anni, jeans e maglietta, accenna un sorriso e saluta la folla mentre lo portano al patibolo. L’altro, il nipote Hossein, poco più giovane, ha lo sguardo disperato. Forse per sfregio indossa un paio di pantaloni verdi con la bandiera americana in bella vista ma i suoi occhi si abbassano mentre il boia gli mette il cappio al collo. La scena si svolge a Teheran, davanti al tribunale dell’Ershad, dove, esattamente due anni fa, Majid e Hossein Kavousifar freddarono il giudice Hassan Moghaddas, inflessibile censore di chiunque deviasse dalla morale islamica ma anche persecutore di dissidenti come il giornalista Akbar Ganji. Una gigantesca foto del magistrato campeggia sulla piazza a mo’ di monito. Intorno al patibolo si raduna la folla. Donne vestite di nero, voyeur armati di cellulari, persino una bimba in tuta da ginnastica rosa. «Allah Akbar» gridano tutti. I boia, con il volto coperto, fanno il loro lavoro. I corpi dei due condannati si alzano in cielo, la testa piegata. Si scatta e si va a casa. Erano cinque anni che, nella capitale, non si giustiziava qualcuno in pubblico. Ma nel Paese le esecuzioni si sprecano: 150 dall’inizio del 2007. L’altro ieri sette impiccati nella città sacra di Mashhad, il 15 e il 22 luglio altre sedici persone nel carcere di Evin a Teheran, qualche settimana fa un uomo lapidato nella provincia di Qazvin. Sul patibolo, denuncia Amnesty International, salgono anche i minorenni: due soltanto quest’anno. Troppo per l’Italia, che, recentemente, è riuscita a far approvare all’Unione Europea una proposta di moratoria della pena di morte da presentare all’Onu. Ieri, su ordine del vicepremier e ministro degli Esteri D’Alema, la Farnesina ha espresso «forte inquietudine» per le ultime esecuzioni. Lo ha fatto in modo informale nel corso di un colloquio con una consigliera dell’Ambasciata iraniana Gholamreza Najari. Ma a Teheran è arrivata una richiesta chiara: «Sospendete l’esecutività delle sentenze ulteriormente pendenti». In primis quella di Adnan Hassanpour e Hiva Botimar, i due reporter curdi condannati a morte giovedì scorso. Un richiamo che «ha anche una ragione politica », come spiega al Corriere Ugo Intini viceministro degli Affari Esteri con delega per il Medio Oriente: «Non manchiamo di protestare contro chiunque nel mondo pratichi la pena di morte. Ma il caso dell’Iran ci preoccupa in modo particolare perché siamo amici di questo popolo e vogliamo che le tensioni in Medio Oriente si risolvano coinvolgendolo. Queste esecuzioni danneggiano il Paese». Di qui il segnale della Farnesina: «Gli iraniani – aggiunge Intini – sanno che non lo facciamo per ostilità, il nostro è un richiamo ad adiuvandum ». A preoccupare il nostro governo è anche il «riferimento alle accuse di omosessualità che figuravano tra i capi di imputazione » di alcuni dei tanti impiccati di questi giorni. La legge islamica, infatti, punisce la «sodomia » anche con la pena di morte. 150 esecuzioni in Iran nei primi otto mesi del 2007. Quella di ieri, tuttavia, è stata la prima impiccagione in piazza a Teheran dopo cinque anni