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 2007  agosto 03 Venerdì calendario

I dipendenti statali sono da molti considerati dei fannulloni. Lavoratori che si dedicano alle lunghe pause caffè e alle interminabili scorribande in internet, che non hanno difficoltà ad andare in ferie, a mettersi in malattia, o a prendersi congedi

I dipendenti statali sono da molti considerati dei fannulloni. Lavoratori che si dedicano alle lunghe pause caffè e alle interminabili scorribande in internet, che non hanno difficoltà ad andare in ferie, a mettersi in malattia, o a prendersi congedi. Nessuno crea loro problemi e lo stipendio arriva puntuale ogni mese. Cosa conta più di questo? Potrebbero avere una vita migliore? Sì. Non ci sono solo gli assenteisti e i lavativi. Ci sono anche coloro che vorrebbero tanto lavorare e, paradossalmente, non gli viene concesso. Io, per esempio, vorrei avere una vita migliore. Lavoro da diciassette anni in un ente pubblico, a un livello medio basso, con uno stipendio di 970 euro al mese. In diciassette anni non ho mai avuto alcun avanzamento di carriera (e relativo aumento di stipendio), ma non è di questo che mi lamento. Il mio problema è che da più di due anni passo 36 ore alla settimana seduta ad una scrivania vuota, senza niente da fare. Non si tratta di mobbing, desidero chiarirlo subito: si tratta di semplice mancanza di lavoro. Non faccio nulla tutto il giorno perché nel mio ufficio non c’è niente da fare, e non solo per me, ma anche per almeno i tre colleghi con cui divido l’ufficio. Passiamo le giornate a chiacchierare, a gironzolare in rete e a leggere il giornale. Da due anni chiedo ossessivamente al mio dirigente responsabile di concedermi il trasferimento presso un’altra struttura, dove magari mi verrebbe assegnato qualcosa da fare. E ricevo regolarmente un secco rifiuto: la ragione è che "l’ufficio non può rinunciare alla mia figura professionale", anche se in sostanza non faccio nulla. Nel mio Ente è infatti prassi comune che, indipendentemente dalla reale necessità, ogni dirigente si tenga ben stretti i collaboratori in organico (e ne chieda continuamente di nuovi) per giustificare la sua posizione, per far credere di avere "tanto da fare" e mantenere quindi il suo prestigio. Così, oltre al mio, ci sono interi uffici le cui competenze sono solo fantasie teoriche sulla carta e i cui impiegati languiscono in un’inedia offensiva della loro professionalità e della loro dignità umana. Personalmente, non so come uscire da questa condizione, se non licenziandomi, ma è un’alternativa praticabile, a 45 anni e con una famiglia sulle spalle? In fondo, chiedo solo di lavorare, di non percepire uno stipendio senza guadagnarmelo, di poter esprimere le mie potenzialità e le mie capacità, di far fruttare la mia esperienza professionale e le mie doti umane. Lettera firmata - Venezia