Massimo Gaggi, Corriere della Sera 3/8/2007, 3 agosto 2007
Negli Usa i giornali continuano a perdere lettori e pubblicità. L’ultimo dato disponibile è quello di maggio: entrate in calo del 9%
Negli Usa i giornali continuano a perdere lettori e pubblicità. L’ultimo dato disponibile è quello di maggio: entrate in calo del 9%. E’ il peggior risultato di sempre, in un periodo non di recessione. Perché Rupert Murdoch compra proprio oggi il Wall Street Journal? Le interpretazioni prevalenti sono di due tipi. Una è politico-sentimentale: Murdoch è un imprenditore molto abile, ma non è vero che trasforma in oro tutto quello che tocca: fa molti soldi con le tv, ma non con il Times di Londra e il New York Post. Non per questo pensa di venderli: i giornali gli danno visibilità, prestigio e un peso politico che aumenterà ancora con l’acquisto del WSJ. L’imprenditore australiano, che esordì nel 1953 comprando un quotidiano di Adelaide, ha corso a perdifiato per 54 anni distribuendo, lungo la strada, colpi bassi e interventi censori. Arrivato a 76 anni, capo di un impero da 70 miliardi di dollari, il vecchio pirata si regala il gioiello più prezioso della corona per pesare ancora di più sulla politica americana. Un corollario di questa tesi è che il «Journal» nelle sue mani è destinato a perdere un po’ della sua credibilità: un’occasione per i suoi principali concorrenti internazionali. Altri pensano che Murdoch abbia cercato solo l’affare: ha scommesso sul nuovo canale tv di informazione finanziaria che lancerà ad ottobre e il Wall Street Journal gli serve come «marchio di qualità». Un marchio che, prima, va sottratto alla rete concorrente, la Cnbc, alla quale il quotidiano è legato fino al 2011. Se questo è l’obiettivo, l’editore non ha interesse ad appannare il brand condizionando la linea di un giornale che, tra l’altro, è già oggi su posizioni più conservatrici delle sue. Queste due spiegazioni, che possono essere variamente combinate, hanno un loro fondamento, ma forse sottovalutano un aspetto della personalità di questo istrione pragmatico e anti-establishment: il desiderio di Murdoch di rivoluzionare e di stupire. Il tycoon, che pensa di avere davanti a sé altri vent’anni di lavoro (la madre è quasi centenaria), vuole riplasmare un impero editoriale ormai universale sia per estensione geografica (Usa, Europa, Asia, Australia) che come composizione: giornali, tv, libri e Internet. Detronizzata la Cnn con la sua (faziosissima) Fox, Murdoch non esclude nemmeno di attaccare la corazzata Google (vuole entrare in Yahoo! attraverso MySpace), ma al fondo rimane un «uomo dei giornali» che vuole vincere (e guadagnare) anche in questo settore in difficoltà. Come? Integrando la carta con gli altri media in modo molto più profondo di quanto sia stato fatto fin qui, attaccando e togliendo spazio alle altre testate leader del mercato, rivoltando il tavolo della conventional wisdom. L’editore si è già divertito più volte a immaginare scenari fantasiosi (e agghiaccianti per i concorrenti): investimenti giganteschi per reclutare i migliori giornalisti economici del mondo, giornali distribuiti gratis o diffusi solo on line: un «Journal » nel quale rotative, carta e camion diventano un «optional », mentre tutto si gioca sulla capacità di produrre contenuti esaurienti e di distribuirli tra i diversi media (che Murdoch, più dei concorrenti New York Times e Financial Times, ha già in casa). Se Murdoch rappresenta una minaccia per la libera stampa, il pericolo è qui, non nell’ingerenza nel «WSJ». Dai Chandler ai Bancroft, le famiglie dell’editoria Usa sono in ritirata. Sopravvivono solo i Sulzberger e i Graham, ma faticano sempre più a controllare di New York Times e Washington Post. Cercano da anni con poco successo un nuovo modello imprenditoriale per rendere redditizia l’informazione di qualità nell’era di Internet. Ora potrebbe essere proprio Murdoch a trovare il nuovo business model. A loro spese.