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 2007  agosto 03 Venerdì calendario

Paolo Madron per Panorama Tanto invocato dai milanesi, presi dal magone all’idea di consegnare a un romano blasonati pezzi del loro patrimonio industrial-finanziario, San Calisto ha finalmente fatto la sua comparsa mercoledì 25 luglio, ma con l’aureola spuntata e senza sortire gli effetti sperati

Paolo Madron per Panorama Tanto invocato dai milanesi, presi dal magone all’idea di consegnare a un romano blasonati pezzi del loro patrimonio industrial-finanziario, San Calisto ha finalmente fatto la sua comparsa mercoledì 25 luglio, ma con l’aureola spuntata e senza sortire gli effetti sperati. Il rinvio a giudizio di Cesare Geronzi per l’affare Parmalat era scontato, tanto che è passato via come acqua. E chi sperava servisse a fermare, o almeno a procrastinare, il trionfale approdo del banchiere di Marino all’ombra del Duomo è andato deluso. Ora ai suoi detrattori resta un’ultima, flebile speranza: che sia Geronzi a stufarsi di Milano e del suo clima grigio-metropolitano. (Enrico Cuccia - Foto U.Pizzi) Non è un mistero infatti che, se la poltrona dove è andato a sedersi non fosse quella di Enrico Cuccia, che da sola vale la garanzia del nome sui manuali di storia economica, Geronzi Milano avrebbe preferito vederla in cartolina. Ogni pesce ha la sua acqua, e l’acquario meneghino non si confà al banchiere che la metafora ittica disegna a volte squalo, a volte balena bianca. Però ormai è andata così, e col suo arrivo in Mediobanca Geronzi si ritrova in mano le chiavi che aprono e chiudono molte «sacre» porte: quelle del Corriere della sera e della Telecom, per esempio. Ma anche quella bella massiccia delle Assicurazioni Generali, che sono sì di Trieste, ma le cui sorti da sempre si decidono nella capitale morale. A differenza di un altro romano, anche lui un Cesare, Geronzi è arrivato «schiscio schiscio». Contrariamente a Romiti, non ha detto «largo, che adesso ci sono io», non si è fatto fotografare al centro della Galleria in pose ducesche, non ha cominciato a frequentare case, concerti, salotti e infoiate damazze della pelosa carità. Non ha nemmeno occupato, per ora, l’ufficio-museo che fu di Cuccia, così da non rischiare accuse di iconoclastia. Anzi, se fosse per lui in Mediobanca ci andrebbe il meno possibile, magari dalla mattina alla sera, come ha sempre fatto nelle sue sporadiche venute al Nord. «Dipenderà da come si comporteranno i ragazzi» ha confidato speranzoso a un amico. I ragazzi in questione sono Renato Pagliaro e Alberto Nagel, quelli che Mediobanca la dovranno gestire day by day. Se non faranno troppo di testa loro, potrebbe anche bastare un giorno alla settimana: volo privato alle 7 da Ciampino, ritorno alle 19, in tempo per la cena nell’amata Marino con la signora Giuliana. Se invece, ipotesi sciagurata, ne servissero due, toccherà dormire nella suitina convenzionata del Principe di Savoia e pranzare in ufficio con quegli esangui piattini prebolliti a base di verdurine, che a Milano democraticamente omologano banchieri e bancari nell’ora del lunch. (Salvatore Ligresti e Cesare Geronzi - Foto U.Pizzi) Tenere basso il profilo non gli sarà difficile: se non si è lasciato sedurre dalla rutilante mondanità che impazza nella città eterna, perché dovrebbe cedere a quella pauperista della Milano che produce e non ha tempo per «cazzeggi»? Oltretutto, essendo pochi gli amici, sono anche poche le occasioni per farsi tirar dentro. Le frequentazioni di Geronzi, almeno quelle assidue, si contano sulle dita di una mano. C’è l’amico di sempre, Salvatore Ligresti: visti insieme sembrano compari d’anello che ne hanno fatte più di mille. L’ingegnere di Paternò ha scelto una vecchia conoscenza di Geronzi, Massimo Pini, biografo di Bettino Craxi ed ex boiardo di lungo corso, per farsi rappresentare nei cda di Rcs Mediagroup e Capitalia. Di Salvatore per la verità ce n’è un altro, Mancuso, siciliano trapiantato nel capoluogo lombardo, che in Capitalia c’è finito a rappresentare il Banco di Sicilia. Poi c’è Marco Tronchetti Provera, che ha visto a casa sua in via Bigli anche poche ore prima di essere incoronato re a piazzetta Cuccia. Ultimamente si erano un po’ beccati, per via che l’ex capo della Telecom nella trattativa per vendere le sue azioni del colosso telefonico si era affidato a Gerardo Braggiotti, ma poi tutto si è risolto. Adesso, con la scusa che la Mediobanca è cardine del patto di sindacato Pirelli, e scalare la ex multinazionale della gomma è una passeggiata, Tronchetti sta attaccato a Geronzi come la cozza allo scoglio. Ancora, tra i pochi ammessi nel ristretto empireo geronziano, il vinaio-giornalista Paolo Panerai, l’editore di Milano Finanza che da almeno vent’anni ne celebra entusiasta le gesta. Inizialmente, accomunando nell’elegia anche Pellegrino Capaldo, definito la testa più lucida della finanza romana. Quando poi Capaldo e Geronzi hanno litigato e il sodalizio si è rotto, al centro delle sperticate lodi è rimasta solo la testa bianca di quest’ultimo. (Matteo Arpe - Foto U.Pizzi) Tra il banchiere e l’editore il rapporto è così stretto che Cesare, vincendo la ritrosia per le feste, di recente si è spinto in Chianti all’inaugurazione delle nuove cantine by Renzo Piano edificate da Panerai. Unico neo, il fatto che un paio d’anni fa Milano Finanza abbia eletto Matteo Arpe a banchiere dell’anno. Ma in fondo nessuno è perfetto, e all’epoca Geronzi filava d’amore e d’accordo con il suo amministratore delegato. Tra i giornalisti, un altro con cui ogni tanto si confida è Paolo Mieli, anche se Geronzi qualche volta ne lamenta, letteralmente, «un certo camaleontismo». Teatro, i frequenti passaggi sull’aereo da Roma. I due, insieme a Tronchetti, Luca di Montezemolo, Diego Della Valle e Piergaetano Marchetti, furono gli artefici del blitz che determinò l’uscita di Vittorio Colao dalla Rcs. Si dice che con il banchiere di Marino in Mediobanca Mieli stia in una botte di ferro: alla fine gli toccherà suo malgrado fare il direttore a vita del Corriere, anche per la palese impossibilità di trovare un sostituto che metta d’accordo tutti i soci. Non nell’empireo, ma appena un po’ sotto, c’è anche Guido Rossi. Quando, allo scoppiare dello scandalo Parmalat, Geronzi udì intorno a sé un pericoloso tintinnar di manette, si affidò alle cure dell’avvocato degli avvocati, noto, oltre che per la sapienza giuridica e la sontuosità delle parcelle, per gli ottimi rapporti con la procura di Milano. (Antonio Fazio - Foto U.Pizzi) Accanto a lui, un altro personaggio chiave è Fabrizio Palenzona, il navigato vicepresidente dell’Unicredito. La conoscenza con Geronzi non è frutto del recente matrimonio tra la Capitalia e la banca di piazza Cordusio, ma risale ai tempi di Antonio Fazio, quando ancora Cesare non era stato scalzato da Gianpiero Fiorani come banchiere di riferimento dell’ex governatore di Bankitalia. Ottime e antiche anche le relazioni col mondo berlusconiano, da Silvio giù per i rami che portano a Ennio Doris e all’amministratore delegato della Fininvest Pasquale Cannatelli, il quale ha fatto sua la buona sintonia che c’era anche con il predecessore Claudio Sposito, ora investment banker in proprio. L’armonia con il mondo biscionesco è testimoniata anche dall’encomio del Cav., che in una dichiarazione preelettorale ha elogiato in Geronzi «l’unico grande banchiere che non vota alle primarie dell’Ulivo». Non importa se il non votante intrattenga una solida liaison (visti i tempi, speriamo non telefonica) con Massimo D’Alema e con esponenti di spicco del nascituro Partito democratico. La forza di Geronzi è sempre stata il sapiente ecumenismo che alla fine gli ha lasciato intorno pochi nemici. Nemmeno Giovanni Bazoli, ora sulla carta arcinemico, visto che capeggia la banca concorrente, si può ascrivere alla categoria. Vuoi perché i due, in tempi non sospetti, si vedevano a pranzo in casa del professore di Brescia, vuoi perché, se Arpe non ci infilava lo zampino comprando azioni Intesa, le rispettive banche si sarebbero sposate. Poi invece, quando il brodo è diventato lungo, all’altare Geronzi ci è andato a impalmare Alessandro Profumo, così che il suo nemico (per cultura, età, concezione mercatista) è diventato il suo miglior amico, nonché il più convinto testimonial della sua avventura milanese. La coppia sulla carta è quanto di più antitetico si possa immaginare, quindi c’è da star sicuri che funzionerà a meraviglia. (Giovanni Bazoli - Foto U.Pizzi) Nella galassia geronziana, fuori dalle amicizie in senso stretto, ci sono poi riferimenti vicini e lontani che possono fare da utile contorno all’avventura nordista. Roberto Colaninno, il padrone della Piaggio che nella recente disputa tra lui e Arpe ha fatto da mediatore, anche se di una pace durata lo spazio di un mattino. Claudio Costamagna, la cui consulenza nella fusione con l’Unicredito ha spiazzato tutti quelli che consideravano l’ex ragazzo prodigio di Goldman Sachs saldamente ancorato a sponde bazolian-prodiane. E Claudio Calabi, amministratore delegato del Sole 24 Ore e prima della Rcs, che Geronzi avrebbe voluto di nuovo nella casa editrice del Corsera al posto di Colao. Ultima buona connessione quella con Marco Drago, il presidente della De Agostini che attraverso la Toro era suo azionista in Capitalia, anche se di recente Geronzi ha lamentato nelle chiacchiere di corridoio l’aggressività del gruppo di Novara sul fronte delle Generali, di cui è diventato di fresco socio. Forse identificando in Drago un campione di quel capitalismo di mercato che fa a pugni con il suo, cresciuto a pane, politica e relazioni. Dal suo punto di vista, ineccepibile. Un po’ perché la sua filosofia gli ha consentito di arrivare da giovane impiegato alla Cassa di Roma alla sedia di Cuccia. Un po’ perché, l’unica volta che vincendo la sua natura ha fatto una scelta di mercato prendendosi in casa Arpe, s’è beccato una scottatura che ancora gli brucia. Dagospia 27 Luglio 2007 Torna alla Home Page