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 2007  agosto 03 Venerdì calendario

ARTICOLI VARI SUL SOTTOMARINO RUSSO CHE S’E’ POSATO SUL FONDO DEL POLO NORD


CORRIERE DELLA SERA
3/8/2007
DAL NOSTRO INVIATO LUIGI IPPOLITO
MOSCA – Ma insomma, undici fusi orari non gli potevano bastare? E no che non gli bastano, al Cremlino di Vladimir Putin: sarà pur vero che la Russia si estende da Kaliningrad a Vladivostok (cioè dalla Polonia al Giappone, per capirci), ma volete mettere la soddisfazione che ci può dare il Polo Nord?
E per porre le cose in chiaro con tutti, ieri i russi sono andati a piantarci sopra la bandierina. Anzi sotto, per la precisione: un batiscafo si è immerso a 4.261 metri di profondità attraverso un buco fatto nella calotta glaciale e ha depositato sul fondale oceanico, nel punto esatto del Polo Nord, una bandiera russa di titanio larga un metro e una capsula con un messaggio per le future generazioni. Casomai qualcuno passasse di lì in futuro, è avvertito: per Mosca quella zona è roba loro.
«Il sottomarino Mir-1 ha raggiunto con successo il fondo dell’Oceano Artico», ha annunciato trionfale ieri mattina il canale tv Vesti-24 in diretta dalla nave di ricerca Akademik Fyodorov, dove sono imbarcati oltre 100 scienziati. A bordo del batiscafo in immersione, poi affiancato da un secondo, il Mir-2, il leader della spedizione Artur Cilingarov, veterano delle esplorazioni polari munito di regolamentare barba sale e pepe da vecchio lupo di mare, che è tra l’altro vice- presidente del Parlamento, accompagnato da un deputato, Vladimir Grudzev, e dal dottor Anatolj Sagalevic, capo dell’Istituto oceanologico presso l’Accademia delle scienze. Una presenza di politici che serve a ricordare che qui non stiamo parlando di oziose dispute cartografiche: c’è la risorta potenza russa che vuole annettersi una bella fetta di Polo Nord per sfruttarne le inesplorate risorse naturali.
Come un novello Armstrong degli abissi, la voce di Cilingarov è arrivata dal fondale artico: « stato un atterraggio morbido – ha detto ”, c’è un terriccio giallognolo qui giù. Nessuna creatura del profondo è visibile». E a rimarcare il parallelo con l’impresa dell’Apollo 11 ci ha pensato il portavoce dell’Istituto russo per l’Artico e l’Antartico, Serg ej Balya snikov: «Questa è una missione rischiosa ed eroica. una mossa molto importante per la Russia per dimostrare il suo potenziale nell’Artico. come mettere una bandiera sulla Luna». Quanto agli obiettivi, «a parte quello scientifico, la spedizione può aiutare la Russia ad allargare il suo territorio di oltre un milione di chilometri quadrati».
Il punto è dimostrare che la dorsale di Lomonosov, una piattaforma rocciosa sottomarina che corre attraverso l’Artico, è in realtà un’estensione del territorio russo: in questo modo il Cremlino potrà rivendicare una fetta di Mar Glaciale Artico grande quanto l’Europa occidentale, che potrebbe racchiudere miliardi di tonnellate di petrolio e gas.
Il Cremlino ha gettato tutto il suo peso dietro l’impresa, la prima di questo genere nella storia, che ha ricevuto una copertura massiccia da parte delle tv di Stato. Putin ha perfino conferito a Cilingarov il titolo di «inviato presidenziale per l’Artico». E il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha affermato che «la spedizione, piuttosto che accampare rivendicazioni, mira a provare che la nostra piattaforma continentale si estende al Polo Nord». Il successo della missione «fornirà ulteriori prove scientifiche alle nostre aspirazioni», ma la questione dovrà essere risolta «in osservanza delle leggi internazionali ». Quindi non manderanno l’armata russa a far sloggiare gli orsi polari, anche se la fauna locale più allarmata è sembrata quella della Nato, i cui aerei sono stati avvistati attorno alle navi russe.
Mosca ha cercato per lungo tempo di estendere il suo territorio nell’Artico e nel 2001 ha presentato un reclamo all’Onu rivendicando 1,2 milioni di chilometri quadrati di oceano. Le Nazioni Unite hanno chiesto alla Russia di fornire dati scientifici più dettagliati e l’attuale spedizione mira a raccogliere prove in modo da avanzare un secondo reclamo nel 2009, nel centenario della prima spedizione al Polo Nord.
Le pretese del Cremlino sono contestate da Canada, Usa, Norvegia e Danimarca (via Groenlandia). Secondo le leggi internazionali, ciascun Paese che si affaccia sull’Artico è autorizzato a controllare una zona economica entro 200 miglia dalla piattaforma continentale. Ed è sulla reale estensione di questa che si gioca la partita. «Quello che hanno fatto i russi sul fondo dell’Artico non ha alcun significato – ha detto ieri un portavoce del Dipartimento di Stato a Washington ”. Piantare una bandiera non è una prova scientifica».

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LA STAMPA 3/8/2007
ANNA ZAFESOVA
ANNA ZAFESOVA
E’ come piantare la bandiera sulla Luna, dicevano ieri gli esploratori dell’Artico russi, mentre aspettavano col fiato sospeso di veder riemergere dalle acque gelide il dorso arancione e bianco dei batiscafi «Mir», di ritorno da una missione storica. Ieri alle 10.08 (ora italiana) il Polo Nord ha smesso di essere un punto immaginario tra l’acqua e il ghiaccio, ed è diventato qualcosa che si può toccare, a condizione di scendere con un superbatiscafo da profondità a 4261 metri. Sul fondo del mare al Polo, nel fondale giallastro è stata piantata una bandiera tricolore della Russia, in titanio: «Tre cento o mille anni, chi scenderà laggiù la troverà», ha detto il capo della spedizione Artur Cilingarov.
Una missione senza precedenti: i batiscafi «Mir» - leggendari battelli da ricerca capaci di immergersi fino a 6 chilometri di profondità, protagonisti anche delle riprese del «Titanic» - non erano mai andati sotto il ghiaccio. Portati al Polo Nord sulla nave «Akademik Fiodorov», al quale spianava la strada il rompighiaccio a propulsione nucleare «Rossia», sono stati calati nel bacino liberato dal ghiaccio e, dopo più di due ore, hanno toccato il fondo, il «Mir-1» a 4261 metri di profondità e il «Mir-2» 27 minuti più tardi, a 4302 metri. I mini-sottomarini hanno trascorso sul fondo quasi un’ora e mezzo, prelevando campioni di terreno e acqua. La parte più delicata era però il ritorno: più di quattro ore, con l’ansia di «mancare» il buco libero dai ghiacci e andare a sbattere contro la calotta del Polo.
Ma tutto è andato a buon fine, e la Russia trionfa, dopo aver abbandonato negli ultimi anni quasi totalmente le ricerche polari per mancanza di fondi. La missione, più che scientifica, aveva un valore propagandistico e politico: Mosca vuole dimostrare che il dorso Lomonosov, sul fondo dell’Artico, sia una prosecuzione della sua piattaforma continentale, e quindi di avere diritto a sfruttare le acque fino al Polo Nord compreso. Una rivendicazione non solo di orgoglio geografico: sono 1,2 milioni di chilometri quadrati di mare che dovrebbero contenere 10 miliardi di tonnellate di petrolio e gas.
Un gesto che fa parte della nuova voglia della Russia di Putin di tornare superpotenza, e il ministro degli Esteri Serghej Lavrov ieri ha commentato: «Non si tratta di piantare paletti, ma di dimostrare la nostra continuità territoriale fino al Polo». Non a caso il comandante della spedizione Cilingarov non è solo un famoso esploratore polare, ma anche vicepresidente della Duma e dirigente di «Russia Unita», il partito di Putin. La missione russa è parte di un «grande gioco» già in corso. Anche la Danimarca vuole dimostrare che la catena Lomonosov è un’estensione della Groenlandia. Il Canada ha stanziato 7 miliardi di dollari per una flotta che proteggerà la sua sovranità, e gli Usa manderanno rompighiacci nell’area. Il Dipartimento di Stato ieri ha ammesso il diritto russo a pretese territoriali, che «dovranno venir esaminate dall’Onu», mentre il ministro degli Esteri canadese Peter McKay ha ironizzato sullo «show russo»: «Non siamo nel XV secolo. Non si può andare in giro per il mondo a piantare bandiere, e poi rivendicare i territori».

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LA STAMPA 3/8/2007
GIULIETTO CHIESA
La Russia si candida a diventare l’ultimo, colossale serbatoio di petrolio per il mondo intero. L’ultimo perché dopo non ce ne sarà più. Per meglio dire non ce ne sarà più per tutti, e allora saranno guai.
Ma intanto ha fatto i suoi conti, davvero strategici, e si prepara a mettere la sua bandiera sui giacimenti (presunti ma probabili) del futuro. La spedizione artica che ha messo la firma di Mosca sul Polo Nord che sta nel fondo del mare, ha un alto valore scientifico e contiene record dal libro dei Guinness, ma il suo valore geopolitico e strategico è letteralmente incalcolabile, come decisamente impressionante è il segnale che la Russia manda al mondo intero.
Si tratta di dimostrare che la piattaforma continentale sotto le acque gelide del Mar Glaciale Artico è, per così dire, ancorata alla Russia, alle sue coste dell’estremo Nord. Naturalmente comincerà una disputa infinita, a colpi di articoli della Convenzione dell’Onu sulla legge marittima (UNCLOS), per contestare questa affermazione. Se ne occuperanno squadre di giuristi internazionali, di geologhi, di geografi e di decine di altre specialità scientifiche, sotto l’attenta sorveglianza delle autorità politiche. In primo luogo di quelle statunitensi che si affacciano sullo spicchio di mare antistante quello russo. E che Washington segua con molta attenzione la vicenda lo dimostra il fatto che ha mandato ricognitori d’alta quota a seguire le evoluzioni dei batiscafi russi.
Comunque il gesto di Mosca è chiaro: andiamo a fissare i confini della nostra proprietà. Domani chi volesse perforare quella piattaforma dovrà chiedere il permesso alla Russia. E, con ogni probabilità sarà la Russia che lo farà per prima su quello che da ieri considera il proprio territorio marino del Nord.
Tutta la stampa russa - e le tv hanno seguendo minuto per minuto l’impresa - ha trionfato sparando la cifra di un milione e 200 mila chilometri quadrati. Che equivale a un decimo del territorio dell’intera Europa. Questo è, più o meno, lo spicchio di mare che separa la costa siberiana dal Polo Nord, e che si trasformerà presto nella richiesta alle Nazioni Unite di ampliamento delle acque territoriali russe.
Sembra di tornare all’epoca delle conquiste coloniali, quando le grandi potenze si prendevano i territori con le flotte commerciali, al riparo delle loro cannoniere. Adesso territori emersi, chiavi in mano, incluse le loro popolazioni, non sono più disponibili. Bisogna guardare al mare, anzi al fondo marino. Ci si va non con le cannoniere ma con i batiscafi, a piantare bandierine di titanio che delimitano le proprietà.
Solo che la posta in gioco è molto più alta. E, dietro ai batiscafi, anche se non si vedono, ci sono i missili intercontinentali. Dei quattro giganti mondiali che si «marcano» sempre più da vicino, e sempre più convulsamente: America, Cina, Russia, Europa, la Russia è l’unico che non ha bisogno né di depredare risorse fuori dal suo territorio, con la forza, né di comprarle. Per la semplice ragione che le ha in casa propria. Gli altri tre, noi europei compresi, dovranno arrangiarsi e pagare. O fare la guerra come è il caso degli Usa.
Mosca è già in grande vantaggio, ma i suoi conti anche non sono del tutto tranquilli. Il suo petrolio si trova sempre più a Nord, e portarlo a Sud, verso gli utilizzatori russi e internazionali, diventa sempre più costoso. E se la domanda aumentasse ancora, presto anche le sue riserve si assottiglieranno. Ecco perché programma di mettere le mani su quel milione abbondante di metri quadrati di mare ghiacciato. E’ il futuro della sua supremazia che, da energetica, sarà facile trasformare in politica.
Gli Stati Uniti non digeriranno facilmente questa mossa, specie nel momento in cui Putin gli comunica, senza troppi complimenti, che intende fare da solo, senza di loro.

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LA STAMPA 3/8/2007
ENRICO CAMANNI
Siamo sinceri, il Polo era in coda ai nostri pensieri. Se togliamo qualche avventuriero visionario, emuli fuori tempo di Amundsen o di Scott, ostinati sognatori di terre inesplorate, stravaganti solitari che rischiano senza guadagno (e non finiranno neppure sui giornali), sciatori in goretex che guardano la neve con gli occhi dei vecchi esploratori, navigatori senza satellitare, eroi senza spettatori, ebbene - esclusi questi signori - il Polo Nord era diventato un luogo inutile e dimenticato, al massimo un posto per ricchi viaggiatori, decollo volo emozioni atterraggio e ritorno compresi nel prezzo.
Quando Reinhold Messner ha tentato il Polo Nord con uno dei tanti fratelli, che di professione fa il medico, si è accorto sulla sua pelle che più che una scalata (in orizzontale) era una navigazione su zattere di ghiaccio alla deriva, dove nemmeno gli sci bastavano a scavalcare crepacci spaventosi e iceberg destinati a tornare al mare. Sì, perché il Polo Nord è ghiaccio senza la terra di sotto, e per questo è più inquietante del Polo Sud e dei più spaventosi ghiacciai himalayani, per un alpinista abituato a dominare un vuoto fermo, non un abisso in movimento, o un luogo in liquefazione. Siamo sinceri, quando i climatologi ci ammonivano sulla scomparsa dei ghiacciai non gliene fregava niente a nessuno, salvo qualche romantico adoratore delle cime, o quelli che il ghiaccio lo scalano, e sono pochi. Per il whisky di ghiaccio ce n’era ancora, e questo bastava.
Poi abbiamo cominciato a vedere in tv pezzi di Polo Nord che veleggiavano verso mari sempre più caldi, sciogliendosi nell’oceano. I climatologi ci hanno spiegato che quella era acqua dolce, la più grande riserva del pianeta, e che senza l’uomo muore. Allora qualcuno ha cominciato a preoccuparsi, anche se il Polo Nord restava lontanissimo, più distante sui nostri schermi che nei pensieri di Amundsen o di Scott, e in fondo le fontane continuavano a buttare acqua, e questo ci bastava. Cent’anni fa il Polo era un mito, e per i miti si può anche perdere il sonno, ma adesso sono tutte terre (ghiacci) conquistate, e sull’Everest ci vanno le spedizioni commerciali, se paghi ci portano anche te. Ma i climatologi non demordono, e i pessimisti insistono che se il Polo si scioglie il livello dei mari sale, e prima si mangiano le spiagge, poi le coste e infine le città. Allora qualcuno ha pensato «se è vero siamo proprio spacciati», ma gli ottimisti hanno ribattuto che bastava costruire le ville più in alto sulla collina, e tutti avrebbero avuto il loro golfo a buon mercato, vista mare garantita. In fondo, hanno aggiunto gli ottimisti, il clima ha sempre fatto quello che voleva, e se ci sono delle conchiglie sulle Dolomiti vuol dire che una volta stavano nel mare. Ma i climatologi, ostinati, hanno detto che questa volta era colpa dell’uomo se il Polo si scioglieva, e che solo l’uomo poteva fare qualcosa per far tornare a casa quei pezzi di ghiaccio che veleggiavano nel mare. Allora altri climatologi, gli ottimisti, hanno detto che l’uomo non c’entrava, e non c’era niente da fare. Il mercato segue le sue leggi, e il mercato non lo si può fermare neanche se un iceberg grande come la Sardegna va a sciogliersi nell’oceano.
Infine qualcosa è cambiato, fino al punto da muovere le navi e i sottomarini, e scomodare le grandi potenze. Merito dei climatologi? Sembra di no. Forse di quei pazzi visionari che cercano il Polo come l’isola che non c’è? Figurarsi. Che la gente abbia unito le forze per convincere i grandi a fare qualcosa? Non risulta. Merito di chi, allora, se il Polo è tornato nei nostri pensieri? Ma del mercato, naturalmente. Non era solo ghiaccio, evidentemente.

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La bandiera russa, alta 1 metro e 20, di titanio verniciato con il tricolore nazionale, piantata sul fondo del mare al Polo Nord, ricorderà ai posteri non solo la missione degli esploratori, ma anche il loro sponsor: il cimelio porta una targa col logo del fondo d’investimenti «Metropol» (La Stampa 3/8/2007)